Le grand bain

Le grand bain

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Commedia convenzionale solo a tratti divertente, Le grand bain di Gilles Lellouche, punta tutto sul semplice e un po’ banale inserimento del suo cast stellare in una situazione bizzarra. Fuori concorso a Cannes 2018.

Bellezze al bagno

È tra le corsie della loro piscina comunale che Bertrand, Marcus, Simon, Laurent, Thierry e gli altri si allenano sotto l’autorità di Delphine. Insieme, si sentono liberi e più forti. Metteranno tutte le loro energie in una disciplina precedentemente appannaggio femminile: il nuoto sincronizzato. Quindi sì, è un’idea bizzarra, ma questa sfida permetterà loro di dare un significato alle loro vite … [sinossi]

Interprete di razza del cinema francese contemporaneo, visto di recente nei panni del cantante di matrimoni nel brillante C’est la vie: Prendila come viene, Gilles Lellouche esordisce ora alla regia in solitaria (dopo la co-regia di Narco e un episodio de Gli infedeli) con Le grand bain, presentato fuori concorso a Cannes 2018.
A differenza però di quanto avveniva nel film di Nakache e Toledano (C’est la vie), perfettamente in grado di innestare, sull’usurato canovaccio della commedia a sfondo matrimoniale, una serie pressoché inesauribile di invenzioni comiche, Le grand bain pur puntando su un “format” di facile presa non riesce a innescare nulla, arrestandosi alla sua mera confezione prettamente indirizzata a un grande pubblico senza troppe pretese.
Il plot basico di Le grand bain è facile da ridurre ai suoi minimi termini: si tratta in fondo di una riproposizione del modello Full Monty, tra l’altro replicato persino dalle nostre parti con il fallimentare La mossa del pinguino di Claudio Amendola. Nel cult movie anni ’90 con Robert Carlyle, un gruppo di buoni a nulla si esibiva, per sbarcare il lunario, in serate di spogliarelli per signore, mentre gli sfigati di borgata di Amendola mettevano su una squadra di curling. Per Lellouche la differenza è abbastanza esile: i suoi outsider si dedicano infatti nientemeno che al nuoto sincronizzato maschile. E il divertimento, grossomodo, è tutto qui.

Tutto ha inizio in maniera abbastanza sbrigativa e altrettanto strumentale, quando il padre di famiglia disoccupato Bertrand (Mathieu Amalric) decide, spinto da non si sa bene quale motivazione, di iscriversi a un corso di nuoto sincronizzato per uomini nella piscina frequentata da sua figlia. Ci prenderà gusto, naturalmente, e convincerà la squadra a iscriversi ai mondiali della aggraziata ed elegante disciplina acquatica. Naturalmente, la sua combriccola è composta da una varia umanità, incarnata da relative star del cinema d’oltralpe.
Uno dirige un’acciaieria (Guillaume Canet), è maniaco del controllo e (non a caso) ha un figlio balbuziente, l’altro (Benoît Poelvoorde) è un imprenditore arraffone che vende piscine ma sta andando in bancarotta, un altro ancora (Jean-Hugues Anglade) non si arrende al fatto di non essere mai diventato una rock star. Tardivamente fa la sua comparsa poi un infermiere in un ospizio che, per non sentire l’odore dei vecchi che accudisce, ha sviluppato uno straordinario talento per l’apnea (una delle poche idee originali del film). Purtroppo poi, qualcheduno, come ad esempio l’unico straniero del gruppo, non viene mai presentato e resta letteralmente a fare “tappezzeria”. Anche l’insegnante poi, Delphine (Virginie Efira), ha i suoi problemi: fuma in vasca, è una stalker, ha un passato da alcolista e quando ricade nel vizio viene sostituita dalla rigida ex compagna di squadra Amanda (Leïla Bekhti) ora sulla sedia a rotelle dopo un incidente che le ha interrotto la carriera.

Procede in realtà mestamente Le grand bain, facendo dello spogliatoio un luogo adibito a lacrime e confessioni dei reciproci fallimenti. Crisi di mezza età moltiplicata per cinque dunque, questo è lo sviluppo narrativo che parte a raggiera attorno alla trovata del nuoto sincronizzato maschile, ben presto un mero pretesto per mettere in scena il solito milieu piccolo e medio borghese della commedia transalpina. Mancano però a sostenere Le grand bain dei dialoghi che siano effettivamente brillanti, e viene quasi da pensare che l’intero film sia un’operazione meccanica di facile presa utile a portare sullo schermo un cast stellare, che poi però non è in grado di utilizzare. Strano a dirsi, data la felice carriera nel campo attoriale di Lellouche, ma è evidente che i suoi interpreti, con quelle storielle meste di fallimenti lavorativi e sentimentali, non riescono mai a incarnare qui dei ruoli che possano dirsi a tutto tondo.

Dal momento dunque che c’è alla base di Le grand bain uno spirito soggiacente da variegato freak show, ecco che il film prende finalmente vita alla prima esibizione della poco professionale squadra, un’occasione d’oro per esibire il talento slapstick del cast. Peccato che poi di esibizioni similari non ce ne sono altre (gli allenamenti sono decisamente tirati via e ripetitivi), a parte quella finale, sufficientemente spettacolare, in occasione della competizione mondiale.
Scivola via non senza qualche stanchezza Le grand bain, accumulando cliché sulla mezza età e squarci di vita quotidiani (tra mogli, figlie, datori di lavoro) di poco interesse, e resta un susseguirsi di scenette a sé stanti tenute insieme solo dal suo spunto iniziale: inserire un super-cast in una situazione bizzarra. Un cast che di certo meritava qualcosa di più.

Info
La scheda di Le grand bain sul sito del Festival di Cannes.
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