De chaque instant

De chaque instant

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Presentato fuori concorso al Locarno Festival 2018 l’ultimo lavoro del grande filmmaker di documentari francese Nicolas Philibert, De chaque instant, incentrato sui corsi per infermieri, sulla loro formazione medica, ma anche deontologica e relazionale con i pazienti. Ancora un’opera di estrema delicatezza e umanità per il regista, che tocca i suoi temi, l’apprendimento, la marginalità, la vita.

Un’infermiera, tante infermiere

Ogni anno, decine di migliaia di giovani donne intraprendono un iter di studio per diventare infermiere. Ammesse a un istituto di formazione infermieristica, divideranno il loro tempo tra corsi teorici, esercitazioni pratiche e stage sul campo. Un percorso intenso e difficile, durante il quale dovranno acquisire una quantità di conoscenze e capacità tecniche, nonché prepararsi all’assunzione di grosse responsabilità. [sinossi]

L’educazione, l’apprendimento come elementi dell’ingresso nella vita, di costruire il proprio ruolo nella società, la trasmissione del sapere, le generazioni future. Sono i temi cardine dell’opera del documentarista d’oltralpe Nicolas Philibert, che ha portato avanti attraverso opere come Essere e avere, il suo film più conosciuto che ebbe anche una distribuzione italiana in sala, sulle scuole in territori marginali, Le Pays des sourds, sul linguaggio dei segni, Qui sait?, sugli allievi di una scuola di teatro. E allo stesso tempo il cineasta si è sempre focalizzato sulle situazioni di marginalità, su ciò che la società tende a nascondere, a non voler vedere, di cui sono esempi i film sopracitati così come La Moindre des choses, ambientato in una clinica psichiatrica dove i pazienti pure si apprestano a mettere in scena la loro recita annuale. Tutti temi che confluiscono in questa ultima opera, De chaque instant, presentata fuori concorso al Locarno Festival. Sono marginali i pazienti che si vedono nel film, molti dei quali al termine della propria esistenza, ma lo sono gli stessi infermieri che occupano il gradino gerarchico più basso negli ospedali, eppure svolgono un ruolo indispensabile e, come mostra Philibert nei momenti motivazionali, hanno assimilato il giuramento di Ippocrate forse anche di più degli stessi medici, loro superiori.

Ci sono 330 istituti per l’avviamento alla professione di infermiere, in Francia. Spesso parte di ospedali, o collegati a ospedali, perlopiù sono istituti pubblici, ma ce ne sono anche di privati. I loro corsi possono variare ma devono ricondursi a un quadro di competenze. Gli allievi devono seguire corsi teorici e fare pratica in diversi internati in ospedali. Ogni anno in Francia più di 30 000 giovani intraprendono questi studi, di questi solo il 12% è di sesso maschile. Da questo quadro parte il lavoro di Philibert, che si installa nell’Institut de la Croix-Saint-Simon di Montreuil, piazzandosi con le proprie macchine da presa per cinque mesi. L’empatia che deve aver creato con i soggetti – il restare invisibile, evidente in alcuni momenti soprattutto nel momento di pianto di un’allieva durante il colloquio finale, che Philibert tiene solo in una piccola parte per non scadere nel voyeurismo – fa il paio con quella che gli apprendisti infermieri devono instaurare con i propri pazienti. Il regista sceglie una serie di momenti significativi, tra quelli che ha catturato girando, in questo senso. Dall’uguaglianza e dal rispetto che viene inculcato agli allievi subito all’inizio dei loro corsi, per esempio nell’obbligo di nascondere eventuali sensazioni di ribrezzo che potrebbero presentarsi, ai degenti che chiedono di non essere trattati come cavie, agli interrogativi di alcuni studenti se, e nel caso come, dire ai malati terminali che stanno per morire.

Se a Frederick Wiseman, che pure è entrato negli ospedali in opere come Near Death, interessano più che altro le istituzioni con i loro meccanismi di funzionamento, a Nicolas Philibert interessano gli uomini, i volti. Con quel tocco leggerissimo e delicato, ancora una volta il filmmaker francese realizza un film che sembra farsi da sé, rigorosamente senza voce off didascalica, ma questo è il minimo, né musica, dove per esempio non si percepisce soluzione di continuità tra le parti in aula e quelle in reparto durante la fase di internato. Dove l’esitazione e l’attenzione di un’infermiera nel togliere il gesso a un bambino dimostra la sua inesperienza. Un film claustrofobico, dove tutto è in interni asettici, a parte un momento in giardino di quello che sembra un ospedale psichiatrico. Dove le vedute esterne, attraverso finestre, sono delle utopiche vie di fuga. È la claustrofobia della vita stessa, che proprio in questi luoghi ha inizio e termine. E ancora una volta torna il tema di Philibert, del flusso vitale, del rapporto tra animato e inanimato, tra anima e corpo vuoto, che il regista ha sviluppato anche sugli animali, in film come Un animal, des animaux e Nénette. Che qui tocca il suo apice nella scena divertente, altre vie di fuga del regista, degli esercizi di rianimazione con defibrillatore svolti su dei busti-manichini, coordinati come esercizi ginnici o come una danza.

Info
La scheda di De chaque instant sul sito del Festival di Locarno.
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