Long Day’s Journey Into Night

Long Day’s Journey Into Night

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Già autore di Kaili Blues, il giovane regista cinese Bi Gan porta in Un certain regard a Cannes il suo secondo lungometraggio, Long Day’s Journey Into Night, che ne conferma le grandi doti da metteur en scène, ma che trasmette anche un vago senso di vacuità, forse già in odore di maniera.

Il tempo del non ritorno

Luo Hongwu torna a Kaili, sua città natale, dopo esservi fuggito tanti anni prima. Si mette alla ricerca della donna che ha amato e che non ha mai cancellato dalla sua memoria… [sinossi]

Rispetto all’impianto realistico e spesso di facile denuncia sociale che caratterizza buona parte della più giovane schiera di registi cinesi d’autore e festivalieri, sovente maldestri imitatori di Jia Zhangke e della Sesta Generazione, Bi Gan si situa su tutt’altro terreno, e già questo non può che essere un segno positivo, un sintomo di personalità. Il suo film d’esordio, Kaili Blues, d’altronde era stato un caso al Festival di Locarno del 2015 per via della sua potenza visionaria, non limitata dal basso budget. Ora il suo secondo lungometraggio, Long Day’s Journey Into Night – presentato in Un certain regard a Cannes 71 -, ne conferma le qualità, anche se nel contempo fa emergere qualche dubbio, dando innanzitutto l’impressione che Bi Gan si sia voluto togliere lo sfizio di riproporre certe soluzioni stilistiche di Kaili Blues, come ad esempio un super-piano-sequenza, appoggiandosi alle più solide risorse produttive a disposizione. La conseguenza è che, laddove prima c’era la novità, ora rischia di sentirsi già la maniera; laddove c’era la freschezza, si percepisce già un’estenuazione estetizzante che a volte risulta un po’ vacua.

Raccontando il ritorno a casa di un uomo nella città di Kaili – già set del precedente film e luogo di origine del regista – Long Day’s Journey Into Night ci vuole immergere in un labirintico détour temporale, dove i piani si confondono sempre più: il ricordo di un omicidio irrisolto si confonde con la recente morte del padre del protagonista, la passione per una donna amata e il tentativo di ritrovare la madre scomparsa tanti anni prima si mischia con l’incontro con una ragazza che forse visse due volte. E alla lunga la detection – anzi, le detection – del protagonista non portano volutamente da nessuna parte, sfumando e sovrapponendosi l’una all’altra: volti, percorsi, atmosfere, luoghi, fino all’apoteosi del già citato piano-sequenza finale, per di più in 3D, in cui la steadycam si muove inesausta e insaziabile negli spazi e tra i personaggi, perdendoli e ritrovandoli costantemente per una sorta di nastro di Möbius spazio-temporale, diviso – e indeciso – tra l’eterno ritorno e la consapevolezza dell’effimero. Un’immersione, dal momento in cui veniamo invitati a indossare gli occhialetti 3D, che è più visiva che narrativa, più da cinema delle attrazioni che da affondo nell’ambito di una mutata atmosfera.

Per il titolo internazionale del suo film Bi Gan prende in prestito l’omonimo testo teatrale di Eugene O’Neill, mentre per quello cinese – traducibile con Ultimi crepuscoli sulla terra – cita un racconto di Roberto Bolaño. E se nel primo caso la suggestione è solo nominale e non contenutistica, nel secondo – quello di Bolaño – sembra esserci quantomeno una lontana filiazione nel modo di gestire investigazioni e contorcimenti temporali. Ma, venendo al cinema, Bi Gan paga il suo debito maggiore – almeno ci pare – nei confronti del grande cinema d’autore hongkonghese, in particolare di Wong Kar-wai. Se però l’autore di Ashes of Time riesce sempre a regalarci non solo l’appagamento visivo per via delle sue magnifiche stilizzazioni, ma anche a restituirci un commovente sentimento di perdita nei confronti di un passato che non può che tornare se non sotto forma di illusione e di malinconia, Bi Gan invece in Long Day’s Journey Into Night lascia un senso – e raramente un sentimento – di freddezza al cospetto delle pur mirabolanti soluzioni di messa in scena che adotta. Questo perché, oltre all’ambizione smisurata – che non è necessariamente un male -, si percepisce in Long Day’s Journey Into Night anche un narcisismo a tratti fuori controllo, mentre sono controllatissime – sin troppo – tutte le soluzioni visive, fin quasi a dare la sensazione di una claustrofobia visiva, di una prigione dello sguardo, da cui a tratti si ha voglia di uscire.

Certo, parliamo comunque di un regista nato nel 1989 che si è trovato a dirigere appena il suo secondo film e parliamo, comunque, per Long Day’s Journey Into Night di un contributo artistico nettamente al di sopra della media rispetto a quel che si è visto in questi giorni a Cannes 71. E parliamo anche di un autore che dà importanza al senso stesso della performance sul set – e i piani-sequenza, in tal senso, ci parlano esplicitamente -, non delegando tutto quanto alla fase di post-produzione, come fa sempre più la maggior parte dei suoi colleghi. Ma allora forse bisognerebbe anche dargli più anima a una performance così raffinata, bisognerebbe vederla prendere vita, magari lasciandosi andare un po’ di più all’accidente e all’imprevisto. E bisognerebbe cercare dei discorsi più centrati e più sentiti da fare, in cui il ricorso alla confusione della memoria sia in grado di provocare dei veri scatti emotivi e non solo al soddisfacimento della vista.

Info
La scheda di Long Day’s Journey Into Night sul sito del Festival di Cannes.
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