La prima notte del giudizio

La prima notte del giudizio

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Giunta al quarto capitolo, la saga ideata da James DeMonaco incappa in una seria battuta d’arresto: La prima notte del giudizio non riesce a tenere saldi i principi post-carpenteriani e naufraga in un confuso prequel con troppi personaggi, con maldestre scene d’azione e con accennate riflessioni simbolico-politiche.

Il primo repulisti

Un nuovo partito ha preso il potere in America, sbaragliando repubblicani e democratici. Si tratta dei Nuovi Padri Fondatori, che intendono debellare la criminalità e, a tale scopo, autorizzano una sperimentazione, suggerita da una psicologa, secondo la quale in un dato giorno dell’anno, per 12 ore, si può dare libero sfogo ai propri istinti criminali… [sinossi]

La saga de La notte del giudizio ha senz’altro colto il segno dei tempi, in certo modo anticipandoli, visto che dal 2013 – anno in cui uscì il primo episodio – a oggi si è avverato – o inverato – quel che in molti temevano, l’ascesa alla Casa Bianca di una figura incontrollata e guerrafondaia come quella di Donald Trump, il cui carattere eversivo sembra tra l’altro essersi parzialmente sopito dopo il recente riavvicinamento con la Corea del Nord. Ma, al di là degli atti concreti, quel che inquieta di Trump è l’idea del pazzo al potere, del potente disposto a sacrificare le vite dei suoi cittadini, pur di adempiere a un qualche non meglio definito scopo superiore.
Così, ipotizzare che vi siano dei Nuovi Padri Fondatori, chiamati – forse da dio, forse dal diavolo – a purificare e a bonificare gli Stati Uniti da tutte le “mele marce” – leggasi afroamericani, latinos, e quant’altri – permette, o almeno aveva permesso fino ad ora, fino a questo quarto capitolo, di mettere in campo tutta una serie di dinamiche figlie del repertorio dell’horror politico degli anni Settanta, Carpenter Romero e Cronenberg in primis. Le dodici ore di criminalità legalizzata in un preciso giorno dell’anno consentono così di mettere in atto una sperimentazione sociale che inevitabilmente finisce per sfociare nella macelleria sociale.

Ma le saghe, si sa, per potersi tenere in piedi hanno bisogno di continue variazioni e riscritture, di continui ripensamenti che devono apparire sia come aggiustamenti che come ampliamenti del discorso, soprattutto – magari – al cospetto di mutate condizioni socio-politiche, come per l’appunto l’ascesa di Trump. Era dunque inevitabile che anche per La notte del giudizio dovesse arrivare il tempo di un prequel, del tentativo di raccontare come questa sperimentazione avesse avuto inizio, magari dando un maggior rilievo a chi aveva avuto il (de)merito di inventarsi la cosiddetta purga. Il momento del reset, vale a dire del prequel, è dunque arrivato con questo quarto capitolo, La prima notte del giudizio, in cui però l’ideatore del concept – James DeMonaco – ha avuto la malaugurata idea di affidare per la prima volta la regia a qualcuno che non fosse lui. Infatti Gerard McMurray, che ha preso il posto di DeMonaco, si dimostra non all’altezza per una serie di motivi, da un lato di natura tecnica, dall’altro di natura simbolico-discorsiva.
Su di un piano concreto, infatti, La prima notte del giudizio è girato male, visto che mostra in maniera confusa le scene d’azione – per via di un montaggio troppo ellittico – e che affastella un numero eccessivo di personaggi senza riuscire a tratteggiarne in modo credibile neppure uno.
In più, su di un piano simbolico, il film di McMurray non riesce minimamente ad affondare il discorso, dato che non dà poi così risalto ai politici sanguinari che hanno dato il via al diabolico piano e, allo stesso tempo, spreca in maniera estremamente maldestra l’intuizione di mettere sotto accusa una scienziata (la psicologa interpretata da Marisa Tomei), colpevole – come gli inventori a suo tempo dell’atomica – di dare la precedenza al progresso scientifico più che alle conseguenze letali per l’uomo.

Su un tale tracciato di confusione generalizzata – con, per l’appunto, troppi personaggi, troppi piani narrativi, troppi innesti simbolici – La prima notte del giudizio non riesce a portare a compimento neppure le istanze primarie di un film di genere, vale a dire il processo di identificazione con il protagonista (non è possibile identificarsi con nemmeno un personaggio, visto che – nonostante la prolissa introduzione – non riesce a emergere nessuna figura in particolare), mancando di conseguenza il senso di pericolo verso qualcuno che ci sta a cuore.
Va a finire perciò che La prima notte del giudizio riesce parzialmente ad attirare l’interesse solo nell’ultima parte, quando si riconosce qualche piccola trovata registica e quando la mattanza entra davvero nel vivo. Ma vedere scorrere litri di sangue e vedere porre le basi per la riscossa della minoranza afroamericana – che, al solito, è la più tartassata dall’operazione di repulisti sociale – non basta. Nel momento in cui, infatti, tutto viene dato come premessa e non vive nella pelle e nella carne dei personaggi e del racconto, si resta solo nell’astrazione di un paradosso politico, interessante certo, ma privo del necessario svolgimento.

Info
Il trailer di La prima notte del giudizio.
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