Ciò non accadrebbe qui

Ciò non accadrebbe qui

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Titolo rimosso dalla cosmogonia cinematografica di Ingmar Bergman, Ciò non accadrebbe qui, girato nel 1950, riesce a mettere in scena – pur nelle sue grossolanità ideologiche – un convincente thriller dal sapore hitchcockiano, al cui centro vi è la figura di una donna sposata a una spia comunista. Al Cinema ritrovato 2018.

Tutto può accadere, nel cinema di Bergman

Una rifugiata da un paese dei Baltici vive in Svezia ed è sposata a un suo connazionale, la cui vera identità è quella di essere una spia comunista. La donna prova a uccidere il marito e ad accasarsi con il poliziotto locale che indaga sulle infiltrazioni sovietiche a Stoccolma… [sinossi]

Presentato al Cinema ritrovato 2018, in una delle rare occasioni in cui la Svensk Filmindustri e la famiglia Bergman ha acconsentito alla proiezione del film, Ciò non accadrebbe qui è un titolo naturalmente secondario – e apertamente rimosso – della filmografia di Ingmar Bergman, eppure non per questo meno significativo. Sulla scia della fondamentale retrospettiva organizzata di recente da La farfalla sul mirino al Palazzo delle Esposizioni di Roma, dal titolo Bergman 100, Ciò non accadrebbe qui conferma l’imprevedibile ricchezza del cinema del Maestro svedese, che da un certo punto in poi – sostanzialmente a partire da Come in uno specchio (1961) – ha deciso di perseguire in maniera coerente – e tetragona rispetto all’esterno – il suo mondo autoriale, tralasciando quegli elementi presenti nel suo cinema delle origini che avrebbero potuto permettere di classificarlo come un eclettico.

Ciò non accadrebbe qui ha infatti la confezione – a suo modo, perfetta – di thriller hitchcockiano, dove non importa chi siano i cattivi – in questo caso i comunisti – e chi i buoni (gli anti-comunisti svedesi, che fanno il bene della loro nazione, al di là dell’ottusità dei loro connazionali). Ciò che importa – come sempre, in questi casi – è invece il meccanismo, il funzionamento del thriller stesso, che si dipana agevolmente per le strade di Stoccolma e attraverso misteriose stanze d’albergo, curiosamente comunicanti con dei teatri.
Bergman disconobbe questo suo film girato nel 1950 non tanto per la tematica anti-comunista (e, a tal proposito, il grossolano parallelismo che viene fatto tra il nazismo hitleriano e il comunismo staliniano non ha un vero peso nel film, e ci ricorda piuttosto un elemento autobiografico, di recente ribadito nel documentario Bergman – A Year in a Life, vale a dire il senso di colpa bergmaniano rispetto alla sua adesione al nazionalsocialismo); piuttosto Ciò non accadrebbe qui venne disconosciuto da Bergman in conseguenza dell’umana simpatia che sul set provò nei confronti degli attori esuli baltici. Nel momento in cui infatti il regista si rese conto degli autentici drammi che quegli attori stavano vivendo nella vita reale, divenne improvvisamente consapevole di quanto un thriller action/spettacolare fosse insufficiente e banalmente superficiale nel raccontare la tragedia di quegli uomini. Si trattò dunque, sostanzialmente, della scoperta della discrasia che passa tra un cinema scritto e pensato per l’entertainment e quella di un cinema pensato per l’interiorità di attori/personaggi/uomini, vale a dire ciò che in seguito sostanzialmente divenne il marchio di fabbrica bergmaniano.

Eppure, anche nell’ambito – per così dire – limitato del thriller, Bergman sa mostrare una maestria invidiabile, a riprova di come il cineasta svedese sia stato in grado di attraversare sostanzialmente tutto lo scibile cinematografico: in Ciò non accadrebbe qui, infatti, possiamo assistere a sequenze pregne di suspense che nulla hanno da invidiare ai maestri del genere, Hitchcock in particolare, così come possiamo verificare l’esattezza di tempi e di ritmi esatti degli inseguimenti automobilistici. In più, rispetto alla basica prammatica di un thriller, Bergman riesce a inserire elementi di ulteriore stratificazione simbolico/discorsiva, come ad esempio quando fa in modo che la riunione di esuli anti-comunisti si svolga all’interno di un cinema in cui stanno proiettando un film della Disney con protagonista Paperino. Grazie a questo contrasto tra il tono leggero del cartoon (il cui audio continua a percepirsi nel corso della riunione) e la drammaticità della riunione stessa, Bergman enuclea un concetto chiarissimo che persegue lungo tutto il film: i suoi connazionali svedesi, distratti dal fluire quotidiano fatto di distrazioni e divertimenti di vario genere, non si rendono conto di quel che nel frattempo sta succedendo dietro le quinte, dove una dittatura – quella sovietica, per l’appunto – sta provando a infiltrarsi nelle maglie della democrazia scandinava. E, dopo avercelo mostrato in maniera mirabile in questa sequenza metacinematografica, Bergman ribadisce il concetto – variandolo abilmente – per le strade di Stoccolma: i passanti, infatti, chiusi nella loro stoltezza, non si rendono conto di quanto stia accadendo e scambiano il rapimento della protagonista, che chiede aiuto dal finestrino di un’auto, per stravaganze di una donna dai facili costumi. E così, con una ferocia verso la gente perbene, che Bergman espliciterà in maniera tanto radicale in poche altre occasioni, la condanna verso la meschina piccolo-borghesia svedese è servita, e vale come strumento di imprescindibile stratificazione filmica.

In più, Bergman lascia intravedere in Ciò non accadrebbe qui le fondamenta del suo discorso autoriale: da un lato i teatranti alle prese con un trasloco, il cui spazio comunica con quello della stanza d’albergo dove si è consumato un tentativo di omicidio, dall’altro proprio il personaggio della protagonista, sposata a un uomo che – improvvisamente – le appare sconosciuto ed estraneo. E, se attraverso il primo elemento, abbiamo come sottotraccia il suggerimento secondo il quale la vita dei teatranti procede imperterrita e imperitura al di là di ogni forma di dittature, democrazie e rivolgimenti sociali (visto che il trasloco di abiti di scena e macchinari avviene nonostante la presenza di poliziotti, criminali e intrusi); come seconda linea – quella della centralità della figura femminile – abbiamo sì un tratto che potrebbe richiamare l’Hitchcock di Notorious (il consorte come estraneo e nemico), ma vi è anche una caratteristica tipicamente bergmaniana, che è quella dell’insofferenza femminile nei confronti delle rigide regole sociali. E, non solo, vi è anche nella protagonista l’aspirazione a una vita anti-urbana (e dunque anti-borghese) che anticipa le linee cui Bergman approderà poco dopo – nel 1953 – con Monica e il desiderio, il suo primo film che venne internazionalmente riconosciuto come la prova di un autore degno di interesse. E, dunque, come accadeva sovente nel cinema del passato, il Bergman di Ciò non accadrebbe qui è un cineasta che, attraverso la gavetta, fa maturare il suo mondo autoriale – d’altronde già magnificamente anticipato in La prigione (1948) – prima di dargli definitivo corso con i suoi capolavori successivi.

Info
La scheda di Ciò non accadrebbe qui sul sito del Cinema ritrovato.
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