Fuga

Thriller dell’anima fondato sull’ambiguità e la doppiezza, Fuga di Agnieszka Smoczyńska si avvia su buone premesse narrative e una spiccata cura formale, approdando però a esiti piuttosto prevedibili. Alla Semaine de la Critique.

Il mio mistero è chiuso in me

Una donna risale dai binari della metropolitana, camminando faticosamente e fermandosi poi a orinare su uno dei marciapiedi della stazione. È in stato confusionale, non ricorda nulla di sé. Tramite un programma televisivo viene poi riconosciuta e riportata in famiglia. Ha un marito e un figlio ancora bambino, e non tutti credono alla sua smemoratezza. Intanto il mistero sui due anni di scomparsa non si dipana e la donna ricomincia la sua vita come da zero, a partire dai suoi rapporti familiari… [sinossi]

Fuga di Agnieszka Smoczyńska, suo secondo lungometraggio presentato alla Semaine de la Critique, fonda il proprio racconto su un’interruzione esistenziale. Racconto di una vita che si fa doppia, divisa da un misterioso buco nella memoria: la Alicia/Kinga protagonista è una sorta di donna che visse due volte smarrita in una condizione sospesa tra presente e passato. Nel bell’incipit la protagonista risale da un binario della metropolitana vagando in stato confusionale e fermandosi poi a orinare su uno dei marciapiedi. È senza memoria e mal tenuta, e solo passando in televisione a un Chi l’ha visto? polacco la sua famiglia d’appartenenza riesce a riattriburle un’identità. Rientrata a casa, la donna non ricorda né riconosce nulla della propria vita precedente, anche se in particolare il marito dubita della sua buonafede e sospetta anche che si tratti di un’enorme simulazione. Su questa interruzione, che getta il mistero nel passato di quei due anni di cui la donna non ricorda nulla, Smoczyńska imbastisce un cosiddetto “thriller d’anima” sulle prime molto intrigante, che sposa gli schemi del giallo solo come macrostruttura prendendo le mosse da un assoluto cinematografico come il mistero della memoria mancante, e scartando successivamente verso il racconto della difficoltà/impossibilità di riappropriarsi di un ruolo sociale. Muovendosi in ambienti freddi e algidi, la macchina da presa dell’autrice li scruta con lentezza e cautela, così come gli avvicinamenti, titubanze e allontanamenti tra i personaggi. I rapporti più problematici sono ovviamente col marito, col figlio ancora bambino e con la sopravvenuta compagna del marito. In qualche modo Alicia/Kinga è una sorta di Mattia Pascal al femminile. Forse ritenuta morta, quando ricompare in famiglia un po’ tutti hanno smesso di cercarla. Ma pur nel contesto dell’amnesia, sulle prime resta comunque fortemente istintivo il suo rifiuto del ruolo di moglie e madre.

In linea generale Fuga mostra qua e là i segni di un racconto ambiguo per quel che riguarda la sua collocazione esistenziale: racconto in vita, racconto post-mortem, visualizzazione della memoria, visualizzazione di fantasmi psichici pertinentemente femminili. La veste definitiva è quella di un thriller che, a fronte di qualche apertura verso il surreale, in qualche modo vuol lasciare allo spettatore una soluzione univoca. Ed è forse qui che si identifica il maggiore limite del film, poiché la soluzione, già abbastanza immaginabile, rende più esile del previsto l’esito dell’insieme. Poi certo l’ambiguità narrativa si riconferma fino in fondo, ma nel momento della rivelazione Fuga si tramuta in un melodramma femminile/familiare che neutralizza un po’ tutto il fascino della vicenda.
Sapientemente costruito nella sua sostanza audiovisiva, capace di piazzare momenti di agnizione ben calibrati nella loro messincena (tutta la sequenza del mancato incidente in automobile), Fuga esibisce una raffinata padronanza tecnica, che cerca rispondenze tra freddezza psicologica e alienazione ambientale. Alcune sequenze meritano una specifica citazione, in particolare lo smarrimento sulla spiaggia dove l’insieme audiovisivo è potente ed efficace, affidato in particolare a un utilizzo poderoso della dimensione sonora. Sovrapponendo il percorso del presente a quello del passato che Alicia/Kinga sembra ripercorrere e in qualche modo “modificare”, Fuga spreca un po’ un grande lavoro di messinscena per un soggetto sostanzialmente non troppo coraggioso. Peccato, perché almeno il gusto per le atmosfere e la capacità di costruire sequenze suggestive restano punti a favore dell’autrice. Purtroppo sembra prevalere questa preoccupazione formalistica su tutto il resto. Per cui in ultima analisi Fuga suggestiona, ha ambizioni, mira alto, ma raccoglie meno del previsto.

Info
La scheda di Fuga sul sito della Semaine de la Critique.
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