Fahrenheit 451

Fahrenheit 451

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Poco interessato all’azione e tutto devoto a scenografie e dialoghi, il Fahrenheit 451 di Ramin Bahrani non snatura le riflessioni apocalittiche di Ray Bradbury, ma non le riesce nemmeno a spingere più in là come vorrebbe. Fuori Concorso a Cannes 2018.

Tutta la conoscenza del mondo

In un terrificante futuro, Guy Montag svolge il lavoro di pompiere, con la specifica mansione di bruciare tutti i libri. L’incontro con una ragazza metterà in discussione le sue convinzioni e darà inizio alla sua ribellione. [sinossi]

Quella del remake è una pratica vecchia come il cinema, basti pensare ad esempio alle numerose “passioni di Cristo” esistenti già all’epoca del muto, e dunque è inutile protestare, prima o poi tocca a tutti. Ora è il turno di Fahrenheit 451 rifacimento firmato da Ramin Bahrani (99 Homes) dell’omonimo film di François Truffaut (del 1966) nonché trasposizione del celebre romanzo di Ray Bradbury. Con una realtà odierna così polimediatica e metamorfica, dove il controllo è esercitato anche ai livelli più basici della nostra comunicazione – i social network e il loro cicaleccio autoreferenziale – era d’altronde più che lecito aspettarsi un aggiornamento di quell’universo distopico prefigurato dallo scrittore americano, dove una società futura si prodigava nel bruciare i libri per preservare l’ignoranza, e garantire così la felicità.

Da questo punto di vista poco è cambiato nel Fahrenheit 451 di Ramin Bahrani dove ritroviamo il personaggio di Guy Montag (Michael B. Jordan), solerte “pompiere” in odore di promozione, intento ad assolvere alla sua missione di incenerire ogni libro, sotto lo sguardo benevolo del capitano Beatty (Michael Shannon). Ma il risveglio della coscienza di Montag è dietro l’angolo, e a provocarlo, in parte, è proprio il suo mentore che, scopriremo, non è del tutto a digiuno di letture. Poi ci pensa un’anziana donna kamikaze che si lascia bruciare con i suoi libri a far sorgere qualche dubbio al nostro eroe, infine questi viene sedotto da una bella ragazza, Clarisse (Sofia Boutella), trafficante di libri e doppiogiochista (vende occasionalmente informazioni al capitano).

Coadiuvato alla sceneggiatura, come già avveniva in 99 Homes dal supporto di Amir Naderi, Bahrani costruisce un universo fantascientifico dalle coordinate abbastanza classiche, con lunghe notti illuminate a neon, lindi appartamenti controllati da un petulante “grande fratello” (e i riferimenti a 1984 di Orwell sono parecchi) e fuori l’abituale scenario di mega schermi ad affrescare le facciate dei grattacieli. Quanto agli aggiornamenti apportati al testo originale, si va dallo strumentale al più significativo, fino al teorico. A un livello terra-terra registriamo infatti la presenza di un protagonista afroamericano, il lanciatissimo Michael B. Jordan (Creed, Fruitvale Station, Black Panther), un segno dei tempi un po’ banale, ma giustamente specchio del un cambiamento in corso nelle dinamiche dei casting director statunitensi. La questione dell’olocausto dei libri è inoltre correttamente aggiornata, con la distruzione anche di hard disk contenenti le loro versioni digitalizzate, mentre a rinfocolare il tema della memoria, fondamentale in questa storia, ci pensano le apparizioni, sfortunatamente troppo sfuggenti, di una VHS di Taxi Driver noleggiata anni or sono da Blockbuster, di un frammento di pellicola contenente fotogrammi di Cantado sotto la pioggia e persino di una MiniDV. Il tutto per suggerire che siamo già assai lontani dai pericoli prefigurati da Bradbury e portati sullo schermo da Truffaut: oltre al cartaceo dobbiamo infatti oggi difendere dall’estinzione anche formati analogici e magnetici. Infine Bahrani si cimenta nella messa in scena grafica dell’attuale abuso di emoticon sulle chat social, con faccine sorridenti e teschietti a volteggiare di continuo sui mega schermi di cui sopra. Peccato però che queste emoticon soltanto in un’occasione, ovvero al momento del plateale “tradimento” del pompiere Morgen, incarnino davvero la reazione dell’audience globale agli eventi in corso.

Tutto concentrato sulla costruzione fantascientifica del suo mondo distopico e sul relativo aggiornamento, Bahrani non dimostra particolare dimestichezza con le sequenze d’azione, anzi, a tratti pare volerle caparbiamente evitare, prediligendo una forma narrativa ed esplicativa, della parabola apocalittica bradburiana, tutta relegata nei dialoghi tra i personaggi. È proprio in alcuni monologhi, specie quelli affidati al capitano incarnato dal sempre carismatico Michael Shannon, che sono contenute tutte le riflessioni teoriche e il monito di una vicenda che mira a incitare alla ribellione dall’omologazione attraverso il recupero dei supporti (libri, prevalentemente, ma anche cinema e spartiti musicali) atti a contenere tutta la memoria, l’identità e la coscienza del mondo.

Peccato che la questione finisca un po’ svilita dagli ultimi elementi di aggiornamento inseriti dall’autore nel film. Ci sono infatti gli uomini-libro, non poteva essere altrimenti, ma queste figure che hanno mandato a memoria ciascuna un volume per il bene della posterità, finiscono un po’ svilite, principalmente dalla presenza di un ragazzo autistico in grado di memorizzare librerie intere grazie alle sue innate capacità. A questa figura di outsider, la sui presenza sullo schermo è troppo limitata per consentire davvero l’ampliamento della questione della diversità come vantaggio nella difesa della memoria collettiva, si aggiunge inoltre il fatto che, in contraddizione con quella nostalgia dell’analogico precedentemente ventilata, nel Fahrenheit 451 di Ramin Bahrani è nella scienza che viene riposta l’ultima speranza. Ecco infatti che quello degli uomini-libro diventa una sorta di piano-b, mentre la memoria si trasforma in qualcosa di inoculabile geneticamente. Ma allora, che valore avrà una conoscenza innata, deprivata di ogni sforzo cognitivo? Il film dimentica di chiederselo.

Info
la scheda di Fahrenheit 451 sul sito del festival di Cannes.

 

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