Mary e il fiore della strega

Mary e il fiore della strega

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Presentato in anteprima al Future Film Festival 2018, distribuito nelle sale per una settimana dalla Lucky Red, Mary e il fiore della strega di Hiromasa Yonebayashi è il primo film del neonato Studio Ponoc, ambiziosa propaggine dello Studio Ghibli. A un primo sguardo, tutto sembra effettivamente riportare alle opere miyazakiane, in una sorta di flusso ininterrotto di rimandi, citazioni, rimescolamenti. Ma è solo superficie, peraltro assai meno levigata e abbacinante.

La questione irrisolta

Mary è una ragazzina allegra e vivace, giovane e innocente, ma i suoi modi impacciati le complicano la vita. Quando trova un fiore proibito, il “Fiore della Strega”, Mary viene trascinata in una straordinaria avventura. Mary si trasforma in una strega usando le proprietà magiche del Fiore e comincia ad essere ammirata e considerata una ragazzina dai poteri straordinari. Ma si tratta di poteri solo temporanei. Per mantenere una promessa, Mary intraprende un viaggio alla ricerca della verità, ma è proprio allora che perde tutti i suoi poteri di strega… [sinossi]

No. Non ci siamo. Se l’operazione Mary e il fiore della strega è più che comprensibile sia da un punto di vista produttivo (lo Studio Ponoc) sia distributivo (la Lucky Red e la permanenza già annunciata nelle sale di una settimana), non si può che restare quantomeno perplessi di fronte a una pellicola che affastella in maniera piuttosto frettolosa una serie di cliché narrativi e grafici. Tutto rimanda sistematicamente al già visto, metabolizzato, iper-riconoscibile: non un’elaborazione o una personale declinazione dell’immaginario ghibliano/miyazakiano, come potevano essere Princess Arete (2001) di Sunao Katabuchi o Viaggio verso Agartha (2001) di Makoto Shinkai, ma uno smaccato copia & incolla. Approssimativo e superficiale.

La ragion d’essere tecnico-artistica di Mary e il fiore della strega è più che logica e, in un certo senso, non è poi così distante dalle bizzarre copie carbone realizzate dall’animazione sudcoreana negli anni Settanta e Ottanta, quando l’industria degli anime pescava a piene mani tra gli animatori/intercalatori di Seoul e dintorni. Apprese arte e tecnica, i service coreani (ri)utilizzavano idee, mecha e character design, scelte cromatiche, storie, ambientazioni, creando dei piccoli Frankenstein animati che intrecciavano Capitan Harlock, Corazzata spaziale Yamato, Gundam e via discorrendo. Una genesi non dissimile dal folcloristico gigante d’acciaio Robot Taekwon V, che pescava a piene mani dalle serie robotiche di Gō Nagai.

Con tutti i distinguo del caso, Mary e il fiore della strega è una pellicola figlia di chi per anni e anni ha ricoperto il ruolo di intercalatore di un immaginario e si è immerso anima e corpo in un preciso vademecum di scelte estetiche e narrative. Anni di gavetta, di crescita artistica e professionale: Hiromasa Yonebayashi è intercalatore per Princess Mononoke e I miei vicini Yamada, animatore chiave per La città incantata, Il castello errante di Howl, Ponyo sulla scogliera e La collina dei papaveri, assistente alla direzione dell’animazione per I racconti di Terramare. Diventa poi regista con Arrietty – Il mondo segreto sotto il pavimento, seguito da Quando c’era Marnie. Sempre sotto l’ala protettrice (da padre-padrone) di Miyazaki. Le linee, i cromatismi, le invenzioni sono esattamente quelle che ritroviamo nella terza regia di Yonebayashi, ma manca evidentemente la scrittura miyazakiana, la certosina precisione dello Studio Ghibli, la fluidità dei movimenti, l’ispirazione anche nei character design secondari.

Ironicamente, manca la magia. Manca quel plus valore dato dall’imprevedibilità narrativa di un universo altrimenti immediatamente riconoscibile, eppure in continuo e fertile mutamento e aggiornamento. Non c’è profondità nei personaggi di Mary e il fiore della strega, tutto è annacquato, in primis la meccanica adesione alla centralità dei personaggi femminili – con Yonebayashi entriamo in una sorta di post-epoca delle donne. Ritroviamo il binomio giovani-anziani, l’indissolubile rapporto tra la protagonista e il suo famiglio (il confronto tra Kiki consegne a domicilio e Mary e il fiore della strega ci dice già tutto sulla distanza tra Ghibli e Ponoc), una fiumana di creature fantastiche riconducibili ai vari lungometraggi ghibliani. Un pezzo da qui, un pezzo da là. Un puzzle che regala anche qualche preziosismo (il villino della maga), ma sempre di riflesso.

La mancata successione all’interno dello Studio Ghibli, che dopo la prematura scomparsa di Yoshifumi Kondō ha assunto i contorni di una piccola maledizione, è una questione irrisolta e probabilmente irrisolvibile. E non solo tra le mura del microcosmo ghibliano. L’augurio è che Yonebayashi e lo Studio Ponoc trovino presto un equilibrio narrativo, una strada alternativa, una variante credibile e autosufficiente dell’immaginario narrativo e grafico costruito in mezzo secolo da Miyazaki e Takahata – un altro utile confronto: La grande avventura del piccolo principe Valiant e Mary e il fiore della strega. Mamoru Hosoda, Makoto Shinkai e Sunao Katabuchi hanno probabilmente tracciato l’unica strada percorribile, fortunatamente personale, fatta di punti in comune ma anche di evidenti differenze.

Info
Il trailer italiano di Mary e il fiore della strega.
La scheda di Mary e il fiore della strega sul sito della Lucky Red.
La scheda di Mary e il fiore della strega sul sito del Future.
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