End of Justice – Nessuno è innocente

End of Justice – Nessuno è innocente

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Con End of Justice – Nessuno è innocente, Dan Gilroy fa un evidente passo indietro rispetto al suo esordio, in uno sbiadito legal thriller che troppo si appoggia alla prova di Denzel Washington.

Etica in nero

Roman J. Israel è un avvocato eccentrico e idealista, che si trova a dover lavorare per un nuovo studio quando il suo socio muore improvvisamente a causa di un malore. Al legale viene assegnato un complesso caso di omicidio, che si complicherà ulteriormente quando il suo assistito si dichiarerà disposto a testimoniare contro il complice in fuga… [sinossi]

Nel suo esordio dietro la macchina da presa, dopo un’interessante e variegata carriera di sceneggiatore (iniziata negli anni ‘90 col fantascientifico Freejack – In fuga nel futuro), Dan Gilroy aveva offerto nel suo Lo sciacallo – Nightcrawler un convincente trattato, in forma di thriller, sull’etica individuale (e sul suo progressivo annullamento) in un contesto come quello del giornalismo audiovisivo in cui l’etica stessa, e i suoi confini, risultano più che mai fluidi. Proseguendo su una linea in parte analoga, ma spostando il suo punto di vista sul mondo della tutela legale (oggetto, per sua natura, di una continua tensione tra morale individuale, sociale e giuridica) Gilroy prova a bissare i riconoscimenti ottenuti per il suo esordio con questo End of Justice – Nessuno è innocente. Un legal thriller in cui, ancora una volta, è un singolo personaggio a essere messo sotto la lente d’ingrandimento del regista (scelta rimarcata fin dal titolo originale, Roman J. Israel, Esq., che unisce nome e “appellativo” del protagonista); e in cui, ancora una volta, si respirano un vigore e una voglia di indagine e divulgazione sociologica che rimandano a quel cinema di impegno civile che, negli anni ‘60 e ‘70, univa la tensione innovativa della New Hollywood alle istanze civili ferventi nel corpo della società americana.

Il punto di vista dello script, qui, è quello di un personaggio che finisce per concentrare su di sé, e sulle sue dinamiche interne, gran parte del focus del racconto, nonché dell’attenzione dello spettatore: un risultato in parte dovuto alla notevole, ma per molti versi “ingombrante” interpretazione di Denzel Washington (che ha ottenuto per il ruolo una candidatura all’Oscar), in parte alla stessa concezione del personaggio, per molti versi più problematico e difficile da gestire di quello interpretato, nel film precedente, da Jake Gyllenhaal. L’avvocato col volto di Washington è una sorta di freak, un corpo estraneo all’interno del contesto in cui si muove, autocondannatosi all’isolamento a causa del suo rigido e inflessibile idealismo. Un personaggio contrassegnato da un atteggiamento “autistico” nei confronti della realtà e dei rapporti sociali (nel film si fa un breve cenno a una non meglio identificata sindrome del savant), tanto abile nelle abilità mnemoniche quanto incapace di costruire legami, penalizzato da una disarmante sincerità che lo fa apparire spocchioso e respingente. Un carattere reso dal protagonista con una prova di notevole intensità espressiva e fisica (le peculiarità del personaggio sono evidenti fin dalle sue movenze), che tuttavia rischia a più riprese di debordare fuori dai suoi confini, invadendo le altre istanze e lo stesso equilibrio del racconto.

In questo senso, la stessa apertura del film (una sorta di requisitoria del protagonista contro se stesso, propedeutica a un successivo, lungo flashback) compie una scelta significativa, nel segno di un’indagine psicologica che tuttavia necessitava di essere ben integrata in una struttura che resta quella di un legal thriller. È proprio in questa integrazione, in primis, che End of Justice – Nessuno è innocente difetta. I 129 minuti di durata del film (troppi, per la scarsa densità di eventi che contraddistinguono la sceneggiatura) vedono per tutta la prima ora un intreccio praticamente immobilizzato, tutto subordinato alle oscillazioni umorali del protagonista e al lento evolversi della sua situazione lavorativa e personale (in cui viene infilato anche un velleitario accenno di love story); situazione che subisce poi un’accelerazione un po’ pretestuosa verso un rovesciamento di prospettiva, con l’adozione da parte del personaggio di un punto di vista specularmente opposto sulla realtà (propedeutico, a sua volta, all’evoluzione del – debole – intreccio thriller). Le componenti che nel film precedente venivano ben amalgamate, in una narrazione che aveva l’ineluttabilità dei migliori racconti noir, restano qui slegate tra loro e procedenti ognuna per proprio conto: da una parte l’indagine psicologica, dall’altra quella sociale e concentrata sulla tensione tra etica pubblica e privata, e infine la componente noir, ridotta qui, quasi, alla stregua di materiale da cortometraggio.

In tutto ciò, Gilroy conferma il suo sguardo privilegiato sugli ambienti popolari della metropoli losangelina (qui plasticamente giustapposti all’asettica location che circonda la nuova residenza del protagonista), ben catturati dalla fotografia sgranata, anch’essa contrassegnata da un mood tipicamente seventies, di Robert Elswit. Se la progressione del racconto, stanca e dagli snodi narrativi piuttosto meccanici, conduce a una conclusione tutt’altro che imprevedibile, resta l’amaro in bocca per le potenzialità che il soggetto spreca: non solo per la notevole prova del protagonista, che necessitava di essere calata in un intreccio più consistente e con essa armonizzato, ma anche per le accennate riflessioni che lo script mette in campo, interne ed esterne a una professione come quella dell’avvocato, concentrate sul carattere relativo dell’etica (e delle “sentenze” che questa pronuncia) e sulla sua interpretabilità. Suggestioni solo enunciate, in un lavoro in cui stavolta il regista non è riuscito a trovare un convincente equilibrio (innanzitutto narrativo) tra le istanze che lo muovono.

Info
Il trailer di End of Justice – Nessuno è innocente.
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