Confortorio

Confortorio

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Potere e individuo, l’enigma della giustizia, la violenza esplicita e implicita come regolatore storico universale. Confortorio di Paolo Benvenuti è testimone di un’idea di cinema rigoroso e francescano, coerente e lontano da compromessi. In dvd per General Video e CG.

Roma, 1736. Angeluccio e Abramo, due ladruncoli di fede ebraica, sono imprigionati e condannati a morte. Di loro si prendono cura i “confortatori”, membri della Confraternita della Misericordia di San Giovanni Decollato, preposti al sostegno morale dei condannati prima della loro esecuzione. Subito l’istituto del conforto si traduce in un pressante tentativo di convertire Angeluccio e Abramo alla fede cattolica, per garantire loro la salvezza dell’anima. Ma i due condannati mostrano una rocciosa determinazione a non abbandonare la propria fede… [sinossi]

La ricerca cinematografica di Paolo Benvenuti si muove lontana dalla ribalta e dalle correnti. Il suo è un percorso appartato, da “autoesiliato” rispetto a linguaggi convenzionali ed esperienze in serie. In una filmografia scarna e dilatata nel tempo, che in quanto a lungometraggi al momento si ferma al bel Segreti di Stato (2003) e all’esperimento di Puccini e la fanciulla (2008), è possibile rintracciare almeno un fil rouge che tiene insieme cimenti diversi: il rapporto tra individuo e Potere, dove per individuo si possono intendere singole figure o interi corpi sociali che si scontrano con meccanismi oscuri e schiaccianti. In genere tale Potere acquisisce forme fortemente costituite, dalla caccia all’uomo contro il brigante Tiburzi (per l’appunto, Tiburzi, 1996) alla caccia alle streghe di Gostanza da Libbiano (2000), alle fosche trame nazionali e internazionali del caso Giuliano-Pisciotta (Segreti di Stato, 2003). In questo percorso trova un proprio posto anche il confronto col potere religioso, forma al contempo assoluta e contingente che rende concreto l’astratto, che trasforma in strumento politico e operativo addirittura la Fede.

Qui si colloca il nucleo pulsante di Confortorio (1992), opera seconda di Paolo Benvenuti che General Video e CG recuperano meritoriamente dall’oblio e dall’invisibilità. Film di pregnante essenzialità espressiva, stretto in appena 79 minuti di montaggio definitivo, Confortorio s’ispira a una vicenda realmente accaduta, andando a rievocare i casi di due ebrei che a Roma nel 1736 si trovano condannati a morte per furto e affidati alle cure dei “confortatori”, membri della Confraternita della Misericordia di San Giovanni Decollato alla quale era assegnato il preciso compito di confortare i condannati prima della loro esecuzione. Trovandosi di fronte a due prigionieri di fede ebraica, l’istituto del conforto si traduce ovviamente in tentativo pertinace di riportarli sulla “retta via” della fede cristiano-cattolica. Ma i due, Angeluccio e Abramo, si oppongono strenuamente, ricorrendo pure alla provocazione e al sarcasmo.
Raccontando dunque di una fallita conversione, che almeno nella figura del narratore trova un’accorata partecipazione, Benvenuti espande la portata della sua riflessione su un’ampia scala, che dal rapporto potere religioso/individuo si allarga in primo luogo a potere contingente/individuo fino a sfondare in una dicotomia assoluta. Ne sono prova l’estrema stilizzazione della messinscena, che pur restando nel solco di una fedeltà storica “sui generis”, a metà tra la declamazione teatrale e l’essenzialità di costumi e ambienti (sul finale emerge pure un fondale palesemente artefatto di Castel Sant’Angelo), spalanca le porte di se stessa a una riflessione oltre la storia.
La prima “apparenza” di Confortorio è infatti quella di una consueta messa a nudo dei meccanismi violenti e oscuranti insiti nel potere religioso cattolico, ma Benvenuti supera tale limitatezza contingente tramite gli strumenti dell’astrazione, che collocano il racconto in un ideale territorio di “sempre e ovunque”. In un generale prosciugamento degli elementi filmici e profilmici, Benvenuti si muove secondo linee espressive che si confermeranno estremamente personali e coerenti nelle sue opere seguenti.

Per Segreti di Stato, presentato in concorso al Festival di Venezia nel 2003, c’è chi parlò di procedimenti espressivi in linea con l’idea di straniamento brechtiano. Confortorio è forse ancor più essenziale nelle sue componenti, ma si affida anche a una grande sapienza registica, che non immola se stessa sull’altare di un compiaciuto pauperismo bensì rivalorizza lo specifico utilizzo della macchina da presa, dei suoi posizionamenti e del lavoro prezioso su luci, ombre e colori, con evidenti debiti pittorici alla tradizione caravaggesca. Spesso Confortorio si risolve infatti in minimi e significativi movimenti, ridotti perlopiù alla panoramica di varia direzione, o nell’inquadratura fissa da un punto di vista specificamente ricercato: un concertato di plongés e contreplongés, dove i personaggi si perdono o si enfatizzano non sotto l’osservazione di entità mistiche e sovraindividuali (lo “sguardo di Dio” in ambiente-cinema) bensì vengono ricondotti al loro ruolo di pedine in uno scacchiere che ha smarrito il suo senso, in una generale interrogazione intorno all’idea della giustizia.

A occhi moderni, Confortorio mette in scena ovviamente un’ingiusta giustizia, riprovevole nel suo tentativo di coniugare salvezza dell’anima e ricatto emotivo, conforto e prevaricazione, tempo assoluto e tempo contingente, la fede messa su un tavolo di scambio in una sorta di transazione mercantile – più o meno tutti, per convincere i due condannati, minimizzano l’impatto della conversione, banalizzandone la portata. Eppure, oltre all’evidenza dell’appassionato rifiuto dei due protagonisti, risuona anche il mesto lamento e la “buonafede” del narratore, che crede in ciò che pensa e dice, e spezza la sua voce nel dolore, ai suoi occhi, di una mancata salvezza. Perciò quello sguardo severo che spesso cala dall’alto sui dolorosi personaggi di Confortorio si tramuta in sguardo d’impotenza, dichiarazione appassionata e forse laica di abdicazione a qualsiasi possibilità di una logica che tutto spieghi e ricomprenda.
Ambientato a Roma ma girato perlopiù in luoghi toscani nei dintorni di Pisa (la Certosa di Calci), Confortorio riporta il cinema a una sua dimensione realmente francescana, in cui i pochi fondi non appaiono un limite ma quasi scelta autoriale a monte.

Prodotto dalla Rai, ben accolto al Festival di Locarno, il film rimase praticamente senza una distribuzione e fu possibile intravederlo solo in sparuti passaggi televisivi sulle reti di Stato. Restando ben ancorato in una sua originale chiave di cinema civile, Confortorio è una parola spesa con piena convinzione a favore del linguaggio cinematografico riportato ai suoi elementi più essenziali. C’è bisogno di poco per ricreare uno stato d’animo universale, senza neanche dover rinunciare a una credibile ricostruzione storica, condotta non tramite l’iper-evidenza di costumi e scenografie bensì nella rievocazione di umori e stati mentali. Film condotto con passo grave e severo, che non concede praticamente nulla alle soluzioni più facili, Confortorio è testimone di una scelta rigorosa che al contempo non ha alcuna intenzione di tagliar fuori il pubblico tramite un approccio elitario al fatto-cinema e al suo linguaggio. È forse il tratto più originale e tipizzante della filmografia di Paolo Benvenuti, autore rigoroso e fedele a se stesso, affezionato all’idea che «non posso filmare con la tecnica e con la scrittura cinematografica del 2000 un episodio del ‘500 o del ‘200» (la citazione viene da wikipedia, e ne chiedo venia, ma era davvero bella, profonda e significante), e al contempo capace di parlare a un pubblico, evocando conflitti e lacerazioni che fanno parte di una dimensione umana pressoché ontologica, quella del Potere, incarnato anche nelle sue vesti più amorevoli e ben intenzionate, che entra in collisione con la rivendicazione d’esistenza dell’individuo, figura sacra e inviolabile, eppur violata, come il corpo del Cristo. La severità stilistica di Benvenuti non si chiude mai nella torre d’avorio dell’autoreferenzialità, non si tratta mai di cinema che si parla addosso e si compiace di sé. Nel suo francescanesimo, anche Confortorio si conserva cinema civile e assoluto, laico e sacro. E se può sembrare elitario, è solo perché si è persa l’abitudine di “audiovedere”, rintronati da ritmi narrativi ed espressivi che fuggono ormai verso l’accecante bianco del nulla isterico.

Extra: “Gli ultimi istanti”, 9′ 41”, introduzione al film a cura di Valentina Pattavina.
Info
La scheda di Confortorio sul sito di CG Entertainment.
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