Troppa grazia

Troppa grazia

di

Commedia insolita e originale che affronta con un sorprendente realismo la realtà lavorativa odierna, Troppa grazia di Gianni Zanasi è un oggetto curioso quanto prezioso nel panorama del cinema italiano odierno. Film di chiusura della Quinzaine des Réalisateurs.

Lavorare è un miracolo

Lucia è una geometra che vive sola con sua figlia. Mentre si arrangia tra mille difficoltà, il Comune le assegna il compito di fare i rilievi su un terreno dove sorgerà una grande opera architettonica. Lucia si accorge che nelle mappe del Comune qualcosa non va, ma per paura di perdere l’incarico decide di non dire nulla. Il giorno dopo, mentre continua il suo lavoro, viene interrotta da quella che sembra una profuga. Lucia le offre 5 euro e riprende a lavorare. Ma la profuga le appare di nuovo e le dice: «Vai dagli uomini e dì loro di costruire una chiesa là dove ti sono apparsa…». [sinossi]

L’attuale crisi della commedia nostrana, con il suo cospicuo calo degli incassi, in atto già dalla passata stagione cinematografica, sta infine producendo effetti insperati: basta con i soliti conflitti nord/sud e destra/sinistra, largo invece a qualche idea più originale. Di recente infatti abbiamo visto emergere, all’interno dei codici del genere più frequentato dal nostro cinema, tematiche come il mancato pagamento dell’IMU da parte della chiesa cattolica (Io c’è) oppure ancora l’applicazione dell’economia capitalista all’interno di un gruppo di barboni (Io sono Tempesta), chissà che non sia venuto davvero il momento di ampliare il canovaccio comico abituale, e magari lasciare spazio a una “commedia d’autore” che resusciti il tanto sospirato “cinema medio”.
In attesa di scoprire quali saranno le sorti del nostro cinema, ecco approdare sulla Croisette Troppa grazia nuovo film di Gianni Zanasi, autore garbato, mai prono ai codici della commedia da box office e che tra alti (l’esordio con Nella mischia, Non pensarci) e bassi (il poco riuscito La felicità è un sistema complesso) ha portato avanti una sua poetica umanista accompagnata da uno sguardo curioso e personale, specie nel tratteggio di personaggi mai conciliati con la società che li circonda, imprevedibili quanto basta da renderli accostabili agli indimenticabili outsider del cinema americano della New Hollywood.

Selezionato come film di chiusura della Quinzaine des Réalisateurs, Troppa grazia possiede un indubbio appeal internazionale, e non solo perché di fatto si tratta di una co-produzione europea tra Italia, Grecia e Spagna, ma anche per il suo svilupparsi come una parabola che sfiora temi di rilevanza sociale cari al Vecchio Continente – il problema del lavoro e, seppur in maniera più suggerita, quello dell’immigrazione – senza restare però del tutto legato al qui e ora. Insomma, Troppa grazia si candida serenamente a remake e nuovi adattamenti in ogni latitudine del globo terraqueo.
La geografia, il paesaggio e le possibili ri-letture e re-interpretazioni da parte dell’uomo sono d’altronde al centro di questa storia, pronta a scivolare dal calcolabile all’incommensurabile, dal realismo sociale al soprannaturale.

Protagonista di Troppa grazia è una spettinata Alba Rohrwacher, madre single di una ragazza pre-adolescente, che si è da poco lasciata con il suo ultimo compagno (il solito, ruspante Elio Germano) e ora si barcamena come può. L’occasione d’oro le arriva quando il Comune decide di assegnarle il rilevamento catastale su un terreno, dove di lì a breve sarà edificata un’importante opera pubblica: L’Onda (una simil Nuvola di Fuksas), attesa manna dal cielo per una comunità locale bramosa di lavoro. Il tempo a disposizione non è molto, ma Lucia, questo il nome della protagonista, si accorge subito che qualcosa non va in quel campo, per ora, incolto, dal momento che le sue misurazioni non trovano corrispondenza nelle mappe catastali del Comune. Il suo collaboratore però la invita a soprassedere: meglio far finta di niente e “portarsi a casa la giornata”, il lavoro e la relativa remunerazione, d’altronde, servono a entrambi. La questione si complica però quando, proprio lì nel campo, appare a Lucia una giovane donna, da lei inizialmente identificata come una “giovane profuga” che le dice: «Va dagli uomini, ferma il cantiere, dì loro di costruire una chiesa dove ti sono apparsa». E le apparizioni continueranno, insistentemente, perché questa “madonna” (incarnata da Hadas Yaron) è piuttosto tenace e non esita anche a strattonare, tirare i capelli, trascinare malamente la povera Lucia, pur di essere ascoltata.

Non è tanto il plot basico, ovvero la riflessione sul cosa avverrebbe se la Madonna apparisse oggi, in una società poco propensa al soprannaturale e indaffarata con questioni relative al denaro e alla sussistenza quotidiana, il vero punto di forza di Troppa grazia, quanto il suo declinare con un realismo piuttosto crudo le dinamiche odierne del “lavoro”. Prestare la propria opera senza farsi troppe domande, in tempi rapidi, non “creare problemi”, incassare, dimenticarsi nel mentre ogni possibile problematica etica. In fondo è così che funziona da tempo, se si vuol lavorare: bisogna chiudere un occhio e mettere da parte il proprio orgoglio professionale. In questo Lucia è un personaggio esemplare della nostra epoca, e il fatto che sia una donna con figlia a carico la rende ancora più esposta ad andare incontro a situazioni di tal fatta. D’altronde, come le ricorda senza peli sulla lingua il suo datore di lavoro (il consigliere comunale incarnato da Giuseppe Battiston): lei è stata scelta per quel lavoro, proprio perché ne aveva bisogno, e le sue ristrettezze economiche si sposavano alla perfezione con le necessità di un progetto che forse non sta sorgendo sul terreno giusto.

Trascinato da dialoghi che non si fanno scrupoli di oscillare tra il ricercato e il trash – spassosa la battuta sulle donne “ovipare” contenuta nell’alterco con Elio Germano che apre il film, così come la dichiarazione: «Non è un miracolo, sono le fogne» presente più avanti nel racconto – Troppa grazia, al di là dell’esposizione della sua idea centrale, carbura però lentamente, relegando l’azione vera e propria negli ultimi venti minuti di film e temporeggiando in alcune sequenze tutto sommato esornative. Nonostante infatti siano il frutto proprio di quell’afflato umanista che da sempre caratterizza il cinema di Zanasi, le brevi scene dedicate a presentarci il padre di Lucia o le problematiche sportive (la ragazza tira di scherma) e relazionali della figlia, risultano digressioni accessorie, che anziché arricchire il discorso (sulla fede nei miracoli, sul lavoro) scivolano verso altre direzioni, che non hanno poi alcuno sbocco.
Dal canto suo, Zanasi panoramica entusiasta intorno alla sua protagonista, carrella rapido su architetture di ieri (i portici) e di oggi (le villette a schiera) si intrattiene sarcastico nell’osservare situazioni sospese tra il realistico e il grottesco.

È un oggetto insolito Troppa grazia, magari imperfetto, ma vitale, coraggioso e a tratti assai spassoso. Un film che scardina le coordinate usuali della commedia e si spera contribuisca a mutare il paesaggio del cinema nostrano.

Info
La pagina dedicata a Troppa grazia sul sito della Quinzaine.
  • troppa-grazia-2018-gianni-zanasi-01.jpg
  • troppa-grazia-2018-gianni-zanasi-02.jpg
  • troppa-grazia-2018-gianni-zanasi-03.jpg

Articoli correlati

  • In sala

    Io sono tempesta RecensioneIo sono tempesta

    di Un buono spunto e uno sviluppo incerto, anche Io sono Tempesta di Daniele Luchetti cade nell'incancrenito problema della commedia italiana odierna. La vittima principale poi, è sempre quella: il grottesco, rimpianto e costantemente rimosso dal nostro cinema, anche quando sembra cercarlo.
  • In sala

    Io c'è RecensioneIo c’è

    di Dopo i toni stralunati e minimali di Orecchie Alessandro Aronadio si trova a dover maneggiare con Io c'è una commedia mainstream, con un cast di prim'ordine e una produzione esigente; il risultato è un Frankenstein scombinato, che si agita tra atteggiamenti iconoclastici e scelte fin troppo banali e prevedibili.
  • Torino 2015

    La felicità è un sistema complesso

    di Commedia sul capitalismo etico, storia d'amore interculturale, messa alla berlina della gerontocrazia imperante. La felicità è un sistema complesso ha numerosi obiettivi, ma non ne centra in pieno nessuno. In Festa Mobile al TFF 2015.
  • Archivio

    Non pensarci RecensioneNon pensarci

    di Il cinema di Gianni Zanasi è una boccata d'ossigeno per la produzione italiana. Lo dimostra anche Non pensarci, presentato a Venezia nel 2007.
  • Festival

    Cannes 2018Cannes 2018

    Si parte con Todos lo saben di Asghar Farhadi, per poi dividersi nei mille rivoli della sezioni ufficiali (Compétition, Un Certain Regard, Hors Compétition...) e delle sezioni parallele, spesso più fertili e intriganti (Quinzaine, Semaine, ACID). Senza dimenticare le certezze di Cannes Classics e Cinéma de la plage. Tanto, tutto, troppo.

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento