L’Atelier

L’Atelier

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L’Atelier segna in un certo senso il ritorno di Laurent Cantet alle tematiche del premiato La classe; ma qui, nonostante non manchino notazioni interessanti, tutto l’impianto rimane puramente cerebrale, lasciando fuori l’emotività e la possibilità di adesione dello spettatore. Affascinante ma freddo, e un po’ distante.

La classe addomesticata

La Ciotat, Sud della Francia. Assieme ad altri coetanei, il giovane Antoine partecipa a un workshop estivo di scrittura tenuto da Olivia Dejazet, affermata autrice di thriller: il ragazzo è talentuoso, ma anche introverso e aggressivo. Gli screzi tra lui e il resto della classe diventeranno ben presto fonte di forti tensioni. [sinossi]

A nove anni dal magnifico La classe (Palma d’Oro a Cannes 2008), Laurent Cantet torna a un racconto che mette in scena un gruppo di allievi e un insegnante, ma analizzando nuove e differenti dinamiche sia per il contesto in cui L’Atelier è ambientato sia per le mutate condizioni politiche in cui gli adolescenti cercano di trovare una propria identità. L’Atelier mostra un workshop estivo in cui un’affermata scrittrice (Marina Foïs) deve condurre i suoi studenti alla stesura di un giallo, che sarà poi pubblicato: non siamo in un istituto durante lo svolgimento di un anno scolastico, ma all’interno di un’estate a La Ciotat, città che alla fine degli anni Ottanta ha vissuto una stagione di lotte operaie per la chiusura dei cantieri navali in cui lavoravano moltissime persone. Il piccolo gruppo di giovani vive poi una condizione assai differente da quella di dieci anni prima: dopo gli attacchi terroristici a Parigi e Nizza, le idee di destra si vanno affermando mentre le posizioni individuali si vanno sclerotizzando. Così, a differenza de La classe, la dialettica diventa sempre opposizione, la pedagogia è carente e l’insegnante stessa si rivela un personaggio aggrappato a pregiudizi e codici, incapace di stabilire una relazione con l’elemento più trasgressivo e depistante, Antoine (l’esordiente Matthieu Lucci).

Il film si apre con le immagini di un videogame, The witcher 3: l’avatar del giocatore, presumibilmente Antoine, è un guerriero intento a combattere sulle montagne. L’immagine successiva riprende Antoine che galleggia in una delle belle baie di La Ciotat, immerso nell’acqua blu e a contatto con la natura. Immediatamente dopo, l’insegnante Olivia sollecita il suo gruppo di allievi a “buttarsi”, a non aver paura della pagina bianca che dovranno riempire. I ragazzi discutono dell’incipit del libro che sarà scritto a più mani, guidati da idee introiettate ma pure dal sottile pregiudizio dell’insegnante che senza darlo a vedere cerca sempre di dirottare l’intreccio su di un sentiero più addomesticato e a lei probabilmente più congeniale. In questa prima sequenza, in realtà, ci sono già gli elementi significativi de L’Atelier, con la prefigurazione di una lotta solitaria, con la presentazione di un protagonista che non ha affatto paura di buttarsi nella vita ma che non lo fa come ci si aspetterebbe, con una scrittrice sicuramente progressista, il cui pensiero si ferma prima di diventare radicale quindi veramente critico e significativo. Il film non manca dunque per nulla di riflessioni interessanti. Molto riuscito è il personaggio di Antoine, il più talentuoso del gruppo ma anche quello più irruento, contrario al politicamente corretto, al tracciato più ovvio, e portato più all’azione che alla parola. Silente e umbratile, Antoine è curioso (sarà l’unico a leggere il best seller della sua docente per conoscerla meglio), affida molta della sua elaborazione interiore all’osservazione e al “vedere”, ma è capace di riportare anche nella scrittura una libertà di pensiero che rompe gli argini di ciò che sarebbe giusto dire, entrando in aperta collisione con tutti. In un racconto classico Antoine sarebbe il diamante grezzo con cui un insegnante vorrebbe entrare in contatto per valorizzare.

Ma a differenza del racconto classico, tipico di tempi in cui l’evoluzione della riflessione nei ragazzi è l’obiettivo degli adulti (e quindi è obiettivo sociale), qui e in questo tempo la “pedagoga” (molto diversa dal complesso docente del film Palma d’Oro di Cantet) è la prima a rifiutare l’elemento selvaggio che fonda l’intelletto, sebbene sappia di esserne carente, e a cercare in ogni modo di riportarlo alla norma. La stolidità di Olivia è altresì un spunto di interesse proprio perché contrasta con qualsivoglia intento maieutico, rappresentando bene l’intellettuale medio e mediatico francese (ma pure italiano o europeo) autocompiaciuto per le proprie idee che considera corrette ed efficienti, ma totalmente fallimentare nel suo compito che dovrebbe essere la ragion critica e l’incoraggiamento di una sua fioritura nel corpo sociale.
L’Atelier è un lavoro urticante sul fallimento di un ruolo, di una “classe”, quella intellettuale, che non ha voglia di comprendere ed elaborare ciò che esiste e che non conosce (il goffo tentativo di Olivia di intervistare Antoine denota solo il desiderio di piegare a proprie finalità qualcosa che sfugge al suo controllo), ma desidera distendere nella parola solo il suo giudizio stanco circa le cose, per pervenire a una riflessione che non può essere che storico-monumentale (servono anche a questo i frequenti riferimenti alle lotte operaie della cittadina, simbolo di un passato di certo glorioso ma che è avulso ormai dalle vite di persone in cerca di nuove visioni per il futuro). Se qualcosa, nella trama, può ricordare Nella casa di François Ozon, Cantet non lascia neppure lo spiraglio di una “vendetta” perpetuata ai danni della borghesia riflessiva, ma solo lo iato di una differenza assoluta e inconciliabile tra mondi destinati a non parlarsi più.

La regia segue in campi medi e movimenti fluidi i dialoghi della piccola classe, si affida a materiali di repertorio e video online (un po’ alla Haneke, in un certo senso) per restituire le coordinate mentali dei personaggi e quelle storiche del luogo, mentre fotografa con un respiro più ampio la natura e le azioni di Antoine. Il limite de L’Atelier, scritto dal regista con Robin Campillo (suo fedele collaboratore, ma anche regista tra gli altri di 120 battiti al minuto), è però un’eccessiva (quanto programmatica) schematicità, che non può che tenere a debita distanza lo spettatore. Il film è tutto di testa e non dà appigli all’emotività: ciò che vuol dire è chiaro e pure molto acuto, ma si fa fatica a “credere” fino in fondo alla scena e soprattutto ad aderirvi. In parte questo si deve anche alla caratterizzazione decisa e decisamente sterile di Olivia (Antoine è invece un personaggio complesso), funzionale al senso ma un po’ forzata, e alle abbozzate tipizzazioni degli altri studenti. L’esito finale pare esso stesso un workshop, più intrigante che riuscito, un ottimo lavoro in fieri non perfettamente tornito.

Info
Il trailer de L’Atelier.

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