Il cacciatore

Il cacciatore

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È un persistente senso di perdita ad accompagnare l’intera visione de Il cacciatore di Michael Cimino, una perdita irreparabile e che non prevede reduci: quella delle illusioni. A Il cinema Ritrovato 2018.

La classe operaia va all’inferno

Tre giovani amici, operai in un’acciaieria della Pennsylvania, partono per il Vietnam. Imprigionati dai Vietcong, sono sottoposti alla tortura della roulette russa. Riescono a fuggire, ma per loro niente sarà più lo stesso… [sinossi]
Un film esprime un uomo senza razionalizzarlo.
Il film sei tu, rappresenta il tuo inconscio più di qualsiasi altra cosa.
– Michael Cimino

La perdita delle illusioni non prevede reduci, è un evento irreparabile. Dopo di essa c’è solo il fluire del tempo, riempito dai rituali quotidiani, individuali o collettivi, da quel mero istinto di sopravvivenza tipico del genere umano. Senza più utopie né sogni giovanili, non resta molto all’uomo, la consapevolezza della morte ha divorato tutto. È il tempo, prima ancora della guerra, il vero protagonista de Il cacciatore (The Deer Hunter, 1978) di Michael Cimino, un tempo che la narrazione estremamente articolata del film dilata in principio, per poi contrarlo via via, in sincrono con l’affievolirsi nei personaggi della fiducia nell’America e nei suoi paesaggi sconfinati, un’eterna promessa di libertà e autoderminazione che la Storia ha ripetutamente disilluso.

Quando Cimino viene chiamato dalla EMI, la compagnia britannica è pronta a tutto pur di produrre il nuovo film del regista di Una calibro 20 per lo specialista (Thunderbolt and Lightfoot, 1974), anche a investire su una storia che lui racconta verbalmente, senza avere nulla di scritto. La sceneggiatura de Il cacciatore nasce di fatto nel corso della ricerca delle location per il film e calza a pennello sui luoghi e sui volti degli interpreti, alcuni dei quali (specie i ruoli secondari) scritturati sul posto. Ne deriva una pellicola densa di dettagli accurati, devota ai luoghi e ai corpi degli attori, capace di acuta osservazione e crudele realismo.

Lo studioso statunitense Robin Wood [1] parlò del film come di un mirabile esempio di arte democratica, ambiguo, contraddittorio proprio perché lascia lo spettatore libero di decidere cosa pensare e da che parte stare. Qualcosa di impensabile oggi, dove il cinema, soprattutto quello destinato al grande pubblico – e Il cacciatore lo era – si sente sempre in dovere di spiegare tutto e connotare nettamente i personaggi: i buoni da una parte, i cattivi dall’altra. I protagonisti de Il cacciatore non sono sempre facili da comprendere, nell’ottica del regista vanno amati per quello che sono, nelle loro fragilità e contraddizioni. E insieme a loro Cimino si espone alle ambiguità, qui come nel corso della sua intera carriera, con un toccante candore. Esemplare conseguenza di questo “candore” furono poi gli strali della critica italiana che tacciarono il film di sciovinismo quando non di fascismo.

Con rapinosi movimenti di macchina, fluidi e spesso discendenti dall’alto, l’autore mira a immergerci completamente in una realtà che appare in qualche modo già data proprio perché non è mai “spiegata” e che scorre come un flusso continuo sotto ai nostri occhi, un flusso che idealmente inizia prima e finisce dopo il film. Esemplare in tal senso è la presentazione dei protagonisti, cinque operai della cittadina di Clairton in Pennsylvania: Michael (Robert De Niro), Nick (Christopher Walken), Steve (John Savage), Stan (John Cazale) e Axel (Chuck Aspegren), colti nell’incipit del film al lavoro nella locale acciaieria. Dai dialoghi nello spogliatoio della fabbrica emerge subito un cameratismo vitale e schietto, basato su un vivere condiviso, la cui quieta ripetitività quotidiana è spezzata però dalla notizia dell’imminente partenza di tre di loro (Michael, Nick e Steve) per il Vietnam. L’indimenticabile – per chiunque abbia visto il film – sequenza nel bar dell’amico John (George Dzundza) sulle note di “Can’t Take My Eyes Off of You ” prosegue poi nel delineare i ruoli che i personaggi avranno nel corso della storia, concedendo un ruolo attivo, nel dettaglio al tavolo del biliardo, ai soli Michael e Nick. Con la successiva sequenza del matrimonio tra Steve e Angela (Rutanya Alda), la relativa festa nuziale, la caccia in montagna e infine dell’ultima sosta nel bar prima che il Vietnam irrompa sullo schermo in tutta la sua violenza, Cimino procede nell’instillare una serie di dettagli che solo a un occhio distratto possono apparire accessori: si tratta in realtà di veri e propri presagi, per lo più funesti. Con lo scorrere del film infatti la fornace dell’acciaieria si trasformerà nei focolai accesi nella notte a Saigon, l’utopia di Michael dell’uccisione pulita con “un colpo solo” nella roulette russa, e in ultima istanza nella metafora della guerra come suicidio di un’intera Nazione. Piuttosto chiara è poi l’interpretazione da dare alla presenza di quel Berretto Verde appena rientrato da Vietnam alla festa di matrimonio, che alla domanda delle tre giovani reclute su come sia “laggiù” risponde con un sitetico “Fanculo”. Ineluttabile, infine, è il presagio dell’infausto destino che colpirà i due sposi, esemplificato da quelle gocce di vino che marchiano indelebilmente il candore dell’abito nuziale di Angela.

È quasi un film a sé stante il lungo prologo de Il cacciatore, la cui durata – circa un’ora e dieci – si rivela necessaria con lo scorrere del film e ancor più quando il racconto volge all’epilogo. A quel punto, nel ripercorrere mentalmente l’intera storia à rebours, quel prologo va a incarnare un mondo edenico – le tragiche premonizioni sono d’altronde indirizzate soprattutto allo spettatore – al quale nessuno dei personaggi potrà mai fare ritorno.
Inoltre, nonostante questa prima porzione del film possa apparire digressiva, rientra invece in una struttura dal ferreo rigore che supera e al tempo stesso ingloba la portata romanzesca del racconto. Il film si compone infatti di cinque capitoli che vedono una durata decrescente e una contrazione del numero dei personaggi: la città di Clairton con i cinque amici, il Vietnam con solo tre di loro, il rientro a Clairton di Mike (da qui in avanti unico protagonista del film), il suo viaggio in Vietnam per cercare Nick, infine il ritorno a casa. Tutto si contrae progressivamente in Il cacciatore: il tempo, i personaggi, i loro sogni. Ed è proprio il senso di perdita – le tre reclute perdono tutte qualcosa: Steve le gambe, Nick la vita, Mike le sue certezze – ad animare dolorosamente l’intero film, a dettare il percorso del personaggi, centro dell’interesse costante di Michael Cimino, qui come nel corso della sua intera filmografia, tutta devota all’uomo, le cui ansie e disillusioni, indissolubilmente legate al sogno americano, trovano nei maestosi paesaggi naturali l’unico contraltare, l’unica possibilità di redenzione.

A ben vedere, e pur essendo considerato come uno dei più importanti film sul Vietnam (vincitore tra l’altro di Cinque Oscar: miglior film, regia, suono, montaggio e interprete non protagonista a Christopher Walken), Il cacciatore non contiene vere e proprie sequenze di guerra. Il conflitto è condensato in un’unica, potente metafora, quella della roulette russa, utilizzata dai Vietcong come strumento di tortura. Allegoria limpida, essenziale della costante eposizione di ogni soldato al rischio della morte, la roulette russa è l’amaro risvolto di quel “un colpo solo” predicato dal personaggio di Michael all’inizio del film e segna poi un punto di non ritorno per l’amicizia con Nick, il suo sodale, il suo alter ego, il suo amico fraterno. È proprio Michael/De Niro a costringere Nick/Walken ad affrontarsi l’uno contro l’altro nella capanna dove sono prigionieri: facendo così vuole salvarlo (e salvarsi), invece segna la sua condanna. La condanna di un giovane uomo che in fondo ha tutte le qualità per essere il vero eroe di questa storia (e in parte lo è) e la cui unica colpa è aver saggiato, attraverso l’esposizione al rischio della morte, il vero senso dell’ineluttabilità del destino. Proprio per questo, Nick continuerà poi a sfidarlo quel destino, esibendosi ogni sera nella roulette russa a Saigon, e questa sfida si farà per lui atroce dipendenza. Già nel prologo del film, Nick ci viene introdotto d’altronde come un personaggio che ama scommettere su tutto, non teme il rischio, Michael, al contrario, è definito, proprio dall’amico come un maniaco del controllo (“control freak”, in originale), cui piace scommettere solo su quello che appare certo, su performance muscolari (si veda l’iniziale gara tra la sua Cadillac e il camion) che lui può governare. Michael crede in verità monolitiche come “questo è questo” e “un colpo solo”, verità che solo Nick, con l’esperienza della guerra riuscirà a mettere in discussione, lui che a caccia andava solo perché gli piacevano gli alberi, “come sono gli alberi in montagna”. Michael ancora non l’ha capito, ma quando torna a Saigon per “salvare” Nick, per riportarlo a casa come aveva promesso, sta per affrontare l’unica sfida che non può vincere: può solo morire, o lasciar morire l’amico. O forse, è lì solo per dimostrare a se stesso, una volta per tutte, di aver fallito. Perché l’uccisione pulita non esiste e l’unico “colpo solo” possibile è quello verso se stessi. In questo non è difficile intravedere, con buona pace dei detrattori dell’epoca, il monito che Cimino vuole lanciare a una Nazione dall’istinto suicida, il cui interventismo militare tante guerre avrebbe ancora scatenato lontano da casa. E tante giovani reclute avrebbe ancora lasciato morire.
Nell’ultimo duello alla roulette russa tra i due amici si dispiega dunque il lascito più importante del personaggio di Nick all’amico, quello della responsabilità, nei confronti del suo destino e della donna che entrambi amano, Linda (Meryl Streep), una responsabilità che porta con sé la consapevolezza che la vita stessa (e non solo la guerra) è una costante esposizione alla morte.

Il cacciatore, tra le tante, altre cose, è dunque anche un racconto di formazione, quella di un giovane uomo, il Michael incarnato da De Niro che, abbandonando le proprie certezze e illusioni diventa definitivamente adulto, anzi, che la guerra costringe a un salto brusco dalle infinite possibilità di una vitale giovinezza fino alla vecchiaia più remota e prossima alla morte. È questa forse l’unica forma di reducismo che la guerra consente.

Sottile ma costante, nel corso de Il cacciatore è anche un discorso sull’identità, sull’appartenenza, sulle radici, discorso che coinvolge non solo le giovani reclute americane, ma anche il Vietnam, colonizzato due volte (si veda il personaggio dello spregiudicato francese) e ora piegato a un consumismo statunitense fatto di bordelli per le reclute e disco music a tutto volume. Quella di Crairton è una comunità di origine russa, probabilmente ucraina (ai tempi del film c’era ancora l’Unione Sovietica) e i protagonisti sono immigrati di seconda generazione, per i quali il Vietnam sancisce amaramente la definitiva integrazione (Nick, nell’ospedale militare di Saigon, nega infatti che il suo cognome sia russo e si definisce “americano”), proprio come nella Seconda Guerra Mondiale era avvenuto per gli afroamericani. Mentre il personaggio di Michael appare più distaccato dalle proprie radici, Nick, ancora una volta rivelandosi più adulto dell’amico, all’inizio del film partecipa con entusiasmo a tutti i rituali collettivi previsti dalla comunità, inclusi – e in parte grazie alla nota predisposizione di Christopher Walken per la danza – i balli popolari. Sono inoltre numerosi i rituali messi in scena nel film, la guerra stessa è un rito iniziatorio, il più crudele, a cui la Patria sottopone i propri giovani. E naturalmente è un rituale anche la roulette russa, una prova di coraggio dal carattere tristemente iniziatorio. Poi ci sono il matrimonio, la festa, la caccia, infine il funerale. E infine quel “famigerato” (gli strali della critica italiana del tempo si scagliarono soprattutto su quel momento) intonare “God Bless America” che chiude la narrazione del film, con una nota amara di sconfitta. É questa infatti l’ultima forma di amore per la patria rimasta ai personaggi: intonare le parole di un inno mandato a memoria in qualche punto remoto nel tempo di un’infanzia le cui illusioni sono state tradite.
Quella de Il cacciatore è una visione che è giusto condividere, magari in piazza, come proposto da Il Cinema Ritrovato 2018 di Bologna, per non restare soli di fronte a una visione dolorosa alla quale ci si sottopone proprio come ad un rituale collettivo, ignare creature esposte al destino, sul crinale di una montagna, oltre il quale non è dato sapere cosa ci sia.

Note
1. Wood, Robin, Hollywood from Vietnam to Reagan, New York, Columbia University, 1986.
Info
Il trailer de Il cacciatore.
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