The Greenaway Alphabet

The Greenaway Alphabet

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Tra le opere della scorsa edizione del Biografilm Festival va ricordato The Greenaway Alphabet, un ritratto del visionario regista gallese, che risiede da tempo ormai ad Amsterdam, a opera della moglie Saskia Boddeke. Usando lo stile eclettico e multimediale del marito, posto in un dialogo con la figlia, il film diventa una riflessione sull’arte come incrocio di vita e di morte.

Vietato ai narratori di storie

“Art is life and life is art”, questo il motto di Peter Greenaway. Partendo da questa premessa Saskia Boddeke, artista multimediale nonché moglie del regista, fa incursione nella mente del marito. La creatività di Greenaway è incorniciata in una conversazione con la figlia adolescente Zoë, detta Pip, che in un dialogo ricco d’ironia mette in ordine alfabetico i punti salienti della vita del padre. “A come Amsterdam”, dice Mister Greenaway, ma anche “A come Autismo”, lo incalza Zoë. Le domande della figlia lo colpiscono dritte al cuore, permettendo alla moglie di trarne un ritratto unico nel suo genere: quello di un visionario, sì, ma soprattutto di un uomo e della sua battaglia contro il tempo. [sinossi]

Peter Greenaway mostra alla figlia un quadro in una sala del Rijksmuseum di Amsterdam, L’armadio delle lenzuola del pittore seicentesco Pieter de Hooch, facendole notare come la porta aperta verso l’esterno inscriva una raffigurazione che contrasta con lo stile usato per l’ambiente interno, una raffigurazione di linee parallele tendente all’astratto che al regista fa pensare a Mondrian. Con quello che succede in questa scena, di The Greenaway Alphabet presentato al Biografilm Festival 2018, abbiamo già detto tutto o quasi. In un cinema-galleria d’arte uno dei quadri sospesi contiene un’ulteriore immagine interna che rimanda a un altro secolo, a un altro stile artistico. L’arte per Peter Greenaway è una contaminazione continua e infinita, un’ibridazione a scatole cinesi, dove il cinema passa attraverso la pittura, e anche attraverso discipline scientifiche quali l’ornitologia e l’entomologia. Greenaway è un talento universale di stampo rinascimentale. Tutto può diventare arte nelle mani di quest’uomo, anche un’arte primordiale come quella dei sassi impilati sulla spiaggia.

Non c’è modo di ordinare la proliferazione immaginifica dell’artista-filmmaker, come la moglie Saskia Boddeke – regista del film – ha ben compreso, optando per una convenzionale successione di tematiche in ordine alfabetico, un’enciclopedia Greenaway, che in realtà riesce ad arrivare solo alla G. Un’ossessione, come la numerologia – già presente nel suo stesso cinema, si pensi a Lo zoo di Venere o a H Is for House – che comprende anche l’idea di fine, della morte una volta arrivati alla Z. Sulla morte, che torna spessissimo nei suoi film anche come decomposizione, già preannunciata dalla quarta lettera, D come death, si gioca buona parte dei dialoghi del film focalizzato sulla senescenza, anche in confronto alla gioventù della figlia, di un uomo che dichiara che si toglierà la vita a 80 anni, cioè tra quattro anni. Ma alla vita come semplice progressione lineare finita si contrappongono altre concezioni. Torna quell’anima darwiniana che Greenaway aveva già mostrato, ancora in Lo zoo di Venere.
La morte come successione, nei geni trasferiti alla figlia, tornando così alla precedente lettera C come children, e come decomposizione in un ciclo che riprende. Già la lettera B associata agli uccelli, birds, il filmmaker rivela la profonda influenza ricevuta dal padre, che era un ornitologo dilettante (cosa che torna per esempio in The Falls). Così in quella Wunderkammern che è la casa di Greenaway ad Amsterdam, campeggiano tanto le sue opere d’arte, i suoi schizzi, le sue sagome composte di figure umane, quanto lo scheletro montato di un pesce e i suoi insettari, le farfalle e i coleotteri essiccati, spillati e ordinati in teche. Farfalle colorate simbolo di una bellezza effimera fissate e rese eterne dalla pratica dell’entomologia come i fenicotteri tassidermizzati. Come opere d’arte, e l’arte è un modo di raggiungere l’immortalità. E lo sguardo dai cannocchiali appostati nei capanni per l’avvistamento di uccelli è una metafora del voyeurismo del cinema che, per esempio, in I misteri del giardino di Compton House riconduce all’inquadratura come cornice e all’arte figurativa, ancora seicentesca.

La numerologia torna invece della dichiarazione di Greenaway sul proprio numero preferito, il 92, il numero atomico dell’uranio, che prefigura alterazioni e manipolazioni di materia ed energia compiute dall’uomo, un tema che il regista ha trattato per esempio in Atomic Bombs on the Planet Earth. E numerologico era anche, per la ripetizione in tre volte, Giochi nell’acqua, dove c’era anche tutta la sua fobia per l’elemento liquido che qui ritorna.

The Greenaway Alphabet è un gioco, di un padre con la figlia quindicenne, di un uomo al traguardo della propria esistenza con una ragazzina che sta esplorando il mondo, un gioco di parole e concetti. Condotto in tanti ambienti, la casa, la spiaggia o quella panchina antistante proprio a quello che sembra un labirinto di siepi da giardini seicenteschi. Dove tornano le sue ispirazioni e i suoi film, dove si incontrano, con riquadri interni e ideali campi controcampi il dipinto di Rembrandt La ronda di notte, in una sala del Rijksmuseum, e il suo film Nightwatching, o Goltzius con Eisenstein. Un gioco di sguardi e gesti affettuosi, Pip che gli taglia i capelli, anche rivolti al pubblico in un dichiarato sguardo in camera, definito ‘direct confrontation’. E di contrasti: la A sta per Amsterdam ma anche per autismo, ribatte la figlia.

Non lasciamo il cinema ai narratori di storie, è la lezione di Greenaway fatta propria da Saskia Boddeke nel fare il ritratto a Greenaway. Usiamo giusto l’alfabeto, e neanche tutto, come elemento primordiale che si impara da bambini, per dare un ordine, volutamente arbitrario.

Info
La scheda di The Greenaway Alphabet sul sito del Biografilm.
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