C’era una volta il West

C’era una volta il West

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Summa dei primi film di Sergio Leone della Trilogia del dollaro, summa di un genere cinematografico e al contempo suo epitaffio, epopea della nascita di una nazione, con la violenza e il sangue, nel completamento del suo sistema ferroviario. Tutto questo è C’era una volta il West, a cinquant’anni dalla sua uscita, passato in una magnifica proiezione in Piazza Maggiore per il Cinema ritrovato 2018.

Danza macabra per la nascita di una nazione

Jill, una ex-prostituta di New Orleans, arriva a Sweetwater, località in mezzo al deserto, per raggiungere la sua nuova famiglia, l’irlandese Brett McBain che ha sposato in segreto e i suoi figli. Ma questi sono sterminati dal bandito Frank, che agisce su mandato di Morton, imprenditore del ramo ferroviario. Il terreno di McBain si rivela come nodo obbligato nel futuro sistema viario su rotaia. Nella vicenda si inseriscono cavalieri solitari quali il bandito Cheyenne e il meticcio soprannominato Armonica, che cerca Frank per vendicare l’uccisione del fratello… [sinossi]

1968, anno di svolta e di contestazione: il cinema partorisce opere epocali come 2001: Odissea nello spazio, Rosemary’s Baby, La notte dei morti viventi, C’era una volta il West. Nel film di Kubrick rimane celebre, e studiata come esempio di montaggio analogico, la scena dell’osso che diventa astronave. Anche nel film di Sergio Leone c’è uno straordinario momento di montaggio: la pistola a canna lunga del bandito Frank si appresta a far uscire il colpo che ucciderà un bambino innocente e indifeso, ultimo a cadere di un’intera famiglia sterminata. Invece della pallottola l’immagine diventa quella di una locomotiva, come se fosse questa a essere sparata dal fumo della pistola al posto del proiettile. L’immagine dà il senso del film, e di un genere classico del cinema nonché della concezione di Sergio Leone dell’America, un paese che si è costruito unificando un territorio sterminato, dai paesaggi immensi, completando una rete ferroviaria, nello spirito della nuova frontiera, e con l’iniziativa privata, ma anche con la violenza delle pistole.

Possiamo leggere C’era una volta il West come lo sviluppo di quella che è stata l’idea base di Sergio Leone, prendere cinque figure di archetipi del genere western, il vendicatore, il bandito romantico, il ricco proprietario, l’uomo d’affari criminale, la puttana, e costruire su questi la nascita di una nazione. Oppure come quella che è stata la fase successiva di elaborazione del soggetto, un’antologia di sequenze classiche del genere western, rielaborate e riassemblate, raccolte da un trio di cui hanno fatto parte Dario Argento, all’epoca un ‘semplice’ critico cinematografico, e Bernardo Bertolucci, che invece aveva già realizzato alcuni film. Di questa esperienza farà tesoro soprattutto Argento che prenderà da Leone diversi meccanismi, il flashback progressivo, l’estetica della morte, l’importanza delle musiche, trasponendoli nei suoi thriller.
Lungo e sterile sarebbe fare l’elenco delle citazioni dai classici del genere presenti in C’era una volta il West, lo studioso Christopher Frayling – ospite al Cinema Ritrovato 2018 per presentare il film – ci vede una trentina di western storici. Basta ricordare la fordiana Monument Valley che Sergio Leone fa attraversare a sua volta, e per la prima volta, da una diligenza, un terreno cinematografico sacro, in cui entrare in punta di piedi. Quello che conta è il senso di malinconia di cui l’intero film è pervaso, il senso fortissimo di un mondo al suo tramonto, l’unico atteggiamento plausibile per affrontare un genere che aveva già passato l’apice del suo splendore. Leone sperimenta i tempi dilatatatissimi, che userà ancora nei successivi due film, proprio per centellinare fino in fondo questa lenta agonia di un mondo di eroi.

Nella sua, purtroppo breve, filmografia, Sergio Leone ha messo in scena universi amorali, governati dalla legge della pura sopravvivenza, dove predominano eroi solitari, cavalieri dal grilletto infallibile, universi che il regista ha trovato prima nel selvaggio West e poi nell’America dei gangster dell’epoca del proibizionismo, e che avrebbe probabilmente reperito anche nell’assedio di Leningrado, nel suo agognato progetto mai realizzato. In C’era una volta il West Leone mette in scena gli ultimi atti di questi eroi solitari, buoni o cattivi poco importa, la transizione verso un capitalismo fatto di smidollati, che pure possono essere buoni o cattivi. L’imprenditore rapace e senza scrupoli Morton, paralizzato, che si è creato una corazza nel vagone-ufficio lussuoso del suo treno privato (i villain con una protezione letterale e metaforica tornano nel cinema di Leone, com’è il caso del colonnello Günther Reza nel suo blindato in Giù la testa), che non è nemmeno capace di colpire ai punti vitali quando spara, secondo quel codice per cui i cavalieri rispettano il nemico cercando di rendergli veloce e meno dolorosa la morte. Morton, che concepisce le mazzette di dollari come arma che può prevalere anche contro una pistola. Morton che incarna, dal suo punto di vista, il mito americano della conquista del West, della nuova frontiera, il sogno di raggiungere la California e il Pacifico, partendo dalla costa atlantica (sogno che nel genere western riesce in pochi casi come nel bellissimo I due volti della vendetta di Marlon Brando). Il sogno americano non è più l’oro, come erronamente crede Jill rovistando nella casa del marito defunto, ma la ferrovia, le stazioni, le rotaie, garanzia di ricchezza in un nascente sistema d’impresa, fornendo servizi. Altrettanto inetto fisicamente è l’irlandese McBain, che viene ucciso in un batter d’occhio, che diventa a sua volta cacciagione dopo aver sparato a delle pernici. E indifesa è pure la sua vedova Jill che ne prende il posto, se non usando armi femminili. Che sia piccola o grande è sempre la libera impresa su cui si fonderà la nazione: non vi è traccia dell’intervento dello stato nello sviluppo del sistema ferroviario come in qualsiasi altro posto al mondo. Degli eroi solitari rimane in vita, alla fine del film, solo Armonica, ma con la consapevolezza che verrà anche il suo momento («Quando toccherà a te, prega che sia qualcuno che sappia dove sparare», gli dice l’agonizzante Cheyenne, consapevole che ormai i tiratori capaci siano rimasti in pochi). Ben diversi gli smidollati di Leone da quelli di John Ford, che incarnano il passaggio americano dopo il vecchio West, di cui un esempio è la figura dell’idealista democratico Ransom Stoddard che crede di aver ucciso Liberty Valance.

Si è detto di quanto Leone abbia attinto al cinema di genere classico. Non si tratta di un puro omaggio fine a se stesso, alcuni elementi si caricano di una valenza corrosiva, come nell’impiego di Henry Fonda, il volto buono dell’America onesta, della piccola borghesia benpensante, che ha incarnato anche gli ideali del paese nel giovane Lincoln di Alba di gloria. L’inquadratura in cui appare per la prima volta è un movimento di macchina alle sue spalle che solo alla fine ne rileva il volto. Fondantale per capire la concezione del cinema di Leone come un macrotesto: è lo svelamento del cattivo incognito, che si rivela essere il meno sospettabile, attingendo dai protagonisti del cinema. In quel momento Fonda è se stesso, non il personaggio di Frank, facendoci piombare in un incubo, dove tutti i valori di riferimento del cinema hollywoodiano sono rovesciati e impazziti. In altri due momenti del film, il volto di Henry Fonda si rende visibile dopo essere occultato dall’ombra, quando entra nel saloon e quando si avvicina all’inizio del flashback di Armonica. Non può non richiamare quella scena della sagoma in ombra del giovane Lincoln di Ford, in cui già si intravedeva il profilo del Lincoln adulto, con la barba, nella sua iconografia classica. La silhouette non dà più origine al padre fondatore della nazione, ma a un mostro, a un criminale di inaudita malvagità.

Sergio Leone costruisce uno dei suoi capolavori, con i ben noti tempi dilatati, ma anche con quelle panoramiche, che contemplano quel mondo perduto, divenute celebri, come il famoso dolly che si innalza sul tetto della stazione alle note imperiture di Ennio Morricone. E alla musica Leone aggiunge una partitura di suoni diegetici, fatta di brusii, cigolii, come nel lungo incipit dell’attesa alla stazione. Ma il regista costruisce anche, come suo stile, un’opera che funziona con i volti dei personaggi. Quelli della famiglia McBain, i figli bruttini, dallo sguardo infelice, la faccia del bambino che attende la morte; quelli tristi della comunità che aspetta l’arrivo di Jill, ignara di essere vedova, sui quali Leone fa una carrellata che si conclude con i cadaveri esposti; quelli ieratici e fieri degli eroi al duello, quello impassibile di Armonica, quello di Frank che rimane dignitoso in punto di morte.
Nel 1968, anno di turbolenze e cambiamenti, Sergio Leone gira C’era una volta il West fermando la lavorazione per un giorno quando si viene a sapere dell’omicidio di Robert Kennedy, e Jason Robards non riesce a trattenersi dal pianto. Leone ha realizzato una fiaba perduta dell’America, una danza macabra sulla nascita di una nazione.

Info
La scheda di C’era una volta il West sul sito del Cinema Ritrovato.
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