La truffa del secolo

La truffa del secolo

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Rilettura del noir classico, riportato all’attualità della crisi economica globale degli ultimi anni. Segnato da pessimismo e strade senza uscita, La truffa del secolo di Olivier Marchal sconta una generale prevedibilità che non riesce a tradursi in cupo fatalismo. Con Benoit Magimel e Gérard Depardieu.

Il denaro logora (chi ce l’aveva)

Proprietario di un’azienda di trasporti in grossa difficoltà, Antoine Roca firma a malincuore l’istanza di fallimento della sua impresa. Determinato a reimpossessarsene, accoglie il suggerimento di tentare una truffa allo Stato aggirando a proprio favore la regolamentazione dell’IVA sulle emissioni di CO2. Insieme ai suoi sodali, Antoine vede lievitare il capitale in breve tempo, attirando il sospetto del protervo suocero Aron, che da sempre non ha alcuna stima per lui e vuole vederlo fuori dalla sua famiglia, rivendicando anche la tutela del nipote… [sinossi]

Del noir più classico La truffa del secolo, nuovo film di Olivier Marchal, adotta innanzitutto uno dei principi-cardine più consolidati: il cupo fatalismo, annunciato più che a chiare lettere nell’incipit che mostra il protagonista crivellato di colpi di pistola. Il film si propone così come un “racconto in morte”, un lungo flashback che si srotola dalla voce di un personaggio passato a miglior vita nella prima sequenza (da Viale del tramonto, 1950, Billy Wilder, un espediente riproposto più volte al cinema con cadenza costante).
In tal senso Marchal compone un racconto classico a suo modo funzionale, che mira all’intrattenimento facendosi forte di uno scaltro impasto tra attualità e genere. Lo spunto narrativo è infatti ricavato da eventi realmente accaduti tra il 2008 e il 2009, quando appena agli inizi della crisi economica globale fu commessa una truffa colossale ai danni dello Stato francese tramite un machiavello sul calcolo dell’IVA e la regolamentazione delle emissioni di CO2 (assai più bello, invero, il titolo originale del film, che recita un essenziale e pregnante Carbone). In tal senso La truffa del secolo sembra voler incrociare l’istanza “realista” con le leggi pure e semplici del cinema di genere, rileggendo un fatto di cronaca all’interno di precise e codificate regole narrative. Il gancio con la realtà si dissolve a poco a poco in un racconto fortemente stilizzato, disegnando in prima battuta e per brevi tratti il profilo di un industriale dei trasporti in difficoltà, determinato a non perdere la propria azienda.

Nell’incipit Marchal inquadra un contesto socio-familiare già esploso, sorretto a rapporti durissimi e disumani – il disprezzo del suocero magnate scarta dal dato reale verso una sorta di crudeltà mitizzata. Ma passo dopo passo il film abbandona la cronaca per avvitarsi in una spirale di peripezia, violenza e vendette tutta interna alla storia del cinema, ripercorrendo un tracciato ben noto ai fruitori della settima arte. Sulla scorta di una confezione fortemente patinata, Marchal incastra una decina di personaggi in un meccanismo narrativo senza uscita, calandoli in un groviglio sempre più angosciante dove le distanze tra i personaggi si riducono e gli attriti si fanno più violenti. La scelta di Marchal è a suo modo forte, ben marcata: enfasi fotografica, uso ricorrente della musica a commento ritmata su sonorità di un rap rigorosamente transalpino, montaggio alternato, insistenza su sequenze a episodi, freddezza antiempatica nel racconto dei personaggi.
Si tratta di un’estetica fortemente impastata col gusto corrente, senza veli o ipocrisie, secondo un progetto di solido cinema di consumo autoctono che si proponga come valida alternativa protezionistica allo strapotere americano. In sostanza, un cinema di eleganza tamarra, animato da personaggi superficiali e tagliati con l’accetta, conflitti enormi e “bigger-than-life”, pura epidermide tutta giocata sulla messinscena dell’intrigo e dell’azione. Tuttavia, vi è un primo dato che divarica nettamente le premesse dai risultati: da un film che per l’appunto esordisce con la marca più alta di predestinazione (il “racconto in morte”), non emana il minimo fremito di vero e cupo fatalismo. In primo luogo perché la truffa allestita ai danni dello Stato è talmente banale e gigantesca che contiene nelle sue stesse premesse il proprio scacco, e i quattro protagonisti, attuatori del raggiro, si profilano più come quattro stupidelli che sopraffini macchinatori. Ma ancor più significativamente il problema sta nelle scelte narrative, che adottano un puro srotolarsi di accadimenti fin troppo consequenziali uno all’altro, nell’ordine di un’estrema e poco credibile semplificazione. Per un film costruito su conflitti violenti, sia fisici sia psicologici, non si respira il minimo vero conflitto narrativo.

Tutto è prevedibile, svolto punto per punto come un puro resoconto che non valorizza la convenzione, ma semplicemente la adotta. Forse, per innescare il fatale sentimento del noir sarebbe stata necessaria la stimolazione di una maggiore partecipazione emotiva, motivando più profondamente le ragioni del suo protagonista, senza confinarle nell’interesse pressoché esclusivo per la preservazione del proprio ruolo paterno, che si duplica tra l’amore per il figlio e l’affetto per i propri dipendenti in azienda. Così, il trattamento superficiale riservato all’Antoine protagonista finisce per dare ragione al suocero, che da subito lo bolla come un inetto.
Tramite il racconto della sua meschina parabola Marchal non solleva la partecipazione, e nemmeno un discorso in qualche modo “morale”. Prevale l’urgenza del genere, tutto si riduce a puro meccanismo, piuttosto debole nella sua costruzione. A Marchal riesce bene l’evocazione di un cupissimo orizzonte alto-borghese, che almeno in un’occasione trova un’efficace soluzione espressiva – l’angoscia innescata alla cena di gala, dove il complice Eric sbrocca contro l’alta società identificata nell’umiliazione di un cameriere. Ma d’altro canto le cadute di tono sono frequenti (la vendetta femminile con tanto di rasatura di capelli è ai limiti del ridicolo, un vero sbandamento stilistico). Nell’ultima sezione di racconto La truffa del secolo si fa apprezzare per la progressiva esplosione di una catena di vendette e tradimenti.

Come nelle tragedie classiche di un tempo, vanno incontro alla morte (qualcuno se la cava con l’arresto) praticamente tutti i personaggi principali o quasi, sempre alla ricerca di quel sentimento fatalistico che sovrappone all’innescarsi dell’atto criminale la sua stessa fine. Ma anche in tale catena finale di azioni/reazioni finisce per prevalere un piatto susseguirsi di eventi riletti nella loro “necessità” secondo chiavi banali e poco coinvolgenti. Sulla metà del racconto Marchal sfiora anche le modalità del brillante “heist movie”, dove al colpo da mettere a segno si sostituisce un lucroso andirivieni in varie parti del mondo, secondo un approccio goliardico che vede nella truffa un sostanziale gioco infantile e che sembra evocare The Wolf of Wall Street (2013, Martin Scorsese) ricollocato in un orizzonte narrativo minore. Emerge, questo sì, il tentativo di un racconto di truffa globale, dove a fianco della globalizzazione economica si muove di pari passo una sorta di mondializzazione del crimine. Nel groviglio avviato da Antoine ci finiscono rappresentanti di molte culture, dall’ebraismo agli arabi agli scaltri cinesi. Ognuno col proprio modo diverso di trattare e riciclare il denaro, dalla scientificità cinese all’immediato ricatto arabo. Anche in questo Marchal riconduce il racconto dentro al genere, tramite rapide macro-caratterizzazioni alle quali non si sottrae nemmeno il profilo del poliziotto disposto al compromesso.
Ma a La truffa del secolo manca una chiara e coerente ispirazione anche nell’ordine del puro cinema di genere, malgrado il coinvolgimento di un mostro sacro come Gérard Depardieu che regala al personaggio del suocero l’imponenza allegorica della sua corpulenza, un alto-borghese ritratto con la protervia di un arbitrario Zeus, gigante anche nelle forme. In un ruolo-chiave riappare anche Dani, modella, cantante e attrice (la ricordiamo tra gli altri in Effetto notte, 1973, François Truffaut), ulteriore anima nera, forse la più nera di tutte in quanto madre “proprietaria” di figli. Nessuna speranza, tutti chiusi dentro a un cunicolo narrativo senza guizzi di luce. Ma anche nessuna sorpresa, in una generale ovvietà stilistica.

Info
Il trailer di La truffa del secolo.
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