Live from Dhaka

Live from Dhaka

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Mostrato a Locarno Festival nella sezione Open Doors Live from Dhaka è l’esordio alla regia del regista bengalese Abdullah Mohammad Saad, una vicenda tragica che fa sprofondare il protagonista del film nei gironi infernali della megalopoli di Dacca. Un’opera prima visivamente potente e sorprendente.

Inferno bengalese

Sazzad vive a Dacca sognando un’esistenza migliore. Le cose invece si mettono male: prima perde tutto quello che aveva a causa di un crack in Borsa, poi non ha il denaro sufficiente per pagare gli strozzini con cui è indebitato e in tutto questo caos deve anche affrontare la gravidanza indesiderata della fidanzata e i deliri violenti del fratello eroinomane. Ma Sazzad vuole solo fuggire e cerca di ottenere un visto turistico per la Russia. [sinossi]

Mostrato a Locarno nella sezione Open Doors, che da tre anni esplora le cinematografie di alcuni Paesi dell’Asia del Sud (Afghanistan, Bangladesh, Bhutan, Maldive, Myanmar, Nepal, Pakistan e Sri Lanka), Live from Dhaka è un esordio visivamente potente: Abdullah Mohammad Saad ha vinto non a caso il premio per la miglior regia al Festival di Singapore 2016, anno di produzione del film. La vicenda tragica dello zoppo Sazzad è un susseguirsi quasi parossistico di sfortune, un accanimento fatale che inabissa il protagonista nei gironi sempre più infernali della città di Dacca, megalopoli da oltre 15 milioni di abitanti da cui il nostro vuole solo scappare. Ma la forza di Live from Dhaka sta soprattutto nella tonalità con cui Saad mostra il supplizio del personaggio (interpretato da Monstafar Monwar, anche lui premiato a Singapore nel 2016), a partire dalla scelta di uno sgranato bianco e nero usato spesso in maniera fortemente contrastata e molto efficace per restituire percezioni epidermiche (la polvere, il fumo, lo smog), ma pure in grado di spingere lo stile verso il “genere”, come se ci trovassimo di fronte a un horror. In questa direzione va anche la scelta di “pedinare” spesso Sazzad da dietro, sia quando è febbrilmente al volante o quando in macchina si sviluppano i dialoghi con la ragazza con cui ha un rapporto problematico, sia mentre cammina, inseguito da qualcuno a cui deve soldi o che gli deve chiedere qualcosa. Gli spazi raramente sono mostrati nella loro interezza e a ogni angolo (anche di casa) può esserci qualcosa che sfugge al campo visivo, amplificando l’impressione di una minaccia onnipresente. Il regista porta infine sullo schermo anche vividi sogni e momenti onirici, assieme a visioni di morte sempre più pressanti man mano che la realtà si decompone. Scelte stilistiche che connotano la vicenda con una decisa striatura orrorifica.

All’interno di questo dispositivo si sviluppa la via crucis di Sazzad. Anche nel “crescendo” disperato che caratterizza la trama, Abdullah Mohammad Saad dimostra di non tirarsi indietro e, coerentemente con lo stile di regia, porta tutto alle estreme conseguenze: l’inanellarsi dei disastri, talvolta fomentati e causati dallo stesso Sazzad, è rovinoso e spudoratamente eccessivo. La scena in cui un’orda di studenti universitari – tra cui c’è anche suo cugino, che qualche sera prima Sazzad ha ospitato in casa – gli devastano la macchina cercando di dargli fuoco e impedendogli inoltre di onorare un appuntamento importante, è in questo senso esemplare. Se il film inizia con molti problemi da risolvere e una vita che non funziona, in meno di un’ora tutto si trasforma in una persecuzione mortale, in una catena di disgrazie e incubi. Il contesto in cui il nostro si muove è un ammasso di corruzione in cui tutti cercano di sfruttare gli altri, in cui i legami famigliari sono disintegrati, la menzogna o l’omissione trionfano, nessuno si fida di nessuno, tutti parlano solo di denaro e di solo denaro tutti hanno bisogno. Il protagonista per molti versi non è differente dal mondo che lo circonda essendo disposto a qualunque cosa per trovare soldi o per andarsene, difendendosi istintivamente dalle richieste e dalle pressioni, pensando in prima battuta alla propria salvaguardia, mentendo senza remore. A differenza però della sua “fidanzata” (per non parlare del fratello drogato) che lavora in una banca ed è dignitosamente consapevole della propria condizione, Sazzad è ambizioso e vuole di più: investe in Borsa e cerca di fare affari. Ma a differenza degli usurai che lo inseguono o dei truffaldini, quando non criminali, intermediari che fanno leva sul desiderio delle persone di emigrare, Sazzad non è un malavitoso né uno strozzino. Eppure, in un contesto simile, aspirare “soltanto” ad avere una vita migliore senza essere cruenti è una condanna senza via d’uscita.

Sazzad sembra perciò fin dall’inizio un predestinato. E se gli accade qualunque disgrazia è in fondo perchè è impossibile sottrarsi a un destino ferale laddove tutto è violenza e prevaricazione, disperazione e ingiustizia, e l’unica legge è il diritto del più forte. Il regista, con un racconto dal ritmo incalzante e una messa in scena di notevole personalità, arriva a puntare lo sguardo su quell’inferno da cui si vuole scappare, per cui le persone sognano di emigrare, che dalle nostre tiepide case non mettiamo veramente a fuoco, di cui non comprendiamo le implicazioni umane ed emotive. Apprezzabilissimo dunque anche per questa ragione Live from Dhaka, un incubo grigio e terrorizzante sulle tragedie quotidiane di chi, per caso, è nato nella parte sbagliata del mondo. Quella in cui volere qualcosa può risultare molto pericoloso.

Info
Il trailer di Live from Dhaka.
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