A Quiet Passion

A Quiet Passion

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Il glorioso cineasta britannico Terence Davies racconta con A Quiet Passion la vita della celebrata poetessa Emily Dickinson in un biopic frastagliato e generoso, illuminato da una grazia neoclassica, ma con una confezione ammansita che di tanto in tanto indulge nel patinato e disinnesca il proprio potenziale. Commovente, ad ogni modo, l’adesione del regista di Voci lontane…sempre presenti ai fantasmi della grande letterata (e l’interpretazione di Cynthia Nixon non è da meno).

«Siamo solo umani, Emily, non metterci alla gogna per questo»

La storia della celebre poetessa statunitense Emily Dickinson dagli anni della trasgressiva giovinezza alla vita adulta di auto-reclusione… [sinossi]
«Per un’istante d’estasi noi paghiamo in angoscia
Una misura esatta e trepidante, proporzionata all’estasi.
Per un’ora diletta, compensi d’amari anni,
Centesimi strappati con dolore, scrigni pieni di lacrime»
(Emily Dickinson)

Sceglie un taglio che una volta si sarebbe detto “dalla culla alla tomba”, A Quiet Passion di Terence Davies sulla poetessa Emily Dickinson, spostandosi dalla giovinezza di una ragazza ribelle e in rotta col proprio ambiente familiare e sociale – anche se scelse di rimanervi immersa tutta la vita, come in un liquido amniotico e in un mare materno e freudiano, oltretutto restituito molto bene dal film – alla maturità di una donna abitata da profondi tormenti interiori, prontamente stemperati in una coraggiosa e aguzza idea di poesia.
Un’arte nella quale i contrasti scivolosi e acuminati di una personalità destinata a segnare il futuro della letteratura non si sciolgono in maniera semplicistica e manichea, ma coesistono generando fratture e frizioni. Le stesse che si ritrovano in questo film dalla forma composta e levigata, un po’ in linea con tanti biopic contemporanei precisi e accurati ma anche algidi e talvolta patinati nell’approccio: difetti di partenza da cui però A Quiet Passion, pur incappando di tanto in tanto in queste restrizioni, sa smarcarsi agilmente e con la stessa, profondissima idea di grazia che Terence Davies non ha mai abbandonato, anche nei suoi film più sgradevoli e d’impatto.

In tempi di esplosione mediatica del movimento #MeToo, che però – è bene ricordarlo – non nasce con Weinstein, la parabola della Dickinson assomiglia fatalmente a quella di tante donne ostinate nel perseguire la strada giusta, anche se ciò significa accarezzare il rischio dell’auto-esclusione. La sua inflessibile e radicale insofferenza all’autorità paterna e religiosa è ben raccontata da A Quiet Passion, che non ne censura ma piuttosto ne amplifica la nient’affatto sottile vena protestante e amorale, partendo dal ritratto di un’artista da giovane per arrivare ai dissidi di una donna impegnata a scrivere una poesia al giorno, con metodica irreprensibilità.
Il film di Davies è costellato di immagini bellissime e intransigenti proprio come le poesie della Dickinson, ma è anche eccessivamente colmo di aforismi frastornanti e frasi a effetto dal piglio icastico e riassuntivo, come se la sceneggiatura ci tenesse a condensare a ogni pie’ sospinto un bignami for dummies del pensiero lirico della poetessa, senza concedere il giusto respiro all’eco delle immagini e alla risonanza di un personaggio perfettamente consapevole di quanto il rigore non sostituisca la felicità, di come la vita sia crudele e di come la crudeltà non conosca l’intimità della morale.

Quando la macchina da presa di Davies fluttua inquieta e crepitante, passando in rassegna volti in primo piano in una delle prime scene, si respira tuttavia a pieni polmoni la puntigliosità antropologica, sociale e viscerale che fa del regista una delle voci più peculiari e profonde del cinema inglese degli ultimi decenni e che nel finale, non a caso, non esita a tirare fuori i filtri rossastri lavorando su un registro perfino espressionista. Come fosse alle prese con la dolcissima crocifissione di una creatura così facile e insieme così difficile da amare, che non a caso diede più amore di quanto ne ricevette e della misura in cui ebbe modo di essere ricambiata («Questa è la lettera al mondo che mai non scrisse a me»).
«Le uniche persone che sottovalutano la bellezza sono quelle che sono già belle», dice Emily, senza esimersi dal sottolineare che l’America è l’unico paese che concepisce la morte come un fallimento personale: due consapevolezze che ne sottolineano la modernità radicale, anche in rapporto all’individualità dominante e tramortita del Novecento, di cui la Dickinson fu di fatto una precorritrice in seno al XIX secolo, con tanto di ironia aspra e puntigliosa («Condannare Cime Tempestose senza averlo letto è come andare a Sodoma e Gomorra e lamentarsi che nessuna delle due sia Philadelphia»). Per non parlare del suo senso della caducità, del bisogno di guardare a un oggetto perché evochi tutto quello che è possibile evocare.

A Quiet Passion, in definitiva, sa anche quando abbandonarsi a una sana superficialità, intesa come adesione profonda alla superficie delle cose, in cui, com’è noto, risiede una profondità insostituibile e di segno tutt’altro che trascurabile. Il film, dopotutto, a dispetto dei suoi limiti, ha la stessa leggerezza e gravità delle opere di Emily Dickinson (la dicotomia l’ha scomodata direttamente il New York Times recensendo il film), la medesima irrequietezza dei suoi versi preziosi e insostituibili, equamente divisi tra trasgressione e coercizione auto-imposta, tra il diavolo e il profondo mare azzurro (per citare un’antitesi al centro di un altro film di Davies, The Deep Blue Sea), assieme a una spiritualità sui generis che forzava i confini ottusi e bigotti della religiosità ossequiosa e di maniera.
Davies approccia tale materia con profonda consapevolezza, al netto delle lievi carenze di cui abbiamo già dato conto, anche se ha lui stesso dichiarato di non averla conosciuta subito in sede scolastica e di averla recuperata solo in seguito, leggendo molto: una conoscenza all’insegna della posterità, la stessa che investì la Dickinson, il cui successo è arrivato solo anni dopo la morte, dopo un’esistenza scorbutica e scontrosa che non le diede mai la notorietà che avrebbe meritato. Sebbene il suo apporto culturale alla modernità e al secolo a lei successivo, il Ventesimo, non sia inferiore, per esempio, alla nozione di flusso di coscienza di James Joyce e a tante altre elaborazioni letterarie. Con in più una dose di irreprensibilità morale in grado di sottrarla, in apparenza, alle temperie del caos, per aprire squarci reconditi della e sulla sua anima, che ancora oggi le sue poesie ci permettono di ammirare, specchiandoci nella loro lucentezza ostile.

Info
Il trailer di A Quiet Passion.
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