Burning

Burning

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A otto anni da Poetry, Lee Chang-dong torna alla regia con Burning, presentato in concorso al Festival di Cannes 2018. Un oggetto strano, sfuggente, che si presta a diverse letture: un film di contrapposizioni e di scrittura (sulla scrittura), di amori impossibili, di colpe da espiare, di tasselli che non troveranno mai una definitiva collocazione. Burning resta e ci lascia in sospeso, mettendoci di fronte a intricate questioni.

Il pozzo

Durante una consegna, Jong-su, un giovane corriere, s’imbatte per caso in Hae-mi, una ragazza che viveva nel suo stesso paese. Iniziano a frequentarsi e lei gli chiede di prendersi cura del suo gatto durante un viaggio in Africa. Al suo ritorno, Hae-mi si presenta con Ben, un ragazzo ricco e un po’ misterioso che ha incontrato durante il suo viaggio. Un giorno, Ben rivela a Jong-su un hobby molto strano… [sinossi]

Ci ha messo otto anni per tornare. Troppi. Lee Chang-dong è scrittore, sceneggiatore, regista, docente, uomo politico e tutto quel che segue. Una pluralità di impegni e talenti che si riflette nel suo cinema. A due livelli. Per il primo basta scorrere la sua filmografia: protagonista fin dai primi vagiti della New Wave, Lee esordisce nel 1997 con Green Fish e inanella due opere fondamentali del cinema sudcoreano contemporaneo, Peppermint Candy (2000) e Oasis (2002). Poi una pausa di cinque anni. Quindi Secret Sunshine (2007) e Poetry (2010). Altra lunga pausa. Ed eccoci finalmente a Burning, in concorso al Festival di Cannes 2018.
Il secondo livello è nella pluralità di sguardi, di analisi, di narrazione. Burning osserva e racconta la società della Corea del Sud, tendendo però un orecchio verso il Nord; si focalizza sulle nuove generazioni, ma tratteggia anche i genitori, presenti o assenti; mette al centro della storia due personaggi maschili, ma ci parla (anche e soprattutto) della condizione delle giovani donne sudcoreane; contrappone classi sociali, luoghi, paesaggi. E nell’accumulare e stratificare, sia narrativamente che nella messa in scena, gioca di sottrazione. Non un paradosso, ma la capacità non comune di essere essenziali, di saper concentrare in una sequenza, se non in una sola inquadratura, il crescendo inarrestabile della componente thriller (l’inquadratura in cima alla collina, accanto al lago, con la macchina a celare Jong-su alla vista di Ben) o le contraddizioni dell’amore e dei rapporti interpersonali.

Burning è un oggetto strano, sfuggente, che si presta a diverse letture. Sul piano morale, ad esempio, Lee ci costringe a ricalibrare continuamente il punto di vista sui (e dei) tre ragazzi. Un po’ come il micio che c’è o non c’è. Come il pozzo: fantasia lontana, ricordo offuscato o metaforica verità? Quanto valgono le parole, i ricordi e persino quello che vediamo? A chi dobbiamo credere? A chi decidiamo di credere? Si può credere a una madre che ha la consistenza di un fantasma e che sembra incarnare tutti i difetti di una cinica vegliarda imbevuta di consumismo? Intanto, dalle montagne, la propaganda del Nord continua a farsi sentire…
Volendo sovrapporre lo scrittore Lee all’aspirante scrittore Jong-su, protagonista di questa storia, ci si trova impantanati in una ammissione del ragazzo, in stallo creativo, incapace di comprendere il mondo. E quindi di raccontarlo. Che è esattamente quello che Burning, attraverso le immagini, riesce a fare.

Forse l’aspetto più sorprendente di Burning è il suo bruciare lento, questa combustione che continua dopo la proiezione. Che resta dentro come un tarlo. Come quel pozzo, che forse c’era. E che forse ha inghiottito qualcuno. Come il gatto – quale gatto? Di Burning ci restano impressi alcuni gesti, alcuni sguardi, dettagli e parole. Immagini. Immagini che a volte ci raccontano una verità che abbiamo già costruito: i gioielli nel cassetto del bagno, l’orologio di Hae-mi. Ma anche il lago, la serra bruciata (o no?), l’abbraccio di Ben.
E l’amore? Burning mette in scena un triangolo amoroso spiazzante, sempre a un passo dal deflagrare – la sequenza di Hae-mi che si spoglia e danza, ipnotica come i roghi che tormentano i sogni di Jong-su. Un triangolo amoroso senza amore. Anzi, in cui l’amore svanisce, restano solo i riflessi della passione, degli ormoni. Ed è inutile cercarlo/a. Contrapposizioni e slittamenti: non solo il ricco Ben e il povero Jong-su, il consumatore seriale e l’aspirante intellettuale, ma anche (e soprattutto) due ragazzi e una ragazza. Quasi due classi sociali. La Corea del Sud «non è un paese per donne». Hae-mi non sarà mai abbastanza, non sarà mai al posto giusto: non è ricca, non è abbastanza bella, non è mai amata.

Allargando a macchia d’olio le suggestioni del racconto Barn Burning di Murakami, Lee Chang-dong coglie alcune ossessioni della contemporaneità, in primis l’instabilità delle nuove generazioni, da Jong-su e Hae-mi che non hanno reali prospettive a Ben, quasi una versione sudcoreana del Patrick Bateman di Bret Easton Ellis. Da un lato, l’indeciso e respingente Jong-su. Dall’altro, l’avvolgente Ben. In mezzo, la fragile Hae-mi. E noi che continuiamo a vedere il fuoco e pensare al pozzo.

Info
Il trailer originale di Burning.
La scheda di Burning sul sito di Cannes 2018.
La scheda di Burning sul sito del Kofic.
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