Raptor

Serrato e lucidissimo, Raptor di Felipe Gálvez, cortometraggio presentato alla Semaine de la critique, è un vero e proprio monito lanciato a un’umanità la cui aggressività trova origine, come sempre accade, da insoddisfazioni di natura economica. Su Festival Scope fino al 27 maggio.

Presunto innocente

Ariel ferma, durante la sua corsa, un adolescente accusato di aver rubato un cellulare. La folla circonda il giovane, lo insulta o lo colpisce, altri lo difendono. La polizia non arriva. Ariel deve scegliere da che parte stare.
Fino a domenica 27 maggio si può vedere Raptor gratuitamente sul sito di Festival Scope a questo link.
Gli altri film della selezione, invece, si possono vedere a questo link.

Il cinema cileno è di certo già da tempo tra i più interessanti e più apprezzati, specie in eventi festivalieri, occasioni imperdibili dove, accanto ai nomi più celebrati di Pablo Larraín e Sebastián Lelio (premio Oscar proprio quest’anno con Una donna fantastica) è possibile scoprire anche nuovi autori, come accaduto ad esempio lo scorso anno alla Semaine de la critique con l’ottimo Los perros di Marcela Said.
Fa piacere dunque trovare la stessa lucidità di sguardo e la medesima ferocia nel tratteggio delle umane piccolezze dei registi su citati anche nel cortometraggio Raptor firmato da Felipe Gálvez e presentato proprio alla Semaine di Cannes 2018.

Visibile fino al 27 maggio sulla piattaforma Festival Scope (qui il link), Raptor è un corto che evita di cimentarsi con la forma narrativa – cosa che talvolta dà adito a paradossali lungometraggi compressi in pochi minuti o, peggio, alla famigerata struttura a “barzelletta” con colpo di scena finale – e predilige invece lavorare sulla sua potente metafora sociale.

Vero e proprio monito lanciato a un’umanità sempre pronta a giudicare – e in questo i social network e gli smartphone più che fungere da valvola di sfogo sembrano spesso aggravare la situazione – Raptor segue il percorso urbano di un uomo qualsiasi, Ariel, che passa dall’interno di un lustro centro commerciale (molto bella l’idea di utilizzare, nella prima inquadratura, l’ascensore a vetri come fosse un dolly) per poi uscire in strada. Qui si ritrova per caso a bloccare un ragazzo in fuga, perché accusato di aver rubato il cellulare a una ragazzina. Tenuto faccia a terra proprio dal protagonista, secondo il protocollo dello sbirro più intransigente, il ragazzo subisce prima gli improperi del suo inseguitore, che si riprende il cellulare, poi le grida e i commenti dei passanti, che sullo sfondo, ergendosi a giudici, lo condannano o lo difendono, infine, incatenato a un palo della pubblica piazza, sarà sottoposto anche alle sevizie di un inquietante reazionario. Solo una ragazza cercherà di difendere il presunto ladro, mentre la polizia tarda ad arrivare.

Girato, in perfetta coerenza con il suo ritmo da pedinamento neo-neo realista, tutto con macchina a mano, Raptor è soprattutto un’incalzante indagine su una varia umanità, la cui aggressività trova origine, come spesso accade, da insoddisfazioni di natura economica. “Io lavoro tutto il giorno”, “le tasse sono troppo alte perché ci sono persone che rubano”, “mancano i servizi perché ne usufruiscono anche le persone che rubano” hanno grossomodo questo tenore le frasi gridate dai vari passanti, pronti ad aderire alla semprevalida legge del taglione nella speranza di emendare così la società da ogni male. È semplice e al tempo stesso forte, immediata la parabola morale cui Felipe Gálvez ci invita ad assistere, e oltretutto lo fa chiamandoci in gioco, attraverso la scelta di un formato stretto al centro dello schermo, a simulare lo smartphone di uno dei passanti, e allo stesso tempo, il nostro sguardo di voyeur. Inutile tirarsi indietro, forse quel cellulare lo stiamo tenendo proprio noi tra le mani.

Info
La scheda di Raptor sul sito della Semaine.
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