Pom Poko

Pom Poko

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Con Pom Poko Isao Takahata firma, partendo da un’idea di Hayao Miyazaki, una delle sue opere più ambiziose e senza dubbio quella più scopertamente politica. Un inno guerrigliero ambientalista e che guarda con preoccupazione le derive capitaliste del Giappone contemporaneo, ma anche un’elegia dimessa e dolorosissima su un mondo destinato a scomparire. Gli eroi sono i paffuti e orchitici tanuki, i cani procione che tanta parte hanno nell’immaginario folklorico giapponese.

La grande guerra dei tanuki

La speculazione edilizia colpisce anche la collina di Tama, alla periferia di Tokyo. I tanuki che vi vivono non hanno però intenzione di cedere con tanta facilità all’usurpazione del territorio, e iniziano una resistenza prima con le buone, per poi passare a metodi più energici. La grande guerra contro la cementificazione. [sinossi]

Visto con sguardo retrospettivo Pom Poko assume, all’interno della filmografia di Isao Takahata, un ruolo centrale. In una carriera artistica che di lì ai due decenni successivi diraderà non solo la sua effettiva presenza – i lungometraggi successivi a Pom Poko diretti da Takahata saranno solo due, I miei vicini Yamada e La storia della principessa splendente – ma anche il tratto del disegno, semplificandolo all’apparenza e rifuggendo dai contorni troppo definiti, questa storia di rivendicazione e di lotta al sopruso del contemporaneo sembra quasi l’ultimo vero punto di contatto tra l’arte di Takahata e il sistema cinematografico nipponico. Nel 1994 i tanuki grassocci ma combattivi conquistarono il botteghino in patria, primeggiando di gran lunga nella classifica degli incassi con 2,6 miliardi di yen guadagnati [1]: l’ennesimo trionfo dello Studio Ghibli, una dimostrazione di forza che appare però quantomai sorprendente, alla luce del lavoro portato a termine da Takahata. Per quanto le figure tondeggianti dei tanuki, i cani procione che tanta parte occupano nel pantheon folklorico dello shintoismo e nelle tradizioni nipponiche, possano far ipotizzare strette convergenze tra questo film e precedenti incursioni dello Studio Ghibli nel fantastico e nel mostruoso – inteso nel senso etimologico del termine – la realtà è che Pom Poko fu un’avventura miracolosa, il punto d’incontro tra esigenze mainstream (ridotte al lumicino), scelte autoriali e la coraggiosa volontà di allestire un film d’animazione che si immergesse nel dibattito politico, solleticando alcuni nervi scoperti a livello sociale.

Il titolo originale di Pom Poko è 平成狸合戰ぽんぽこ, vale a dire Heisei tanuki gassen Ponpoko: la traduzione letterale suonerebbe come “Pom Poko, battaglie tanuki dell’era Heisei”. Per uno spettatore occidentale sono ben tre i termini che possono risultare ostici: Pom Poko, tanuki e Heisei. Sui tanuki si è già avuto modo di soffermarsi, così come sul riferimento diretto alla cultura giapponese arcaica. Pom Poko è un’onomatopea, che richiama il rumore prodotto dalle pance e dai testicoli del tanuki quando vengono percossi come tamburi. Il vero punto che val la pena approfondire è il riferimento all’era Heisei. L’era Heisei (che si può tradurre con “Pace ovunque”) è quella dell’imperatore Akihito, che ascese al trono dopo la morte del padre Hirohito nel 1989; è dunque l’era del Giappone attuale, con il continuo e graduale riposizionamento della nazione nell’asse geopolitica internazionale. È l’era delle grandi edificazioni, della nuova industrializzazione, del tentativo – mai sopito – di riaprire le porte all’armamento non più solo in ottica difensiva. Akihito è il primo imperatore salito al trono senza rivendicare ascendenze divine (per via del ningen-sengen, la cosiddetta “Dichiarazione della natura umana dell’imperatore” promulgata da suo padre Hirohito dopo la sconfitta mondiale del 1945), ed è il padre di un Giappone pieno di contraddizioni, ben riassunte nel nome dato alla propria “era”, pace ovunque.
Non c’è pace per i tanuki della collina di Tama, alla periferia di Tokyo. Non ci può essere pace per questi animali, non più venerati in un’epoca che ha abbandonato lo shintoismo e che ora rischiano anche di perdere l’habitat naturale, per via della cementificazione selvaggia. Il film prende l’abbrivio su una nenia infantile che recita “Signor tanuki, signor tanuki, vuoi uscire a giocare con noi? Oh, vedo che stai mangiando. Cosa stai mangiando? Delle prugne saporite? Lasciamene un boccone. Oh, sei un po’ troppo avido!”. L’avidità però non è dei tanuki, che forse potranno anche mangiare tutte le prugne, ma nella loro gioiosa vitalità non andrebbero mai oltre lo sberleffo. La verità è che il tanuki ha il potere, come le volpi (“kitsune”) di trasformarsi in un uomo, traendolo dunque in inganno. Ma la sua forma umana, per quanto impeccabile da un punto di vista estetico, non gli concederà mai la ferale crudeltà di cui è proprio l’uomo, la sua innata capacità di distruggere, di possedere, di utilizzare a proprio piacimento le risorse comuni.

Nell’ingenuità e nella goffaggine del tanuki, nella sua voglia di ballare e cantare, di fare festa, c’è già il segno indelebile della sua sconfitta. La sua figura archetipica non ha più spazio nel Giappone di fine millennio. Takahata, che già aveva messo in scena il tanuki in Goshu il violoncellista (dove l’apparizione in scena della bestiola, fin dalla schermata della produzione, segnava uno scarto nell’immaginario animato nipponico di potenza deflagrante), ne racconta con cupa vividezza la scomparsa. È un inno alla ribellione, Pom Poko, e alla lotta per la rivendicazione dei propri diritti – con evidenti rimandi alle grandi manifestazioni di piazza che accompagnarono il percorso democratico del Giappone, come quelle contro i rapporti politici e commerciali con gli Stati Uniti d’America – ma è allo stesso tempo anche un’elegia dimessa su un’estinzione che pare pressoché inevitabile. Il tanuki può resistere nella sua addolcita forma “ghiblesca”, o in una più ferrea stilizzazione – come avviene soprattutto nelle scene di combattimento – ma non ha più appigli nel reale. Non esiste al di fuori di Pom Poko. Non può esistere più in un Giappone dominato dal liberismo economico, devastato dall’avanzata del Capitale. Nell’antimodernismo di Takahata non si deve leggere una negazione della realtà, né la melanconia verso un passato imperiale e bellico; tutt’altro, vi si deve leggere uno sguardo in direzione di un non-luogo pacificato in cui la tradizione non ostacola mai il vivere quotidiano, e la sua gioia. Come nell’occhio denso di lacrime della Principessa che vede allontanarsi la Terra mentre viaggia in direzione della Luna nel finale di Kaguya-hime no monogatari, così esiste sempre uno strappo tra il sogno del reale e il reale stesso. Nel sogno, istante onirico che è percepibile e si può vivere con intensità, è ancora concesso il superamento delle barriere. Si può ancora vincere. Ma è la realtà con la quale è necessario fare i conti.

Takahata, che lavora alla sceneggiatura partendo da una suggestione di Hayao Miyazaki, si lancia nella messa in scena in una danza buffa, macabra, grottesca e tragica allo stesso tempo: Pom Poko, nella sua eterna lotta tra folklore ed era contemporanea, natura e desiderio d’espansione tecnologica dell’uomo, vive di molteplici anime, racchiuse in un’opera ricca, stratificata, leggibile in ogni istante su più livelli. L’aspetto fantastico del film, a partire dai pelosi e tondeggianti protagonisti, è solo una patina che sembra alleviare il trauma di un racconto disperato e disilluso. Le ruspe scavano le colline lasciando solo terra brulla e inospitale, le forze dell’ordine in assetto anti-sommossa si scagliano senza remore contro i tanuki, colpendoli con i manganelli.
L’unica arma che rimane ai tanuki, battaglieri e combattivi fino alla fine, è quella dell’illusione, della trasformazione: ma né la loro forma umana né la parata degli spettri – una delle sequenze più immaginifiche dell’intero cinema di Takahata – possono scalfire fino in fondo una società che ha fatto dell’illusione e dell’immateriale la propria essenza. Il Giappone dell’era Heisei vince, trionfa sul debole, ne schiaccia il passato, evira l’orchitico potere innato di un’archetipo che non ha più valore narrativo, ma solo vaga incoscienza iconica. Certo, permane la flebile speranza in un futuro che doni di nuovo la possibilità ai tanuki di ballare nei prati nella loro forma originaria, animale. Ma è un sogno ad occhi aperti. La Terra una volta di più si allontana, facendosi piccola piccola. “Il passato è afflosciato, il presente è un mercato”…

NOTE
1. Al secondo posto si piazzò Godzilla vs. Mechagodzilla di Takao Okawara, e al terzo il quarantaseiesimo capitolo della saga dedicata a Tora-san e diretta da Yōji Yamada.
Info
Il trailer di Pom Poko.
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