Le cinque chiavi del terrore

Le cinque chiavi del terrore

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Fantastico morale, natura e cultura, cabala e lettura dei tarocchi. Le cinque chiavi del terrore di Freddie Francis sposa un’idea di horror minimale ed elementare, che comprende in sé ironia beffarda e sberleffo ai limiti della razionalità umana. In dvd e blu-ray per Pulp Video e CG.

In uno scompartimento di treno s’incontrano cinque uomini con il misterioso dottor Schreck, che sfodera un mazzo di carte per prevedere a ciascuno dei cinque il loro futuro (o per rivelare il loro passato?). Si susseguono così cinque brevi episodi che assommano varie forme di racconto fantastico, dal lupo mannaro e il vampiro al voodoo, a piante antropomorfe e minacciose, a mani che si staccano dal corpo e si animano di vita propria… [sinossi]

«Una pianta così conquisterebbe il mondo». Una pianta in giardino che inizia ad agire aggressivamente, si allunga, uccide un cagnolino, minaccia i padroni di casa, strozza pure un esperto scienziato. Partiamo da qui. Le cinque chiavi del terrore (1965) di Freddie Francis è una produzione Amicus, il primo film portmanteau realizzato dalla casa britannica, che restava nel solco aperto dalla Hammer del brivido e dello spavento. Categorizzato rapidamente come un horror, in realtà il film di Francis interroga tali etichette innanzitutto nei confronti della diacronia. Non perché la percentuale di horror sia calcolabile nella misura dell’esplicita brutalità, ovviamente mutata nel tempo, ma perché nel tempo cambiano anche le modalità di racconto e rappresentazione, il sentimento e intenzione di autori e produttori, l’idea di spavento sottesa al progetto. A ben vedere in tutto l’horror, anche il più recente e sbrindellato, serpeggia costantemente un’idea di ironia e rovesciamento. L’horror che sfida le leggi della razionalità si confronta sempre con una dimensione illeggibile secondo le categorie immediate di realtà.
I cinque episodi di cui si compone Le cinque chiavi del terrore, ai quali si aggiunge una consueta cornice, mettono innanzitutto in crisi la piana quotidianità tramite piccole crepe. Se il primo e l’ultimo segmento evocano una dimensione fortemente archetipica della paura (il lupo mannaro, il vampiro) e quello centrale si sofferma sulla conclamata paura della diversità culturale identificata in antichi riti avvolti nell’ignoto (il voodoo), i due racconti restanti si muovono sul piccolo rovesciamento perturbante di consuetudini logico-fisiche. Una pianta ribelle e sanguinaria, una mano vendicativa che si stacca dal suo proprietario e perseguita il suo carnefice.
In tutti i segmenti, a tenere insieme il film interviene l’incontro con una natura oscura e impenetrabile, crudelmente e beffardamente vendicativa, e a finire nel cunicolo della persecuzione è la prevedibile e squallida cultura razionale, che rende decisamente meschini i suoi rappresentanti.

Il musicista Biff ruba la musica addirittura a una divinità voodoo, tentando il colpaccio economico e investendo quindi una cultura ancestrale di profananti interessi di lucro. Il critico d’arte Franklyn Marsh, deciso a vendicarsi di un pittore che l’ha messo in ridicolo, paga la propria superbia subendo le ritorsioni della mano amputata dell’artista. I neutri proprietari di casa minacciati dalla pianta in giardino chiamano a raccolta esperti che dall’alto della loro conoscenza (di nuovo, la razionalità) sono messi comunque in scacco dall’irruzione del fantastico, incarnato dalla proverbiale gracilità di una dimessa creatura fatta solo di foglie. Nel migliore dei casi, il povero dottor Bob dell’ultimo segmento subisce l’inganno da parte di una creatura della notte, a sua volta manifestazione di anticultura che sfugge alla comprensione della ragione. Il primo segmento, infine, il più rapido e meno caratterizzato, sorta di concisa introduzione al film, ripropone il tema del lupo mannaro, irriducibile a qualsiasi lettura cartesiana dell’esistenza.
Di volta in volta è una natura rimossa e agguerrita a farsi valere tramite processi antropomorfici, dove per natura s’intende tutto ciò che è oggetto, noumeno imprendibile e caparbiamente intenzionato a non tradursi in leggibile fenomeno per le limitate capacità di comprensione dell’uomo. Così, l’horror si tramuta in realtà in breve racconto morale, in novella dello spavento elementare, ricondotto a materiale di una tetra fiaba della buonanotte. Scherzo beffardo e profondamente ironico, che almeno in un caso gioca scopertamente con le regole del cinema.

Torniamo all’amata pianta ribelle. Nel segmento a lei dedicato, Francis si diverte a ripercorrere tramite la sua bizzarra protagonista tutta una serie di luoghi comuni codificati dal linguaggio del noir. La pianta si allunga, aggira le sue vittime, le coglie alle spalle, mette in atto un vero assedio da noir/thriller. Divertendosi a sottolineare modalità da film di genere, Francis sbeffeggia anche le convenzioni para-scientifiche puntualmente evocate dal cinema che si dedica a racconti di indagini e inchieste. Così, uno degli esperti sfodera un microscopio e intravede in esso un cervello che pulsa in una foglia di pianta. Di più: quando la pianta assassina taglia i fili del telefono per isolare le vittime assumendo i comportamenti del più scafato dei criminali cinematografici, si spalanca davanti a noi un futuro potenzialmente infinito di risate. L’assurdo irrompe per effetto di fenomeni minimali, fortemente legati alla brillantezza di un’idea. Il gioco ironico è più che evidente e intenzionale, e non crediamo sia solo frutto del tempo che è passato.
Le cinque chiavi del terrore, insomma, non strappa risate a scena aperta come il più goffo degli horror/thriller ingenui e invecchiati. La risata è compresa nel testo, calcolata dagli autori, che sostanzialmente si divertono a giocare tiri mancini ai protagonisti delle loro storie. A farci una figura meschina è sostanzialmente la moderna società occidentale, divenuta incapace di ragionare in termini simbolici, prigioniera di un razionalismo che trova il suo sfogo più diretto nell’idea dello sfruttamento – il musicista che sfida la divinità voodoo incarna una sorta di moderno capitalismo messo in scacco dall’arcaica fonte sacrale della musica, sotto quest’ottica inscindibile dal dio e dal rito.

Come già avemmo modo di dire per Delirious (1973), Freddie Francis sceglie l’ironia, la cerca scopertamente, percorrendo un crinale beffardo che innesca nella trasgressione (e conseguente senso di colpa) la sua stessa punizione e vendetta naturale in un orizzonte fortemente animistico. Più che horror in senso stretto, siamo insomma dalle parti di un “fantastico morale”, mirato alla messa in evidenza dell’abisso che separa l’uomo dalla conoscenza. Un solco profondo che per converso rivela tutta l’impotenza e meschinità umana, prigioniera di basse ambizioni, infantili e crudeli superbie e incapacità di dominare il reale.
Secondo le logiche del film antologico, i racconti di Le cinque chiavi del terrore sono brevissimi: cinque segmenti più una cornice per un film che sta sui 95 minuti totali di durata. Talvolta, va detto, questa scelta forte verso l’estrema concisione lascia un po’ le aspettative di chi vede con una sensazione da coito interrotto. Specie nel segmento d’esordio dedicato al licantropo, non si fa in tempo a prendere dimestichezza coi personaggi che il racconto è già terminato. Hanno maggiori opportunità di sviluppare il proprio tema narrativo l’episodio della pianta e quello del critico d’arte, mentre probabilmente Francis trova il miglior punto di fusione tra efficacia e concisione nell’ultimo segmento, quando l’aggiornamento del tema del vampiro si sviluppa in poco più di dieci minuti ma perfettamente bilanciati rispetto alle esigenze narrative di una beffa ironica con scioglimento a chiave.
Tutto il film è d’altronde avvolto nella consueta eleganza di confezione garantita dalla regia di Freddie Francis, che evoca scaltri gemellaggi con l’universo Hammer adottandone due degli attori principali, Christopher Lee e Peter Cushing. Tra i giovani attori, vittime delle parole melliflue del dottor Schreck, spicca Donald Sutherland come protagonista dell’ultimo episodio. Si dice che per la sua partecipazione al film Sutherland sia stato pagato con mille sterline. Minimali le scelte di horror, minimale la paga. Nella cornice Francis allestisce un’ulteriore struttura archetipica giocando sul caso-non caso della lettura dei tarocchi, altro elemento che sfida le certezze della cultura razionale. E non appare casuale nemmeno la scelta del numero 5 come leit-motiv cabalistico, numero associato al rischio, alla sfida e al pericolo della trasgressione. Il finale è altamente prevedibile ma anche l’unico possibile, secondo una scelta forte verso la cristallina geometria narrativa. Ché dalla natura non si sfugge, la sua vendetta è implacabile. E l’ultima stazione non può che essere la morte.

Extra: trailer originale, trailer italiano, titoli di testa italiani, titoli di coda italiani, commento del regista.
Info
La scheda di Le cinque chiavi del terrore sul sito di CG Entertainment.
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