Beware! The Dona Ferentes

Beware! The Dona Ferentes

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Visto in concorso all’ultima Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, opera del filmmaker Daniele Pezzi, Beware! The Dona Ferentes segue il musicista sperimentale Dona Ferentes realizzando una riflessione su come musica e rumore possano essere tradotte in un equivalente di immagini filmiche.

Le disarmonie di Mazzani

Il documentario è composto da una collezione di riprese video realizzate nel corso di dieci anni (dal 2008 al 2018) con diverse tipologie di mezzi da ripresa, dai telefoni cellulari agli smartphone, da fotocamere compatte a camcorder miniDV, per poi arrivare al 4k. L’insieme di questa eterogenea raccolta di documenti costituisce un ritratto, quasi cronologico, di Dona Ferentes, performer considerato tra i più “puri” della scena musicale underground italiana. [sinossi]

Il teorico dell’estetismo Walter Pater sosteneva che “tutte le arti tendono costantemente alla condizione della musica”, principio fatto proprio dall’astrattismo, negando la rappresentazione di forme, soggetti, strutture, contenuti conoscibili. Così le immagini filmate di Daniele Pezzi in Beware! The Dona Ferentes, rincorrendo la musica/rumore del performer underground Michele Mazzani, in arte Dona Ferentes, classificato alle voci “avantgarde/noise/experimental”, tendono a scomporsi, a perdere qualsiasi legame con soggetti e forme narrative. Beware! The Dona Ferentes comincia con un momento da film gotico. Uno scantinato, come una cripta, dove sono accumulate in gran quantità le vecchie audiocassette, uno spazio oggi ingombrante e inutilmente voluminoso, mentre un brusio indistinto fuori campo diventa una voce comprensibile, che si altera, che fa riferimento al Necronomicon (è la celebre sequenza del libro dei morti de La casa di Sam Raimi). Un archivio sonoro fisico, le cui cellule sono rappresentate dalle audiocassette, o musicassette, sul cui nastro magnetico Dona Ferentes si ostina a incidere o assemblare i propri pezzi, piccoli parallelebipedi, mattoncini come quelli che compongono l’intelligenza artificiale di Hal 9000, futuristico ma concepito ancora come grande e voluminoso calcolatore, che una volta asportati lo fanno regredire in modo che anche la sua voce si alteri come quella di Dona Ferentes nel film. Una distorsione sonora tipica dei nastri magnetici, come si ricordano tutti coloro che non sono più giovanissimi che hanno sperimentato i tragici momenti in cui si si impigliavano nei perni del registratore.

Nella distorsione sonora di Dona Ferentes, nei suoi rumori stridenti, nella manipolazione dei suoni, si inserisce il lavoro di Daniele Pezzi che rincorre il musicista elaborando una distorsione, e una manipolazione delle immagini. A volte l’accompagnamento visivo al suono può essere proprio quello diegetico, come la lunga inquadratura del perno dell’altalena con il suo cigolio. Ma il più delle volte il regista vuole ricreare in immagini in movimento le dissonanze del lavoro del musicista. Basterebbe il pastiche di formati e di definizioni, ottenuto con la varietà dei mezzi di ripresa, tanto amatoriali che professionali, nei dieci anni in cui sono state effettuate le riprese. Una varietà che Pezzi omette di uniformare. E a ciò si aggiungono gli inserti, dei concerti, spettacoli o di un precedente film di Pezzi, The Great Annihilator, o inserti audio da film come La casa o da letture. Un pastiche visivo che accompagna un flusso di coscienza sonoro e visivo. C’è l’uso costante del riquadro interno allo schermo, che in alcuni casi si moltiplica in un trittico, in altri si moltiplica a scatole cinesi con ulteriori surcadrage nel riquadro ottenuti da specchietti retrovisori o schermi televisivi, e diventa opprimente ingabbiando anche le vedute di paesaggi in montagna. E poi i viraggi, le immagini offuscate di finestre e finestrini bagnati dalla pioggia o immerse nella nebbia. Il conflitto grafico tra linee diagonali tra le arcate di un ponte di metallo che scorrono e il riquadro di una sbarra chiusa di un passaggio a livello, con il suo disegno a strisce arancioni. I brandelli sonori corrispondono a una scomposizione atomistica dell’immagine, a una concezione divisionista in pixel, o nei riflessi di un corso d’acqua che, in tre riquadri concentrici, tendono a uniformarsi. Nuclei di materiali che corrispondono alle matrici sonore di Dona Ferentes, con le quali rifugge alla nota come elemento musicale cardine. I patchwork del musicista, che registra suoni con i vecchi registratorini e poi li restituisce nell’ambiente con gli stessi o radioline, e il suo riciclo, in chiave musicale, dei rottami. I volti occultati dai pixel o da ritagli di riviste, spesso a soggetto cinematografico, Oliver Stone o il Festival di Locarno, a sostituire bocca o fronte. Uniche riprese ‘tradizionali’ sono quelle che riguardano Dona Ferentes, nella sua vera identità di Michele Mazzani, mentre fa il postino nei quartieri residenziali di Ravenna.

State attenti a Dona Ferentes! Lo dice il titolo, anche nella grafica da film Hammer con cui è scritto, lo dice la prima scena gotica. Con ciò Daniele Pezzi ironizza sullo stesso atteggiamento da disturbatore che l’artista ha voluto richiamare nel proprio nome d’arte, richiamando l’inascoltato Laooconte che mise in guardia i troiani dall’accettare il cavallo.

Info
Beware! The Dona Ferentes sul sito della Mostra di Pesaro.
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