Big Fish & Begonia

Big Fish & Begonia

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Presentato in anteprima al Future Film Festival 2018, distribuito nelle sale italiane dalla Draka Distribution, Big Fish & Begonia è il primo squillo di trombe dell’animazione cinese contemporanea. Un’opera ambiziosa ma squilibrata, sia sul piano narrativo sia su quello tecnico-artistico, fin troppo debitrice dell’immaginario ghibliano. Nonostante i limiti, la strada intrapresa è interessante e potenzialmente fertile.

Guchan Wan e Laiming Wan

Chun ha le sembianze di una giovane ma appartiene ad un mondo parallelo a quello umano, al di sotto del mare, dove il mare è cielo e dove ogni cosa è amministrata da rigide regole cosmiche. Gli abitanti di questo mondo sono gli “Altri”, non dèi ma neppure uomini; dotati di poteri speciali, controllano molti dei fenomeni del mondo umano del quale conoscono la bellezza ma anche la pericolosità. Quando i giovani di questa comunità speciale raggiungono la soglia dei sedici anni, trasformati in delfini rossi, salgono verso la superficie per conoscere meglio il mondo umano e così meglio amministrarlo. Dovranno però rispettare una legge suprema: non entrare in contatto con gli uomini… [sinossi]

In fin dei conti, è sempre un eterno ritorno. La palpabile sensazione di déjà vu ha infatti radici lontane – sì, certo, Big Fish & Begonia guarda fin troppo all’immaginario e all’estetica ghibliana e in più di un passaggio sembra di assistere a una sorta di upside down de La città incantata, ma la questione è più complessa.
Conviene fare qualche passo indietro. Torniamo al 1941, quando i fratelli Guchan Wan e Laiming Wan firmarono il lungometraggio in bianco e nero La principessa dal ventaglio di ferro (Tiě shàn gōngzhǔ); al 1945, anno della sventurata risposta nipponica col bianco e nero di propaganda Momotaro, Sacred Sailors (Momotarō: Umi no Shinpei) di Mitsuyo Seo; al 1958, quando la Tōei Dōga con La leggenda del serpente bianco (Hakujaden) di Taiji Yabushita iniziò a macinare lungometraggi a colori e a recuperare terreno sull’animazione a stelle e strisce; al 1965 di The Monkey King, abbacinante lungometraggio che ci riporta all’inizio, ai fratelli Wan e soprattutto al classico della letteratura cinese Il viaggio in Occidente. Insomma, ben prima dell’immaginario ghibliano, c’erano la letteratura e la pittura cinese, c’erano draghi volanti, animali parlanti, principesse e divinità – Liang Xuan e Zhang Chun pescano a piene mani da una serie di testi classici, a partire dal taoista Zhuāngzǐ e dal tradizionale Libro dei monti e dei mari. E così il problema di Big Fish & Begonia, a ben guardare, non è solo il suo essere (in parte) derivativo, ma è in quel ritardo strutturale che da sempre frena l’animazione cinese, tanto da aver ceduto un intero immaginario ai vicini nipponici e alla loro prorompente industria degli anime.

Un ritardo che negli anni ha portato al deciso sorpasso della Corea del Sud, oramai consolidata potenza mondiale – non a caso, è fondamentale per la pellicola di Xuan e Chun l’apporto del sudcoreano Studio Mir . E la Corea, come il Giappone, ci offre qualche spunto di riflessione sull’operazione Big Fish & Begonia, tassello (ci auguriamo) fondamentale di un percorso che a Seoul e dintorni hanno compiuto fin dai primi anni della new wave. Nei suoi limiti, Big Fish & Begonia ci ricorda infatti Wonderful Days (2003) di Kim Moon-saeng, che puntava senza mezzi termini alla meraviglia visiva, restando però invischiato in una sorta di limbo estetico: entrambe le pellicole guardano programmaticamente al mercato internazionale, a un character design spendibile dall’Occidente all’Oriente ma inevitabilmente standardizzato1.

Non mancano a Big Fish & Begonia sequenze suggestive e la predominanza cromatica del rosso è seducente, quasi ipnotica. L’utilizzo della cgi è funzionale, complessivamente apprezzabile. Sul piano tecnico-artistico le riserve sono soprattutto legate alla fluidità dei movimenti, lontana dagli obiettivi prefissati (lo Studio Ghibli e l’industria degli anime sono ancora assai distanti), e al character design che si accoda fin troppo ai vari La leggenda di Korra, The Boondocks, Guardiani della Galassia e Voltron: Legendary Defender, targati Studio Mir.
Guardando al bicchiere mezzo pieno, non possiamo che sottolineare i mastodontici passi in avanti rispetto a titoli come Storm Rider – Clash of the Evils e la sana ambizione che scava un solco incolmabile tra Big Fish & Begonia e cgi coevi come Rock Dog e il blockbuster Monkey King: Hero Is Back. Guardando al bicchiere mezzo vuoto, non possiamo che ripensare alla vivacità, alle peculiarità estetiche e alla vitalità di titoli come Nezha Conquers the Dragon King (Nezha nao hai, 1979). Altra storia.

Note
1 In questo senso, assume ancora maggior valore il lavoro di Yeon Sang-ho (The King of Pigs, The Fake, Seoul Station) e della studio Meditation With a Pencil (Green Days – Dinosaur and I, The Road Called Life, The Shower).
Info
Il trailer italiano di Big Fish & Begonia.
La scheda di Big Fish & Begonia sul sito del Future Film Festival.
La scheda di Big Fish & Begonia sul sito di Draka Distribution.
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