Rabbia furiosa – Er Canaro

Rabbia furiosa – Er Canaro

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Sergio Stivaletti firma con Rabbia furiosa – Er Canaro la sua personale interpretazione della sanguinosa vicenda della Magliana, spostandola al Mandrione e immergendola in un bagno di sangue a cui il cinema italiano non è più abituato. Peccato che la narrazione disperda gran parte dell’interesse.

Cani e padroni di cani

Fabio ha appena scontato otto mesi di galera per un crimine che non ha commesso, al posto di Claudio, un suo amico ex pugile, un delinquente di piccolo calibro che ambisce a diventare il boss del Mandrione (quartiere periferico romano). Claudio gestisce traffici vari e si occupa anche di combattimenti tra cani. Ogniqualvolta i suoi cani rimangono feriti, egli si rivolge all’amico Fabio che, clandestinamente nel retrobottega della sua toletta per cani, si occupa di piccole operazioni chirurgiche e medicazioni. L’amicizia tra Fabio e Claudio è molto ambigua, quasi malata. Claudio ha una personalità bipolare che lo porta a volte ad agire con estrema cattiveria nei confronti di Fabio che sembra subire senza reagire. Tutto questo dura da tempo fino a quando Fabio, non potendo più sopportare, deciderà un giorno di attuare la sua terribile vendetta [sinossi]

Rabbia furiosa – Er Canaro sembra provenire da un’epoca lontana, lontanissima. Un’epoca perduta nelle brume del tempo. Un’epoca in cui il cinema italiano, pur tra mille e mille inciampi, dimostrava di avere un’idea produttiva, una concezione sistemica. Un’epoca che si reggeva su finanze imprevedibili e che non ha saputo reggere le crisi che si sono susseguite nel corso dei decenni. Un’epoca che non c’è più. C’è ancora Sergio Stivaletti, tra i maestri indiscutibili dell’effettistica e del trucco cinematografico, regista in poco più di vent’anni di tre strane creature sbilenche e spaventose/spaventate: M.D.C. – Maschera di cera (1997), I tre volti del terrore (2004) e ora Rabbia furiosa – Er Canaro. In troppi hanno ironizzato sulla scelta di portare in sala la rilettura della storia del Canaro della Magliana (trasportato dalle parti del Mandrione nella finzione narrativa) in contemporanea con Dogman di Matteo Garrone, eppure proprio nella sovrapposizione impossibile e impensabile di due opere così estranee nella forma e nella sostanza si respira l’alito vitale di un’industria che non c’è più. L’auteur e il racconto popolare, la rarefazione della violenza e il gore grondante sangue, lo sguardo sull’umanità deprivata della propria essenza e il cinema di genere. Nel dialogo a distanza tra Dogman e Rabbia furiosa – Er Canaro si nasconde il senso di un cinema non episodico, ma strutturato. Invece di pedersi in facili ironie sarebbe più interessante ipotizzare uno scenario in cui situazioni simili si possano ripetere in modo naturale, quasi senza forzature.

Stivaletti brama il momento in cui potrà dar sfogo alla propria sapienza tecnica. Rischia l’iperventilazione nell’attesa di quei pochi ma efferatissimi minuti di sevizie, una violenza sbattuta con fiera consapevolezza in faccia allo spettatore. Una violenza a cui il cinema italiano non è più abituato, e che appare in tutta la sua forza, senza spettrali vagheggiamenti estetici: Fabio, il Canaro del Mandrione che è stato in prigione per coprire le spalle all’amico/nemico di sempre, lo strafottente boss della zona Claudio, è una maschera di sangue. La sua vendetta sadica non ha alcuna velleità cinefila, non esiste per solleticare lo sguardo ma è il furibondo apice di una violenza sotterranea che permea il film fin dalle primissime sequenze. C’è l’apparentamento uomo-animale, ovviamente, insito già in quel mestiere – toelettatore di cani – che appare quasi paradossale, fuori a sua volta dal tempo e dallo spazio, romantico e ridicolo nello stesso momento. Ma in quei minuti di terrificante violenza, nella rivalsa di Fabio sull’ex pugile che sa farsi rispettare solo con la sopraffazione, si sfoga soprattutto la regia di Stivaletti, che era rimasta nell’ombra, pudica e intimidita come la dimessa moglie di Fabio interpretata da Romina Mondello. Prima di quella sequenza di sangue e frustrazione, Rabbia furiosa – Er Canaro si muove in tutte le direzioni, cercando nell’affabulazione isterica la propria ragion d’essere.

Nel racconto orchestrato da Stivaletti insieme ad Antonio Lusci e Antonio Tentori c’è spazio praticamente per tutto: la crisi familiare, l’amicizia virile tradita e il rapporto padre-figlio di Fabio con un meccanico che ha lavorato nell’epoca d’oro degli spaghetti western. E proprio l’epica western, crepuscolare e priva di speranza, è una delle cifre stilistiche del film, insieme al noir, al ritratto di borgata e perfino a una deriva sci-fi/horror che francamente rappresenta il pedice dell’intera operazione. Le ambizioni non mancano a Rabbia furiosa – Er Canaro, che però disperde il suo potenziale in parte in una lunga serie di sottotrame di cui non si sente la necessità, e in parte in scelte fuori tono, a volte persino nei dettagli (di cattivo gusto il sibillino rimando a Pier Paolo Pasolini, nella figura di un intellettuale con gli occhiali che si muove tra i derelitti del Mandrione). Restano però quei minuti del pre-finale, quell’atto mostruoso e liberatorio. Liberatorio per tutti, per l’oramai folle Fabio, per lo spettatore, e per Stivaletti che ha finalmente terreno libero, briglia sciolta senza paletti di fronte ai quali frenare. Nonostante tutto viene naturale difendere questo film sbalestrato e diseguale, che osa senza paura. Al limitar del trash c’è spazio per una poesia in romanaccio, sgraziata ma non meno dolorosa o sincera.

Info
Il trailer di Rabbia furiosa – Er Canaro.
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