Diario di un vizio

Diario di un vizio

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L’evanescenza, il non-senso, il piacere e la tautologia. Diario di un vizio di Marco Ferreri mostra un autore giunto al suo penultimo film con immutata freschezza d’ispirazione. Con Jerry Calà e Sabrina Ferilli. In dvd per CG Entertainment.

Benito Balducci conduce un’esistenza grigia e anonima. Laureato in filosofia, svolge un lavoro umiliante come venditore di detersivi per i gabinetti e ha un rapporto contrastato con la fidanzata Luigia, cameriera d’albergo con maneggi a Cinecittà per fare la comparsa. Di salute cagionevole, Benito annota su un diario le azioni ripetitive e insignificanti delle sue giornate, segnate soprattutto da un’ossessiva ricerca del piacere erotico (reale o immaginario) con donne sempre diverse, pur rimanendo anche pazzo di gelosia nei confronti di Luigia… [sinossi]

Il vizio di Benito Balducci parrebbe, semplicemente, nient’altro che la vita. Un vizio piacevole del quale è difficile fare a meno. Nel suo diario dove l’uomo annota piccole azioni e pensieri insignificanti, più volte ricorre la necessità di smettere di fumare, anche per mettersi al riparo dai suoi problemi di salute. Ma non si può smettere di fumare né di avere piacere per la vita. È paradossale, perché dalla piccola e sfuggente esistenza di Benito Balducci, talmente aerea da rischiare l’inconsistenza, tutto spira fuorché un conclamato entusiasmo, e le condizioni contingenti non sono certo le più congeniali a tale aspirazione – oltre a svolgere un lavoro umiliante, ogni tanto fa pure visita a un centro di igiene mentale. Eppure, muovendosi in un orizzonte ripetitivo e meccanico, fatto di azioni perlopiù svuotate del loro senso, il protagonista prosegue sulla strada di un piacere ossessivo e frammentato, alla ricerca di tutto e niente, forse semplicemente il piacere di continuare a esistere. Ma l’esistenza è così effimera da non potersi più distinguere dal suo contrario. Sul finale Benito può sparire lasciando soltanto il proprio diario come testimonianza della sua esistenza. Lì è contenuto il suo lascito, il senso della sua vita, che è solo e soltanto non-senso.
Penultimo film di Marco Ferreri, Diario di un vizio (1993) registra in prima istanza tale insostenibile inconsistenza dell’essere. La vita è leggera come il fumo, si discioglie nell’aria e svanisce. Il corpo, massa materica che di minuto in minuto ribadisce l’illusione dell’esserci, è in fondo un involucro fragilissimo, che specie in ambiente-cinema può dissolversi in un secondo nell’atto stesso di trasformarsi in immagine. Per lunghi tratti Diario di un vizio si delinea come un’ossessiva registrazione di dati insignificanti e incontestabili, elenco di attività fisiologiche, misurazione di febbre e valutazione di stati nervosi, constatazione dei propri bisogni, dalla fame al denaro al sesso. Il sesso, innanzitutto. Per Benito Balducci è un’ossessione costante, soppesata di giorno in giorno in base a reazioni fisiche, misurazioni oggettive e consistenza del desiderio. Ma Benito non è un vero e proprio erotomane, semmai è assetato di curiosità. Ché il vizio della vita, per essere tale, può sostenersi soltanto a una continua fame di conoscenza, che passi anche attraverso i corpi e il desiderio, uniche modalità per scoprire e verificare il proprio corpo. Le donne che abitano la realtà/fantasia/sogno di Benito non sono quasi mai bellissime. Alcune sono piacenti, ma per la maggior parte non rispondono a immediati canoni di bellezza. In loro Benito cerca una risposta, accoglienza, misurazione del reale, conferma alla propria esistenza. Se non sono belle, poco importa. La curiosità resta primaria, a cominciare dall’incontro con una prostituta incinta, scaturito soltanto dal desiderio di vedere come si fa sesso con una donna che aspetta un bambino. Una dopo l’altra, in una catena gustosamente grottesca senza confini netti tra realtà, sogno e fantasia, le donne di Benito incarnano l’inafferrabilità della vita identificata in un piacere erotico quasi mai del tutto soddisfatto. La fame di vita è sempre penultima, non basta mai a se stessa, deve rinnovarsi di volta in volta. La morte incombe, il corpo manda segnali negativi, per cui bisogna esserci, finché ci siamo. Benito Balducci è un cannibale ferreriano, che magari mostra i risvolti aggressivi della sua fame di esseri umani nell’isterico rapporto con la fidanzata Luigia, ma perlopiù è un cannibale poetico e sommesso, che non divora per annientare ma per trovare un grammo di gioia. E quasi mai la trova, per cui la vita si riduce al non-senso dell’azione/reazione, automatismo meccanico, risposta a impulsi organici, e l’inseguimento della felicità si trasforma in nevrosi. Come Zeno Cosini (più volte, durante la visione del film, viene da pensare al modello sveviano, anche per la struttura narrativa basata su una sorta di diario autoanalitico), Benito sfiora la vita e non la vive, desidera il piacere e quasi mai lo afferra, sempre un passo avanti o un passo indietro rispetto alla sfida dell’esserci.

Se l’ossessione per la fisiologia e le funzioni del corpo umano solleva subito atmosfere crepuscolari e senili, d’altro canto Diario di un vizio è un film spudoratamente “giovane” e vitale. Benché scomparso a soli 69 anni, e dopo aver avuto già un malore proprio pochi giorni prima della presentazione del film al Festival di Berlino, Marco Ferreri qui non si presenta autore di una consueta opera “tarda” ripiegata su bilanci artistici da età avanzata, ma sfodera grande freschezza e spontanea fame di vita. Ne è prova la struttura fortemente frammentata del racconto, fatto di sequenze molto brevi che rifiutano sistematicamente la convenzionale consequenzialità diegetica. Ferreri rompe i confini tra realtà, sogno e fantasia, segnalando con atto più marcato solo alcune parentesi oniriche, e giustappone piccoli brani che sfuggono da qualsiasi consolidata pratica di narrazione logica e stringente. È un’astrazione leggera e talvolta impercettibile, che si radica pure su un profilmico ben marcato in un paesaggio squallido e antiestetico – una Roma anonima come in poche altre occasioni. La “realtà” rimane, sottolineata da accenti dialettali, dall’uso della presa diretta e da paesaggi tautologici nella loro banalità, ma emerge come a brandelli, abbandonati sulla superficie di un’esplosione del senso.
Diario di un vizio procede così per strappi, per iterazioni non “necessarie” (le litigate tra Benito e Luigia, sempre uguali a se stesse e solo un po’ più accentuate nei toni), per lineamenti sociali spinti verso l’astrazione e la neutralizzazione della ripetizione – il lavoro precario e frustrante, l’aiutante schiavizzato, le bottiglie colorate di detersivo che si ripetono sullo sfondo come in una composizione di Andy Warhol… In tale ottica finiscono per risultare funzionali pure le ingenuità di molti degli attori secondari, specie in alcune figure femminili, volatili conquiste di Benito, che traducono la loro acerba recitazione in surreale astrazione. Come è angusto l’orizzonte in cui il protagonista si muove, così è lievemente degradato l’immaginario che lo circonda e identifica. La bellezza femminile è spesso fatta di trucchi e dettagli vistosi, le emozioni si stampano in sottolineature musicali che vanno da Nino D’Angelo a “Que te la pongo”.
È l’universo straniato di un uomo dotato di una debordante sensualità, mai osservato da Ferreri con sguardo severo e giudicante, bensì con impalpabile e tenera complicità. Una debordante sensualità che investe tutto, persino la sorella in un’immagine mentale tra fantasia e ricordo. All’altro polo c’è Luigia, fidanzata oggetto di un’inesausta idealizzazione. In lei Benito vorrebbe ritrovare la purezza materna, e di contro la nevrosi lo spinge a temerla ossessivamente donna di costumi liberi e spregiudicati.

A impersonare tale debordante sensualità è chiamato per ossimoro il corpo banale di un uomo medio, il buon Jerry Calà convocato per la prima (e finora unica) volta a confrontarsi con un film e un autore complessi, dopo il breve episodio realizzato per il collettivo Sposi (1987) dove fu diretto da Pupi Avati. Al tempo della comparsa del film nelle sale le opinioni sulla sua prova si divisero. A noi sembra che per estremo paradosso Calà sia qui chiamato a essere sostanzialmente un corpo, pratica cinematografica più frequente nei confronti delle attrici. Eppure in Diario di un vizio Calà è corpo misurabile, concentrato di pulsioni e nevrosi, desideri e interdetti, esibizione grottesca e patetica di una massa umana che cerca risposte e trova solo tautologie. Se la sua prova fu giudicata da alcuni fin troppo straniata e monocorde, d’altro canto risulta perfettamente funzionale a una parabola dell’evanescenza, dove il corpo reclama diritto di residenza ma intanto tutto si frantuma, si disintegra, perde senso nell’attimo stesso della sua esistenza. Il piacere, se e quando è raggiunto, dà senso alla vita ma non è altro che un attimo, e spesso deve trovare compensazioni nella fantasia. A fargli da contraltare emerge la bella prova, tutta viscerale ed esteriore, di una giovane Sabrina Ferilli. Si sorride, e si prova malinconia. Ma intanto si sorride. Per il Ferreri di Diario di un vizio alla vita dell’uomo non è concesso più di questo. Un sorriso evanescente, che in un attimo se ne va.

Extra: assenti.
Info
La scheda di Diario di un vizio sul sito di CG Entertainment.
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