My Home, in Libya

My Home, in Libya

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Cos’è davvero My Home, in Libya, esordio al lungometraggio della trentunenne Martina Melilli? La ricerca della memoria della propria famiglia, la scoperta di un mondo sconosciuto, il rapporto con l’altro? Difficile dirlo, a giudicare dal lavoro presentato fuori concorso al Locarno Festival 2018.

Porti insicuri

Girando con la macchina da presa nella casa dei nonni vicino a Padova, la regista traccia una mappa dei luoghi che appartengono al loro passato. Antonio, nato in Libia all’epoca in cui era una colonia italiana, ha vissuto a Tripoli e lì ha sposato Narcisa. Nel 1970, con il colpo di stato di Gheddafi, lui e la moglie sono stati costretti ad abbandonare il paese in tutta fretta. Con l’aiuto di un giovane libico contattato tramite i social network, Martina raccoglie immagini della città natale dei suoi nonni così come si presenta oggi. Grazie allo scambio di foto e alla chat il loro rapporto si approfondisce: internet permette di superare i confini fisici e culturali che separano le loro vite. [sinossi]

My Home, in Libya ha un pregio, se ne si lega l’esistenza alla mera contemporaneità: parla della Libia come di un paese in guerra costante, caotico, privo di regole e di certezze di qualsivoglia tipo. Un’immagine di certo assai lontana da quella del “porto sicuro” che il governo pentastellato – e prima ancora quello a dominante PD – sta cercando di far conficcare con forza nella testa del popolo/elettorato, in modo da giustificare i rimpatri delle persone che cercano di trovare una nuova e migliore vita al di là del Mediterraneo. Ecco, se si deve trovare una necessità nella visione del primo documentario lungometraggio della giovane patavina Martina Melilli, presentato in anteprima mondiale fuori competizione al Festival di Locarno, la si può rintracciare lì, in quel non detto che però apre forse in maniera inconsapevole una serie non indifferente di riflessioni sull’oggi, sulla percezione di ciò che significa “guerra”, sull’instabilità di un’intera area, vittima del colonialismo prima e del post-colonialismo dopo, e ora alla mercé di chiunque sia interessato a mettere le mani su un terreno ricco e strategico.

Difficile, per il resto, approcciarsi alla visione di un’opera come My Home, in Libya senza provare un repentino senso di distacco. Un sentimento bizzarro, se si considera che la regista ha rigorosamente messo in scena la propria vita, quella dei propri nonni, e perfino quella di un ragazzo libico sconociuto rintracciato casualmente online. Ma cos’hanno in comune questi tre elementi? I nonni di Martina Melilli sono nati in Libia, figli di coloni italiani, e lì hanno vissuto anche dopo la guerra, dopo la dichiarazione di indipendenza promulgata dal re Idris al-Sanusi. Lì è nato nel 1961 il padre della regista, con cui però la ragazza non ha più rapporti da quando i suoi genitori hanno divorziato. La famiglia Melilli è rimasta a Tripoli fino al 1970, quando Gheddafi cacciò tutti gli italiani dal suolo libico confiscandogli i beni.
My Home, in Libya nasce dunque dalla volontà della regista di riscoprire le proprie origini, rintracciando i luoghi in cui crebbero e vissero i suoi nonni. Nonni che nell’incipit del documentario restano fuori dal quadro, che pure è invaso dalle loro voci. La videocamera si sofferma sui dettagli degli oggetti che compongono la loro casa attuale, in Sicilia. C’è anche un bel pappagallo, in gabbia. Quello che sembra all’apparenza un racconto di fantasmi del passato si trasforma ben presto in un diario intimo, resoconto della vita personale della regista, che si confida con un ragazzo libico rintracciato via chat. I dialoghi prendono corpo letterale sullo schermo, che è anche invaso di fotografie che la ragazza ritaglia, scatta col cellulare, stampa, per poi creare un patchwork in uno studio.

Avrebbe molti elementi per potersi muovere in direzione di una riscoperta del passato, My Home, in Libya, ma il film viene ben presto fagocitato dall’ingombrante figura della stessa regista, che disperde quasi per intero il potenziale del suo documentario rimanendo incollata all’impressione, all’aneddotica, abbandonando qualsiasi idea di scafo. La superficie, ribadita dai dialoghi poco appassionanti con i nonni e le loro memorie (che si fermano a un inevitabile “quant’era bella Tripoli ai nostri tempi”), dalle chiacchiere abbastanza vacue con l’amico di penna – o di chat – è però materia rischiosa, oltre che grezza. Perché nonostante la vena autobiografica il centro del discorso resta la Libia, terreno sdrucciolevole e periglioso, difficile da dominare. Nel film c’è meno Libia, e tentativo di capire la situazione, di comprendere la storia di un paese da sempre martoriato, di quella che si potrebbe rintracciare su una pagina Wikipedia. Al di là degli strali lanciati dai nonni di Martina Melilli contro Gheddafi, e al di là di qualche sparuta annotazione fatta dal giovane libico – che si sta laureando in Ingegneria nucleare – cosa resta di un paese in guerra? Qualche breve camera car per le strade di Tripoli? O, peggio ancora, immagini di bambini annegati nel disperato tentativo di superare il mare? Qual è il confine tra etica dello sguardo ed esibizione di sé? Perché in My Home, in Libya viene così spudoratamente superato, senza che si cerchi mai un senso al proprio peregrinare visivo?
Dominato da un protagonismo che non sembra però aver mai la voglia di confrontarsi davvero con se stesso (la regista afferma di vivere tra Bari, Padova, Parigi e Bruxelles: buon per lei, ma come le è possibile? A quale classe sociale appartiene? Come si può empatizzare con la sua vita se lo spettatore ne resta completamente all’oscuro?) ma serve per lo più a puntellare una narrazione che procede per reiterazioni – gli scarni dialoghi con i nonni, qualche immagine della regista che riprende con lo smartphone da una scogliera o magari da un traghetto, e i testi e i video che si scambia con l’amico libico – My Home, in Libya non fa neanche i conti con la storia italiana in Libia, con la sopraffazione del colonialismo, con le responsabilità di tutto il mondo occidentale nella crisi attuale. Resta l’impressione di un vago onanismo e del fatto che se i nonni fossero stati di Beirut, lapponi o di Celta, il risultato sarebbe stato il medesimo. In fin dei conti My Home, in Libya è proprio come quel patchwork di immagini confusionarie e casuali che rappresenta uno dei lavori della regista: bidimensionale e staticamente superficiale. Immobile.

Info
La scheda di My Home, in Libya, sul sito del Locarno Festival.
  • my-home-in-libya-2018-martina-melilli-recensione-01.jpg

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