Rebellion – Un atto di guerra

Rebellion – Un atto di guerra

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Inedito in Italia, Rebellion – Un atto di guerra di Mathieu Kassovitz trova visibilità nel nostro paese grazie all’uscita in dvd per PFA Films e CG. Un esempio di robusto cinema d’azione e impegno civile, non del tutto coerente e centrato.

1988, Nuova Caledonia. Nel pieno della campagna per le elezioni presidenziali che in Francia vedono confrontarsi François Mitterrand e Jacques Chirac, nella colonia in Oceania scoppia la rivolta di un gruppo di ribelli che rivendicano l’annullamento della legge Pons e l’indipendenza del loro territorio. I ribelli uccidono alcune persone e fanno una ventina d’ostaggi, mentre le forze dell’ordine francesi si organizzano per affrontare la delicata situazione. Philippe Legorjus è a capo di un manipolo di negoziatori, chiamati in loco per tentare la via della trattativa pacifica. Ma le ragioni della politica sono più forti del dialogo… [sinossi]

Rebellion – Un atto di guerra (2011) di Mathieu Kassovitz parte male, si sviluppa bene, ha un picco in prefinale e poi finisce male. Al momento si tratta dell’ultima fatica registica di Kassovitz, che dopo un ottimo avvio autoriale con Métisse (1993) e soprattutto con il notissimo L’odio (1995) ha in seguito ampiamente disatteso le aspettative con una breve e frammentata filmografia spesso (e stranamente) piegata all’ampio mercato – basti pensare a I fiumi di porpora (2000), tratto dal best-seller omonimo di Jean-Christophe Grangé, e a qualche uscita poco convinta in terra d’America come Gothika (2003). Dopo aver realizzato un’opera ambiziosa come L’odio, molti si prefiguravano un proseguimento della sua attività registica che ne rispettasse le premesse. Così non è stato, e Kassovitz è spesso apparso vittima confusa delle sirene del cinema convenzionale, a budget consistente, di ampio impatto col pubblico.

Su tale linea involuta di sviluppo non fa eccezione nemmeno Rebellion, che ripresenta un Kassovitz dalla mano pesante, autore di un cinema un po’ tagliato con l’accetta, fatto di semplificazioni, messinscena rumorosa e ricerca dell’effetto. Il primo dato che salta agli occhi, come accennavamo in apertura, è la scarsa coerenza globale dell’opera, che alterna momenti realmente buoni a parentesi irricevibili, in cui regna sovrana la tendenza a semplificare in senso di grande spettacolo. Si tratta pure di un’opera che nasce su nobili intenti, visto che va a rievocare un episodio della recente storia francese di cui forse non molti conservano memoria: lo scoppio nel 1988 di una rivolta in Nuova Caledonia, colonia francese dal 1853, che dopo lunghe e alterne vicende vedrà lo svolgersi di un referendum per la sua indipendenza solo il prossimo novembre 2018. I nativi rivoltosi uccisero alcune persone, fecero una ventina di ostaggi e pretesero di mettersi a un tavolo di trattative rivendicando la propria indipendenza e l’annullamento della legge Pons, che di lì a poco avrebbe rischiato di limitare o addirittura cancellare l’ancestrale cultura locale.
La ribellione cadde in piena campagna per le elezioni presidenziali in Francia, che vedevano avversari François Mitterrand e Jacques Chirac. Tra le varie istituzioni e forze armate che si occuparono della delicata situazione, si erge a protagonista del film la figura di Philippe Legorjus (interpretato dallo stesso Mathieu Kassovitz), negoziatore preposto ad avviare trattative con i ribelli nascosti nella giungla per trovare una soluzione pacifica. L’intento è quindi una consueta operazione di “riesumazione storica”, nell’ordine di un cinema a suo modo impegnato e civile. E le pagine più convincenti restano per l’appunto quelle dedicate ai confronti tra politica e opportunità, che costituiscono un’ampia parte centrale del racconto. Ma a convincere poco è la contestualizzazione di un film mosso da tali intenzioni in un orizzonte pesantemente “tecnologico”, che specie nella prima mezz’ora vuol fare sfoggio di grandeur compositiva, dai dialoghi costantemente sopra le righe agli eccessi della colonna audio e video. Kassovitz sembra voler impreziosire tale approccio “massiccio” al racconto tramite un uso sistematico, specie nella prima parte, di lunghi piani-sequenza in movimento, avvolgenti e manierati nel loro mescolarsi alle figure umane, inseguirle, perderle e ritrovarle, con ulteriore enfasi sulle meraviglie dello strumento-cinema quando il resoconto di un nativo scampato ai rivoltosi vede concretizzarsi sullo stesso piano audiovisivo tempo del racconto e tempo del narrato.

Kassovitz sembra insomma equamente attratto dal compiacimento formale e dall’impegno civile, che tuttavia piega verso l’ambiguità proprio per la sua evidente fascinazione davanti alle varie tecnologie e dinamiche militari, dal rombo di aerei che si sollevano in volo all’insistenza sui rapporti di forza tra esercito e gendarmeria incarnati da figure affidate a dialoghi “scolpiti nella pietra”. Nel tentativo di fare memoria storica e di spendere una parola in favore di un gruppo etnico in stato di sottomissione, al quale si riserva rispetto e comprensione nel momento della rivolta, in realtà Rebellion non mette quasi mai davvero in discussione il principio d’autorità, concentrandosi semmai sulla graduale autocoscienza del protagonista Legorjus che a poco a poco deve arrendersi al senso d’inutilità della sua figura negoziatrice.
Così Kassovitz mostra di non avere una mano particolarmente felice nel fare cinema scopertamente politico, almeno quando si tratta di affrontarlo di petto tramite il confronto diretto con la Storia – L’odio, ad esempio, era ottimo cinema politico, ma sviluppato su linee traslate. A testimoniare tale approccio facilone basti pensare alla soluzione prettamente qualunquistica del confronto televisivo tra Mitterrand e Chirac sul tema della rivolta in Nuova Caledonia. Inscrivendo il dibattito tra i due leader politici nel contesto della campagna elettorale, Kassovitz adotta soluzioni audiovisive del tutto proiettate a un severo giudizio antipolitico, che chiude in un’unica chiacchiera la sostanziale indifferenza delle istituzioni al dramma congiunto di cittadini francesi e melanesiani.

Sul fronte dei rivoltosi, Rebellion adotta schiette convenzioni cinematografiche, ben riassumibili nella definizione del leader Alphonse Dianou, che sintetizza in un monologo didascalico le ragioni degli interessi francesi in Oceania e la costante sottomissione e umiliazione del suo popolo. Più volte si ha l’impressione che in luogo di un sincero interesse antropologico per una cultura altra, Kassovitz sia mosso da un facile approccio folklorico verso il “buon selvaggio”, ancora devoto a capi-tribù e a rituali di gruppo. Ma certo, Rebellion vuol essere robusto cinema d’azione e d’impegno che faccia breccia immediata nel pubblico, per cui forse è illegittimo aspettarsi qualcosa di diverso.
Resta però, per l’appunto, il sospetto di una generale ambiguità d’intenti, che non si nega nemmeno una strabiliante sequenza di guerra in prefinale, al momento dell’assalto delle forze armate, spinta a condurre alle estreme conseguenze il leggendario incipit di Salvate il soldato Ryan (1998, Steven Spielberg). Pure Kassovitz ci porta dentro la guerra, nel “qui-e-ora” degli spari e degli scontri, tramite un lungo piano-sequenza in semisoggettiva che si stende a terra con i soldati, si acquatta e si muove nella giungla secondo le modalità di un isterico iperrealismo. Solo che le estreme conseguenze di tale metodo finiscono per rasentare pericolosamente l’estetica di un videogame sparatutto, ammirevole e manierato, e malgrado la montante crisi di nervi che coglie il protagonista Legorjus in mezzo allo scontro bellico, sostanzialmente affascinato da ciò che mette in scena.

Sia chiaro, Rebellion non è un film guerrafondaio, ci mancherebbe. È probabilmente nient’altro che un film d’occasione: cogliere al volo la nobiltà di un tema storico a sfondo civile per fare grande spettacolo, pronto per le masse desiderose d’indignarsi giusto per il tempo di un’uscita al cinema. Restano anche buone cose: tutta la parte centrale, avvitata in un groviglio di rapporti diplomatici e decisa a mettere in chiara luce le responsabilità politiche di un massacro che poteva essere evitato tramite le vie della trattativa. Nell’intrico di telefonate, incontri nelle stanze del potere, serrati dialoghi nelle residenze delle forze armate, Kassovitz sembra voler mettere in scena un labirintico mondo di interessi incrociati in cui il tornaconto politico la fa da padrone, seguendo un tracciato di esplicito atto d’accusa con reminiscenze del cinema di Costa-Gavras (nel 2002, del resto, Kassovitz era stato uno dei protagonisti di Amen., diretto dal regista greco). È la parte migliore del film, prevedibile quanto si vuole, ma capace di assestare qualche deciso colpo all’idea dell’interesse pubblico che trascura innanzitutto il pubblico stesso, e mosso anche da un certo coraggio nel prendere posizione facendo nomi e cognomi. È tutto il resto, però, a restare poco convincente, soprattutto l’assenza di rigore nella messinscena, che non trova una sua linea coerente e si chiude poi con un finale onestamente tronfio e ricattatorio.
Dal 2011 Mathieu Kassovitz non ha più diretto film. Rebellion, che in originale suona L’ordre et la morale, non è mai stato distribuito in Italia e adesso PFA Films e CG gli regalano la giusta visibilità nel nostro paese. È un film che “si lascia vedere”, ambizioso e confuso, che in ogni caso suscita grande curiosità per il destino di un autore finora protagonista di un percorso artistico contraddittorio, forse disorientato dall’enorme apprezzamento per L’odio. Sarebbe interessante vedere adesso quali direzioni può prendere l’attività registica di Kassovitz. Sperando che nella giungla della Nuova Caledonia non si sia smarrito per sempre.

Extra
Trailer.
Info
La scheda di Rebellion – Un atto di guerra sul sito di CG Entertainment.
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