Mishima – Una vita in quattro capitoli

Mishima – Una vita in quattro capitoli

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Presentato al Cinema Ritrovato 2018, Mishima – Una vita in quattro capitoli, il biopic di Paul Schrader sullo scrittore giapponese Yukio Mishima, che finì la propria esistenza suicidandosi dopo l’irruzione in una base militare, dove confluiscono le ossessioni del regista.

La visione del vuoto

Il film prende inizio dall’ultimo giorno di vita dello scrittore Yukio Mishima, il 25 novembre del 1970 quando, con quattro membri del suo gruppo paramilitare Tate no Kai, occupa una caserma del corpo di autodifesa giapponese, arringa i militari prima di suicidarsi mediante seppuku. Questo episodio rappresenta uno dei quattro segmenti del film, Armonia tra Penna e Spada. Gli altri tre ripercorrono alcune tra le sue opere più significative: Bellezza, ispirato al romanzo Il padiglione d’oro; Arte, da una delle storie che compongono La casa di Kyōko: Azione, da Cavalli in fuga… [sinossi]
Nel preciso istante in cui il pugnale gli squarciò il ventre,
dietro le sue palpebre il disco solare si levò immenso e radioso sull’orizzonte.
(Da Yukio Mishima, Cavalli in fuga)

Il martirio cristologico, l'(auto)flagellazione, la mortificazione della carne, il sacrificio supremo in forma di suicidio, la sessualità. I temi cardine del cinema di Paul Schrader tornano nella figura dello scrittore giapponese Yukio Mishima, – oggetto del biopic Mishima – Una vita in quattro capitoli (1985), presentato al Cinema ritrovato 2018 – che, anzi, sembra un’estensione del personaggio del giustiziere metropolitano Travis Bickle di Taxi Driver, da Schrader sceneggiato. Entrambi si sentono in dovere di intervenire nella società per correggere quelle che considerano storture, con esiti e finali differenti. Il tassista tenta il suicidio non riuscendoci a differenza dello scrittore, prova anche invano a uccidere un uomo politico, come succede nel romanzo di Mishima Cavalli in fuga, mentre l’azione di quest’ultimo, pur incruenta verso gli altri, si prefiggeva proprio un profondo cambiamento del corso politico del paese.

Schrader inseguiva il desiderio di fare un film su Mishima da almeno nove anni, anche per l’influenza del fratello Leonard, nipponista e sceneggiatore, tanto di film americani che giapponesi, che conosceva personalmente il grande scrittore. Il principale ostacolo era rappresentato dalla riluttante vedova, con la quale fu molto difficile raggiungere un accordo. Quest’ultima pose il vincolo di non includere nel film nulla che non fosse documentato in libri, interviste o registrazioni pubbliche. Si oppose inoltre all’evidenziare qualsiasi riferimento alla bisessualità del marito. E nel film in effetti non si accenna alla relazione sentimentale che intercorreva tra Mishima e il suo luogotenente Masakatsu Morita, che lo avrebbe accompagnato nella morte suicidandosi dopo di lui. Rimane solo una scena ambientata in un locale gay, dove lo scrittore ha un dialogo con un frequentatore (interpretato nientemeno che da Yuki Kitazume, il protagonista della celebre serie tokusatsu Megaloman), scena che peraltro in Giappone è stata tagliata.

Cosa deve essere una biografia artistica al cinema? Schrader non si pone problemi e corre dritto per la strada della vita dello scrittore attraverso la sua arte, giocando il film con il montaggio parallelo tra la drammatizzazione dell’ultimo giorno dello scrittore; i suoi ricordi, inizialmente in bianco e nero, ripresi in buona parte dal romanzo Confessioni di una maschera, per proseguire con la sua vita ricongiungendosi al suo capitolo finale; la rappresentazione visiva di frammenti di suoi tre romanzi, Il padiglione d’oro, La casa di Kyōko, Cavalli in fuga. Questi ultimi momenti si avvalgono del genio visionario della scenografa Eiko Ishioka, messi in scena come stilizzazioni teatrali racchiuse in paraventi e spesso riprese con quelle vedute a volo d’uccello tipiche dell’arte giapponese, ma anche del cinema di Kenji Mizoguchi, si pensi solo al suo La vendetta dei 47 ronin.
E nella versione restaurata di Mishima: una vita in quattro capitoli, si è potuta finalmente vedere la scena di omaggio a Ozu – oggetto di studio di Schrader nel suo saggio sul trascendente nel cinema – che era stata tagliata, nel capitolo Il padiglione d’oro, in un interno con quella tipica estetica geometrica, a linee ortogonali, degli interni delle case giapponesi nei film del grande Maestro, con il suo attore feticcio Chishū Ryū. La scelta di intercalare la biografia con momenti dalle sue opere parrebbe una scelta obbligata nei confronti di un autore per cui la vita e la produzione artistica sono state profondamente intrecciate, che ha concepito e preparato il proprio suicidio come un atto letterario e teatrale, anticipato dai romanzi della quadrilogia Il mare della fertilità, il suo testamento letterario e speculativo, l’ultimo dei quali, La decomposizione dell’angelo, è stato spedito all’editore il giorno stesso dell’azione alla base militare, la cui data, 25/11/1970, occupa l’ultima pagina del manoscritto.

Schrader riesce a trovare il giusto equilibrio tra la vita dello scrittore e il suo universo fantastico, cosa che difficilmente è stata raggiunta in questo tipo di operazioni cinematografiche che spesso scadono nel grottesco involontario, come l’insulso biopic su Frida Kahlo dal titolo Frida. Una scelta invece opposta a quella di Schrader è stata compiuta da Kōji Wakamatsu con il film 11.25: The Day Mishima Chose His Own Fate. Ma pur avendo lo stesso soggetto, e nella ricostruzione sostanzialmente fedele di entrambi degli ultimi momenti di vita dello scrittore, le due opere sono assolutamente diverse. A Wakamatsu interessa la portata pubblica dei fatti del 25 novembre del 1970, inserita nel periodo turbolento che stava attraversando il paese, e relega il mondo letterario di Mishima a una lista di titoli selezionati nei titoli di coda. Tanto sobrio ed essenziale è il suo film, tanto quello di Schrader – prodotto da George Lucas e Francis Ford Coppola che, in quel periodo, erano coinvolti anche nella produzione di Kagemusha – pulsa della roboante musica di Philip Glass e della rutilante fotografia anni ’80 di John Bailey, e si chiude con lo sgargiante disco del sole, simbolo del Giappone, che sorge, non che tramonta, traduzione visiva dell’ultima frase di Cavalli in fuga. Una resurrezione? Dello spirito? Degli ideali?

Il seppuku, il suicido rituale dei samurai, una morte molto onorevole, consiste nel praticarsi un taglio nell’addome mediante la wakizashi, la spada più corta dei guerrieri giapponesi, eseguito da sinistra verso destra e poi verso l’alto, mentre si è in ginocchio con le punte dei piedi rivolte all’indietro. Successivamente un fidato compagno esegue il colpo di grazia per decapitazione con la katana, la spada più lunga del samurai. In Mishima – Una vita in quattro capitoli, le scene di seppuku sono tre, quella vera di Mishima, quella letteraria da Cavalli in fuga, quella cinematografica da Patriottismo, l’unico film diretto da Mishima, che segna l’inizio della sua fase politica, di cui Schrader mostra la realizzazione. Se il grande scrittore non poteva essere imbrigliato in un’unica forma d’arte, avendo scritto romanzi, opere teatrali, poesie, fatto il regista e l’attore e, come si diceva, se la sua stessa azione finale è stata concepita come opera d’arte; se Patriottismo esiste anche come racconto e, nella forma cinematografica, è ambientato in una scenografia stilizzata di teatro noh; così Paul Schrader, con i tre seppuku, compie un raffinato gioco di mise en abyme. Nel mettere in scena Mishima regista, nel making of di Patriottismo, denuncia il suo stesso effetto speciale, la lama finta, retrattile, che non utilizza tuttavia per il seppuku ‘vero’, dove l’incisione rimane fuori campo, ma nella rappresentazione di quello letterario. E la violazione del corpo torna, con connotazioni anche erotiche, nell’estetica di San Sebastiano, adorata da Mishima che si era fatto ritrarre da un fotografo in quella posa con le frecce conficcate; e in La casa di Kyōko nella storia di un attore, ancora uno sdoppiamento cinematografico, impegnato in una relazione di sadomasochismo estremo. L’arte, nelle sue diverse forme, e la vita, e la morte, di Yukio Mishina sono assolutamente intercambiabili. E nel confluire delle figure letterarie dello scrittore, dei suoi tanti sdoppiamenti, possiamo includere anche i personaggi tormentati della filmografia di Paul Schrader.

Info
La scheda di Mishima – Una vita in quattro capitoli sul sito del Cinema ritrovato.
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