L’uomo che uccise Don Chisciotte

L’uomo che uccise Don Chisciotte

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L’uomo che uccise Don Chisciotte è il testamento in vita di un regista che ha combattuto per anni contro i mulini a vento/giganti, ed è costretto a fronteggiare una realtà deridente e crudele. Gilliam dà vita a una creatura deforme e sbalestrata, quasi commovente nella sua tragicità in-volontaria. Film di chiusura, tra mille discussioni, al Festival di Cannes.

L’ultimo cavaliere

Toby, un giovane regista pubblicitario cinico e disilluso, si ritrova prigioniero delle folli illusioni di un vecchio calzolaio spagnolo convinto di essere Don Chisciotte. Imbarcatosi in un’avventura sempre più surreale, Toby è costretto a fronteggiare le conseguenze tragiche di un film che realizzò quand’era un giovane idealista: quel piccolo film da studente che traeva ispirazione da Cervantes ha cambiato per sempre i sogni e le speranze di un piccolo paesello spagnolo. Sarà in grado Toby di ritrovare un po’ di umanità? E Don Chisciotte sopravviverà alla sua follia? [sinossi]

L’uomo che uccise Don Chisciotte ha chiuso il Festival di Cannes quando la stragrande maggioranza degli accreditati aveva oramai abbandonato la Croisette: in una Salle Debussy semivuota – rarità assoluta – lo schermo ha dapprima rimandato l’intera cerimonia di chiusura per poi proporre, a un pubblico sfribrato da due settimane di festival e un’ora e mezza di ringraziamenti dei vincitori (con tanto di fuori programma canoro della strana coppia Sting/Shaggy), la visione di quello che è forse il film più discusso della kermesse. Più ancora dello “scandaloso” Lars von Trier di The House That Jack Built, più ancora della presenza in concorso di Jean-Luc Godard con Le livre d’image. Anche il film di Terry Gilliam avrebbe dovuto partecipare al concorso, in un primo momento, quando ancora non era scoppiata la grana legale che ha visto contrapporsi a L’uomo che uccise Don Chisciotte nientemeno che Paulo Branco, che fu uno dei promotori dell’ennesimo ingresso in pre-produzione del film, nel 2016. Probabilmente Gilliam non userebbe più nei suoi confronti le parole di stima e affetto che pronunciò proprio sulla Croisette due anni fa. Ma questa è un’altra storia, l’ennesimo intralcio incontrato sul suo percorso da un’opera sfortunatissima, ideata per la prima volta venticinque anni fa e poi sempre rimandata, tra set distrutti, decessi, perdite dei diritti sulla sceneggiatura, e cronica e immancabile mancanza di denaro. L’uomo che uccise Don Chisciotte è un film che sembrava non poter esistere, l’infinito interminabile inconcluso parto di una mente creativa, il doppione ideale del Don Quixote di Orson Welles, abbandonato in fretta e furia in Italia e poi finito nell’oblio di un mondo del cinema corrotto e privo di cavalieri. Esiste una letteratura sterminata per avvicinarsi dunque a questo film, che sembra testamentario fin dall’elenco di coloro che non hanno portato a termine l’opera (su tutti Jean Rochefort e John Hurt, deceduti entrambi nel 2017), e che si sviluppa lungo oltre due decenni, attraversando stili, epoche produttive, idee stesse di cinema.

Forse anche per questo L’uomo che uccise Don Chisciotte acquista sullo schermo le strane sembianze di un gigante nano, triturato da un’ambizione sfrenata e incontrollabile, ma allo stesso tempo minuto, quasi terrorizzato della sua stessa libertà. Non ha vincoli, il film di Terry Gilliam, e non ha padroni ideali. Neanche lo stesso regista sembra dominarlo. Ruotando tutto attorno al tema del doppio, e della possibilità di un’infinita sequela di don chisciotte – c’è il personaggio letterario, quello messo in scena per uno spot pubblicitario, quello che il regista Toby avrebbe voluto raccontare nel suo film da studente di cinema, quello che il povero calzolaio interpretato da Jonathan Pryce crede effettivamente di essere, e quello che potrebbe diventare lo stesso Toby, a lungo andare – e di Sancho Panzo, Gilliam moltiplica le suggestioni sul confronto fin troppo facile tra verità e menzogna, tra illusione e realtà. Tra realtà concreta e realtà percepita, anche. Creatura pluri-cefala, L’uomo che uccise Don Chisciotte è quasi uno scherzo, la sobillante frenesia anarcoide di un regista che crede in maniera spietata e totale nelle potenzialità dell’immaginario.
Così facendo crolla lui stesso sotto il peso delle fantasie che articola sul set, svelando la vera identità del film: un’autobiografia, come già in Parnassus, del suo essere padrone e schiavo di sé e della propria inventiva. È Gilliam il vero Don Chisciotte. È Gilliam a lanciarsi con l’arma in resta contro i mulini a vento, contro quei giganti/produttori che non esistono neanche nella realtà. O forse sì, ma non con quelle sembianze. È sempre Gilliam a sognare l’amore e la virtù di Dulcinea/cinema, pura ed eterea come una donzella d’altri tempi, tempi che non sono mai stati vissuti ma vengono eternamente rimembrati con fare melanconico.

Tracima, L’uomo che uccise Don Chisciotte, e si avvia come a cavallo di Ronzinante verso il disastro, verso l’orrido in cui non potrà far altro che precipitare. Sconclusionato, imperfetto, sbavato, il film è quasi irreale nella sua tragica incapacità di invertire la rotta, di cercare il punto d’aggancio. Le idee si srotolano e volano via dalla finestra sfracellandosi al suolo. L’età di Adam Driver è del tutto fuori luogo rispetto all’idea che molti anni prima possa essere stato un regista idealista oramai corrotto dall’obesa opulenza del mercato. Tutto sembra sbalestrato, impreciso, a tratti perfino clamorosamente raffazzonato – come quella steadycam che Nicola Pecorini non ha mai utilizzato in modo così goffo e incauto –, danza nevrotica che serve a occultare il cadavere di Gilliam/Chisciotte, cavaliere senza macchia e senza paura che non è più adatto al tempo contemporaneo e non riesce a farsene una ragione. Anche per questo si prova una naturale tenerezza per il film, e si arriva a sentire il dolore per un cataclisma così abnorme, per una vita passata a rincorrere il sogno di una produzione fallimentare. Il più grande gesto d’amore per un’ossessione che diventa – o forse è sempre stata – autodistruzione. “I’ll send an SOS to the world”, cantava Sting sulla montée des marches pochi minuti prima che iniziasse il film; anche quello di Gilliam assume i contorni del grido d’aiuto, del rantolo immerso nella polvere. Ma forse è l’unico modo in cui un uomo d’altri tempi come Gilliam può ancora affrontare il reale, e non farsi uccidere da esso. Come dice Sancho “Non muoia, signor padrone, non muoia. Accetti il mio consiglio, e viva molti anni, perché la maggior pazzia che possa fare un uomo in questa vita è quella di lasciarsi morir così senza un motivo, senza che nessuno lo ammazzi, sfinito dai dispiaceri e dall’avvilimento. Su, non faccia il pigro, si alzi da questo letto, e andiamocene in campagna vestiti da pastori come s’è fissato, e chi sa che dietro a qualche siepe non si trovi la signora Dulcinea disincantata, che sia una meraviglia a vedersi”.

Info
Il trailer di L’uomo che uccise Don Chisciotte.
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