The Strange Sound of Happiness

The Strange Sound of Happiness

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Il regista siciliano Diego Pascal Panerello esordisce nel lungometraggio con questo interessante The Strange Sound of Happiness: un’opera di difficile classificazione, che presenta uno sperimentalismo mai pedante, ancorato a una concreta vicenda di vita.

Il ferro magico

Diego, quarantenne in crisi, torna nella sua terra d’origine, la Sicilia, dopo esser stato lasciato dalla sua fidanzata, e aver visto la frustrazione del suo sogno di diventare musicista. Qui viene rapito dal suono dello scacciapensieri, o marranzano, che lo riporta a memorie e suggestioni sopite. Incuriosito, Diego decide di informarsi sulle origini dello strumento, imbarcandosi in un viaggio che lo porterà fin nei gelidi territori della Yakutia, nell’est della Siberia… [sinossi]

Presenta sicuramente più di un motivo di interesse, l’esordio nel lungometraggio di Diego Pascal Panarello. La biografia del regista, divisa tra cortometraggi, musica, performance e “territori di confine” vari, autorizza infatti lo spettatore a presumere che The Strange Sound of Happiness non sarà, con ogni probabilità, un documentario qualsiasi. A un primo sguardo, in effetti, l’esordio di Panarello (prodotto nel 2017, presentato in varie manifestazioni internazionali e ora approdato – seppur a macchia di leopardo – nelle sale italiane) non parrebbe neanche strettamente riconducibile al cinema-verità; andando piuttosto a costituire un oggetto difficilmente decifrabile, che dal road movie (seppur “della mente”, come l’ha definito il regista) sconfina a più riprese nel fantastico, nell’animazione e nel documentario sperimentale. Il lavoro pregresso di Panarello, la sua dimestichezza coi linguaggi delle arti performative della psichedelia, il suo stretto legame col mondo della musica e con la videoarte, si notano con facilità in questo esordio, che muove dall’esplorazione del reale (con un’impronta da docufiction) per sconfinare gradualmente, e con sempre maggior decisione, nei territori dell’inconscio e del sogno.

Nei 90 densi minuti del film in fondo non siamo neanche così sicuri che quello del regista/protagonista sia davvero un viaggio fisico, piuttosto che un’intensa escursione mentale, un’esplorazione del subconscio sulla scia di un suono, di un’attivazione onirica e di una suggestione: il suono di un pezzo di ferro che racchiude la storia di un popolo e di un territorio, più “meticcio” di quanto non ci piacerebbe pensare. Un territorio che si scopre addirittura legato a doppio filo, attraverso quello stesso, mesmerico suono, a un altro luogo geograficamente, climaticamente e culturalmente, lontanissimo. In effetti, le tappe del viaggio di Diego nella Yakutia (territorio vergato sulla mappa del Risiko: di fatto, un sogno di bambino per definizione) non ci vengono direttamente esplicitate: lo ritroviamo semplicemente lì, sulle tracce di una sorta di rapimento estatico, di un pensiero non pienamente formulato, di uno stimolo sensoriale che a cascata porta con sé ricordi, auspici, sogni frustrati, emozioni non del tutto comprese. Da esplorare, comunque. Così, gli innevati territori della repubblica siberiana, tanto diametralmente opposti (visivamente parlando) rispetto alla terra natale del protagonista, al punto da costituirne l’ideale complemento, diventano per il personaggio teatro di una sorta di rinascita.

Segue a grandi linee le tappe della narrativa e del cinema di viaggio, The Strange Sound of Happiness, ma poi devia da queste con consapevolezza, le spezza con digressioni umoristiche e/o grottesche, alternando la documentaristica (ri)costruzione del sogno di Diego di diventare musicista, con viaggi psichedelici e sui generis all’interno della sua mente. Il suono dello scacciapensieri, marranzano o khomus (nomi intercambiabili) vuole unire non soltanto latitudini lontanissime come quelle dell’assolata Sicilia e della gelida Yakutia; ma anche tempi diversi, il passato di un’infanzia rimpianta e trasfigurata nelle immagini (e nel mantra sonoro ripetitivo) di una partita di tennis, con un presente alla deriva e apparentemente incomprensibile, e un futuro oscuro che per la prima volta vede una concreta possibilità di ricostruzione. Lo sperimentalismo che caratterizza il film di Panarello, fatto di animazioni a passo uno ed esperimenti cromatici, di sinestesie audiovisive, di allusioni sensoriali ed evocazioni emozionali libere, non risulta mai vuoto o pedante: al contrario, il regista tiene ancorata la sua costruzione visiva, la mescolanza di immagini filmate “sul campo” e interventi di post-produzione, alla concreta vicenda del protagonista. Una vicenda di spaesamento esistenziale introdotta, nei minuti iniziali, in modo semplice ed efficace, a sua volta lontana da qualsiasi tentazione pedante o declamatoria.

Certo, The Strange Sound of Happiness soffre a tratti proprio il suo voler restare ancorato a una struttura classicamente narrativa, a cui l’ora e mezza di film non riesce forse a dare un’adeguata consistenza: l’evento centrale che provoca la crisi del protagonista, tanto quanto la sua subitanea risoluzione, lasciano perplessi per il modo un po’ affrettato in cui la sceneggiatura li gestisce. La sinergia tra le tante, e per molti versi antitetiche, componenti del film, vive di un equilibrio precario, a volte pericolosamente sul punto di spezzarsi: ma parte del fascino dell’esordio di Panarello, bisogna dirlo, sta proprio in questa sua, per certi versi ipnotica, precarietà.

Info
Il trailer di The Strange Sound of Happiness.
La pagina Facebook di The Strange Sound of Happiness.
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