Ocean’s 8

Ocean’s 8

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Ocean’s 8 si aggrappa alla trilogia di Steven Soderbergh grazie a una sorella di cui nessuno prima aveva sentito parlare: Debbie Ocean, che come il fratello ha una dote professionale, quella di mettere a punto colpi complicatissimi e studiati fino al minimo dettaglio. Peccato che lo stesso discorso non valga per Gary Ross, incapace di reggere il confronto con la maestria registica di Soderbergh.

La sorella di Danny

Debbie Ocean ha passato cinque anni in carcere a progettare un colpo del secolo degno delle imprese del fratello Danny, ormai dato per morto. Il piano di Debbie è ambizioso: rubare una collana di Cartier del valore di 150 milioni di dollari, e farlo durante il Gala annuale del Metropolitan Museum. Ma per portare a termine quel piano ha bisogno di alleate, tutte donne perché “un lui si nota e una lei si ignora”. La prima componente della banda è la sua partner storica nel crimine, la biker Louise. Seguono un’esperta di gioielli, una hacker, una borseggiatrice, una stilista di moda e una ricettatrice. Riusciranno le nostre antieroine a mettere a segno la grande truffa?

Ocean’s 8 è un film in qualche modo esemplificativo del problema – perché di problema si tratta – femminile nell’immaginario cinematografico contemporaneo. Un problema che si trasforma di fatto in un ostacolo insormontabile se si comprende come a monte dell’intero sistema vi sia una scrematura probabilmente scientifica che relega l’apporto creativo delle donne al solo 20%, su per giù, delle opere destinate a trovare un proprio spazio nello scacchiere produttivo. Una cifra esigua, anche guardando alla presenza femminile nelle scuole di cinema, per esempio. Una cifra che si tende comunque a sottostimare, evitando una volta di più di confrontarsi con un’egemonia, quella dello sguardo maschile e caucasico, nel proscenio occidentale. Ma perché Ocean’s 8 è esemplificativo di tale problematica? Per almeno due motivi. Il primo riguarda l’origine del progetto: per “giustificare” un film interamente incentrato sulle gesta di un gruppo di donne è necessario ragionare a specchio, vendendo il tutto come la versione muliebre di una saga maschile (era accaduto a ben vedere anche con Ghostbusters); il secondo motivo riguarda invece la scelta di un regista uomo, pur accompagnato in fase di sceneggiatura da una donna. Non era possibile affidare un potenziale blockbuster a una regista? L’unico esempio in questo senso sembra quello di Patricia Jenkins, regista di Wonder Woman lo scorso anno. Finché Hollywood, e di ricasco l’intero sistema cinematografico internazionale, non capirà di trovarsi di fronte a una stortura, sarà sempre più facile imbattersi in paradossi come Ocean’s 8, pensati per un pubblico femminile ma confezionati da uomini.

Non che questo sia l’unico problema per il film in questione, com’è forse fin troppo facile da intuire. Propaggine inattesa – e giustificata solo attraverso l’escamotage di una fantomatica sorella di Danny Ocean di cui nessuno nel corso della trilogia di Steven Soderbergh aveva mai parlato – di Ocean’s Eleven, Ocean’s Twelve e Ocean’s Thirteen, la storia del grande furto tentato da otto donne durante il Met Ball, l’annuale gala organizzato dal Metropolitan Museum di New York, inizia ad annaspare già dopo pochi minuti. Non ha fiato il personaggio di Debbie Ocean, ne hanno ancora meno le sue sodali e appare poco affascinante – e perfino più macchinoso del solito – lo schema della truffa che devono perpetrare per ottenere l’oggetto del desiderio, vale a dire una collana di Cartier dal valore di 150 milioni di dollari. Anche la domanda annosa (riusciranno le nostre eroine a portare a termine il colpo?), che già aveva perso senso nel corso della trilogia originale, qui appare più che altro come un McGuffin, uno specchietto per le allodole per tenere desta l’attenzione del pubblico.

Forse il problema risiede anche nella scelta di sviluppare Ocean’s 8 sovrapponendo di fatto ogni singolo carattere all’equivalente maschile dei tre capitoli storici: questa operazione di ricalco finisce con l’impoverire ulteriormente un prodotto che procede solo per forza di inerzia, seguendo in modo scolastico il susseguirsi degli eventi, quasi costringendo le pur volenterose protagoniste in dialoghi forzatamente arguti, ma privi di qualsivoglia sostanza.
Steven Soderbergh reggeva alla perfezione il suo gioco grazie a uno sguardo perennemente ludico sul cinema, sulla sua intrinseca truffa nei confronti degli spettatori – e infatti molto ruotava attorno al gioco dell’interpretazione, del mascheramento, del fittizio –, sul piano come ordito di una trama che deve sempre essere più complessa per poter stupire il pubblico. Tutto questo non riesce a Gary Ross, che non possiede né la maturità né lo sguardo di Soderbergh e quindi si limita a mettersi al servizio di una storia poco avvincente e soprattutto delle sue protagoniste. È in loro, nell’ottetto composto da Sandra Bullock, Cate Blanchett, Helena Bonham Carter, Anne Hathaway, Rihanna, Mindy Kaling, Sarah Paulson e Awkwafina, che si può rintracciare un minimo di verve in questo stanco film metà sequel metà spin-off. Se si è disposti ad accontentarsi.

Info
Il trailer di Ocean’s 8.
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