Sofia

Puzzle morale con qualche dichiarata ascendenza farhadiana, Sofia di Meryem Benm’barek combina l’approccio a tematiche contingenti con un tentativo di riflessione universale intorno al paradosso della legge e dell’ipocrisia. Per Un certain regard.

Gli Altri

Casablanca, oggi. Sofia ha 20 anni e, poiché nubile, cerca di tenere nascosta la propria gravidanza in corso rifiutandola recisamente. Dopo il parto la ragazza è costretta ad affrontare la propria famiglia, che vuole spingerla al matrimonio con l’ignoto padre del bambino… [sinossi]

La rigidità culturale conduce giocoforza verso i territori dell’assurdo. Quando le regole sono troppe e soprattutto interpretate con eccessivo rispetto della lettera, si aprono percorsi nell’esistenza segnati dallo zigzag in mezzo a tabù e divieti. Un percorso condizionato, che non prevede grandi possibilità di errore e recupero, e che al contrario avvia l’essere umano a soluzioni mediate in mezzo a mille ingerenze. Il punto d’arrivo finisce per essere enormemente distante dal punto di partenza, o peggio, nel tentativo di fuggire da schemi morali e sociali si rischia di circumnavigare il globo delle possibilità per ritornare poi da dove si è partiti, ossia a ciò che la società richiede e impone.

Passato a Un certain regard di Cannes 2018, Sofia di Meryem Benm’barek è un’opera prima che interroga codici morali, li discute e li critica nel senso più stretto del termine. Partendo da uno spunto socio-culturale di immediata urgenza (il tema-tabù delle gravidanze fuori dal matrimonio in contesto marocchino), l’autrice raccoglie sulle prime lo stimolo a un cinema che sia terreno di dibattito e sensibilizzazione: ruolo della donna nel mondo islamico, impedimenti alla sua autodeterminazione, e il severo decoro da tenere nei confronti della sfera erotica con conseguente controllo su una “corretta” maternità. In tal senso Sofia va a inserirsi in un più ampio filone, non solo inerente alla condizione femminile, che da più lati cerca di interrogarsi sullo spinoso tema di diritti individuali e mondo islamico, in un’ampia onda cinematografica, trasversale a più realtà nazionali, che si pone sul terreno variegato del cinema cosiddetto “politico”. Tuttavia Meryem Benm’barek sembra prendere le mosse da tale tendenza espressiva in qualche modo contingente per scavare più a fondo nei paradossi di esistenze che assumono forma, per l’appunto e loro malgrado, secondo schemi rigorosamente prestabiliti, e in cui lo strappo dell’errore, che pure è umano, va incontro a severa censura e soprattutto al bisogno di essere ricucito tramite compromessi a rischio di assurdo e paradosso. Alla fine, insomma, per ricucire lo strappo è necessario ricorrere ai sempre validi strumenti dell’ipocrisia, unica forma adattabile anche ai contesti morali più intransigenti poiché prevede l’errore e la sua correzione tramite una falsità condivisa.

In tal senso, la protagonista Sofia e la sua flebile battaglia per difendersi dalla “grave colpa” commessa va incontro a un’espansione del racconto verso strade paradossali, che ricordano un po’ gli splendidi interrogativi pirandelliani tra vita e forma. Di volta in volta Sofia e la famiglia che gravemente le si raccoglie attorno cercano soluzioni mediate, che tengano conto del giudizio sociale e soprattutto delle minacce penali sulla testa della giovane. Società e legge: due entità che stanno al di sopra dell’individuo e che regolano scelte, movimenti, prese di posizione nella vita dell’individuo. Se la legge è rigida e sancisce tabù, la risposta per mettersi in salvo non può che essere faticosamente mediata in mezzo a una selva di finzioni. Tra i propri autori di riferimento Meryem Benm’barek fa il nome di Asghar Farhadi, e in effetti Sofia tradisce un gusto per il puzzle morale che può benissimo rifarsi alla personalità dell’autore iraniano (quello bello di About Elly, Una separazione, Il cliente… non quello che si è visto sulla Croisette quest’anno con Todos lo saben). La crepa farhadiana nel quieto spiegarsi delle esistenze è fatta combaciare da Benm’barek con uno scottante tabù della cultura marocchina, in modo da assommare nel film un piano urgentemente sociale e uno più assoluto, che cerca di ragionare su paradossi universalizzanti.

Tuttavia, per un’edizione di Cannes che specie nella sezione del concorso ufficiale ha visto passare diversi titoli segnati dalla prolissità, stavolta per Sofia c’è da rimpiangere una maggiore durata. Nei suoi stringati 80 minuti il film di Benm’barek svolge fin troppo meccanicamente il suo serratissimo piano narrativo, senza liberarsi mai da un eccesso di programmaticità. Nel costruire il racconto per stringenti passaggi obbligati (ché, come dicevamo, la regola culturale così impone) Benm’barek sembra alludere alla tragicità del meccanismo impossibile da disinnescare, ma conservando comunque una rigidità d’impianto che mal si attaglia alla credibilità delle figure umane evocate. A rimetterci di più è proprio la figura della protagonista, che non sempre dà luogo a credibili sviluppi psicologici. Spietato, beffardo e crudele nel racconto di un’ipocrisia collettiva, Sofia sceglie di chiudersi nel finale con un intelligente sberleffo nei confronti dell’istituzione matrimoniale. Benm’barek arriva a questo con una scelta forte per il gelo programmatico, da entomologo, lasciando risuonare un perfido risolino nei confronti di regole e istituzioni che si accartocciano su se stesse finendo per ridurre l’essere umano a burattino eterodiretto, pedina su uno scacchiere in cui i giocatori sono altri (gli Altri). Peccato però che la costruzione sconti un’eccessiva esilità, una certa brevità di respiro narrativo, la stringatezza di un teorema svolto punto per punto, al quale manca un po’ l’alito della vita.

Info
La scheda di Sofia sul sito del Festival di Cannes.
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