La traversée

La traversée

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L’ex leader del Maggio transalpino, Daniel Cohn-Bendit, percorre la Francia facendosi riprendere da Romain Goupil e cercando di capire lo stato in cui versa il paese: La traversée – fuori concorso a Cannes – si rivela un documentario interessante, ma paradossalmente troppo poco politico e anche troppo benevolo nei confronti del potere, con tanto di fastidiosa apparizione auto-ironica di Emmanuel Macron.

Anche se il nostro maggio ha fatto a meno del vostro coraggio…

Cinquant’anni dopo il ’68, Daniel Cohn-Bendit e Romain Goupil decidono di attraversare la Francia. In questo road-movie esplorano i territori della République, osservando, ascoltando, discutendo e verificando lo stato del paese. [sinossi]

Sono finora mancate delle riflessioni serie sul ’68 a cinquant’anni dalla sua epifania. Sono mancati dei confronti – che sarebbero stati inevitabilmente impietosi – tra il tristo presente e l’illustre e glorioso passato. Sembrerebbe provarci Romain Goupil con La traversée – presentato fuori concorso a Cannes 71 – che sceglie come protagonista l’ex leader del Maggio transalpino Daniel Cohn-Bendit e parte con lui in giro per la Francia per verificare quale sia lo stato delle cose nel paese, realizzando così un road-movie documentaristico che si muove tra l’ironia e l’amarezza.
In realtà, si capisce ben presto che il ’68 è solo una scusa per far partire La traversée, visto che poi effettivamente quella traversata fa quasi solo riferimento al contemporaneo e instaura ben poche frizioni tra l’oggi e cinquant’anni fa. Inoltre, l’impostazione da rêverie digressiva su cui è impostato il film fa sì che si passi troppo spesso da un argomento all’altro, da una situazione all’altra, da un tema appena accennato a un altro solo suggerito, tutti in più inframezzati in colonna sonora dalla stessa brutta schitarrata elettrica, come se fosse la sigla di uno show televisivo che deve essere ripetuta sino allo sfinimento per entrare nelle menti degli spettatori.

Si va dunque dalla situazione dei portuali oggi, a quella dei pescatori, poi si entra nelle fabbriche, ci si ferma un momento davanti a una centrale nucleare – ben nota è la contrarietà in proposito di Cohn-Bendit, che è stato tra l’altro parlamentare europeo per i Verdi francesi per quasi vent’anni – e, infine, troppo tardi, si affronta il tema dell’immigrazione, l’unico a essere veramente approfondito. Tanto che forse, anche sull’onda di un bellissimo film diretto dallo stesso Goupil uscito nelle nostre sale circa otto anni fa, vale a dire Tutti per uno che affrontava il discorso del migrante tra i bambini mostrando una loro maggiore apertura mentale rispetto agli adulti, sarebbe stato più ficcante e più giusto concentrarsi solo sulla dolorosa e scottante questione dell’accoglienza.
Invece Cohn-Bendit e Goupil vi si dedicano solo in parte, scegliendo tra l’altro di far intervenire in proposito nientemeno che il nuovo presidente della République, Emmanuel Macron. È, questa, una scena molto ambigua, che inizia con Goupil e Cohn-Bendit che discutono animatamente tra di loro su come girare la sequenza con Macron, per poi farci scoprire che il Presidente è seduto proprio al loro tavolo nella caffetteria in cui stanno bevendo un caffè. Se, da un lato questa trovata vuole essere un altro tassello del discorso di una messa in scena esibita che caratterizza La traversée (sin dall’inizio Cohn-Bendit discute e fa proposte a Goupil e all’operatore su come girare certe cose), dall’altro si tratta di una soluzione rischiosissima, perché umanizza Macron trasportandolo in una banale caffetteria in cui non viene riconosciuto e, allo stesso tempo, mostra la familiarità dei due – anche Goupil è stato un militante di estrema sinistra, in particolare trotskista – con la sfera del potere. Che credibilità possono allora avere i due nel criticare il presidente, se si mettono a fare delle simpatiche gag con lui, dandogli anche l’occasione di sciogliere un po’ di quella rigidità e di quell’amido di cui sembra sempre essere ricoperto? Poi il discorso di Macron viene fatto sfumare da Goupil nel momento in cui, mentre il neo-inquilino dell’Eliseo continua a sproloquiare sull’accoglienza, si mostra – per contraddirlo sul piano visivo – una rete metallica, atta a impedire ai migranti di attraversare le frontiere. Ma non basta, perché un conto è mettere alla berlina il potente in sede di montaggio, mentre ben altro conto è avere il coraggio di farlo dal vivo.

A tutto questo si aggiunge anche la figura vagamente problematica di Cohn-Bendit che occupa interamente la scena dall’inizio alla fine di La traversée. Si vede e si sente tanto che cerca in tutti i modi di risultare simpatico e che non vuole dare l’impressione di essere un politico/intellettuale prestato al cinema. Questo sforzo pesa però sotto forma di mancanza di naturalezza, a tratti marcata, a tratti meno. Inoltre, se è apprezzabile la decisione di voler interloquire anche con chi la pensa diversamente, come un gruppo di persone che vota Front National o un ex-militante di estrema sinistra che è diventato di destra, non altrettanto si può dire del modo in cui vengono gestite queste scene: da un lato Cohn-Bendit si dimostra poco dialogante e troppo aggressivo (prevede che verrà il cancro allo stomaco a uno che dice di non volere immigrati), dall’altro sono tutte sequenze che si concludono sempre con un nulla di fatto. Certo, non si pretende che si arrivi alla conclusione di un discorso, o che si riesca a trovare la soluzione ai mille problemi del presente, ma si chiede che si arrivi almeno in maniera sensata alla fine di una scena. E allora si esce da La traversée con un senso di rimpianto e di amarezza, ma soprattutto con una domanda allarmante: sarebbe questo il cinema politico oggi?

Info
La scheda di La traversée sul sito del Festival di Cannes.
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