Ray & Liz

Ray & Liz

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Ray & Liz segna l’esordio alla regia del noto fotografo Richard Billingham, che porta in scena la tragica vicenda autobiografica infantile, cresciuto com’è con due genitori dediti esclusivamente all’alcolismo. Un’opera sorprendente divisa in due macro-sequenze, priva di facile moralismo e di pietismo, un incrocio tra John Waters, Ken Loach e Roy Andersson. In concorso a Locarno Festival.

Una famiglia inglese

Ray & Liz sono poveri, non lavorano e hanno due bambini: il maggiore Richard e il piccolo Jason. Ray ha una sola passione: l’alcol. L’obesa Liz invece non fa altro che fumare e fare puzzle. La loro casa, piena di vari animali, è lurida oltre misura. La loro esistenza è persino oltre la marginalità. [sinossi]

Richard Billingham, che esordisce alla regia con Ray & Liz, è uno dei fotografi più noti d’Europa: le sue opere sono esposte alla Tate e al Victoria and Albert Museum e il suo lavoro, fin dagli esordi, si è concentrato – oltre che sui paesaggi in cui è cresciuto – sulla sua famiglia. Una famiglia allucinatoria. Richard Billingham è nato a Birmingham nel 1970, figlio del macchinista Ray e di Elizabeth (detta Liz o “Big Liz” per la sua stazza), più giovane del marito e casalinga. I due hanno avuto anche un altro figlio, Jason, che sarà poi dato in affido. Ray viene licenziato all’inizio degli anni ‘80 – inizio anche dell’orrida era di Margaret Thatcher al governo del Paese – e la famiglia, rimasta senza reddito, viene messa in una casa popolare e inizia a vivere col solo, misero, sussidio di disoccupazione di Ray. Che a quel punto si dà, fino alla fine della sua vita avvenuta una decina d’anni fa, solo ed esclusivamente all’alcol. E basta. Fino a chiudersi nella sua camera da letto e uscire solo per andare al gabinetto e poi bere bere bere bere senza neppure più mangiare. Liz invece non fa assolutamente niente oltre a fumare e comporre puzzle, ma la totale mancanza di cura anche verso i figli farà sì che il più piccolo le sia tolto. Liz a un certo punto lascia Ray e muore poco prima di lui. Richard Billingham ha raccolto gli scatti della vita dei suoi genitori nel libro fotografico Ray’s Laugh, per cui qualcuno coniò l’espressione “realismo squallido”, ma su di loro ha anche girato dei piccoli documentari video nella seconda metà degli anni Novanta.

Lunga ma doverosa la premessa per parlare di Ray & Liz, esordio nel lungometraggio di Billingham, che come i lavori che lo hanno reso famoso parla della sua a dir poco disfunzionale famiglia, ma questa volta con gli attori al posto dei veri genitori, defunti. Il film, nell’iniziale progetto del 2016, doveva essere diviso in tre parti, corrispondenti a decenni diversi della “vita” famigliare dei Billingham. La tripartizione è rimasta, ma il frammento che inquadra la vecchiaia di Ray (separato da Liz) fa da cornice all’intero film, per il resto diviso in due macro-sequenze che raccontano due episodi. A parte l’incipit, in cui vediamo il vecchio padre chiuso nella sua stanza intento a sfondarsi di alcol mentre ascolta la radio e fuma, dopo poco siamo gettati per circa quaranta minuti quasi esclusivamente in una stanza, ad assistere a un’azione incredibile che coinvolge ovviamente la coppia, i bambini, lo zio e l’inquilino cui affittano una stanza della casa (William, un piccolo balordo). Com’è quasi scontato, i tagli e la composizione delle inquadrature sono particolarmente curati, e la fotografia di Daniel Landin riproduce benissimo i toni marroni e caldi degli anni ‘70. Quel che colpisce però è l’abilità di raccontare un episodio che sta tra una pagina di Edward Bunker, una scena di John Waters, e il surrealismo di Roy Andersson. Un mix sorprendente, che dà una tonalità incredibile a questa sequenza, che si potrebbe intitolare “Il giorno in cui mia madre picchiò a sangue lo zio”. Dopo quaranta minuti divertenti e disperati (scritti benissimo e con un ritmo eccellente), che introducono già nel luridume estremo della famiglia, torniamo per poco alla cornice iniziale, con il povero Ray sempre più ubriaco e distrutto. Per altri Quarantacinque minuti siamo successivamente catapultati nella parte più dolorosa e triste di Ray & Liz, quella in cui si racconta di come il fratello minore del regista, Jason, sia stato dato in affido a un’altra famiglia. In questa parte si ride poco, i genitori sono ormai condannati a una vita da bestie, cui condannano anche i loro figli, e stilisticamente prende il sopravvento un immaginario che richiama il Ken Loach dei film sul proletariato urbano e il Shane Meadows di This is England (del resto questo episodio si svolge negli anni ‘80). Questa parte del film è anche quella in cui il lato sentimentale si impone, un po’ alla volta, lentamente, e quella in cui Billingham dimostra di saper maneggiare una notevole dose di suspense. Perché in fondo questa “memoria” dolentissima ruota attorno al destino del fratello Jason, protagonista di questo episodio e messo in scena in costante pericolo (la finestra da cui può scivolare, la notte all’addiaccio che passa senza che nessuno si preoccupi, ecc.) fino all’esito della separazione dalla famiglia naturale, ormai allo sbando assoluto. Ray & Liz termina tornando nuovamente su Ray anziano: non c’è più nessuna ironia, nessun sarcasmo, nessuna vaga simpatia per la situazione tanto freak, ma solo la condizione esistenziale di un alcolizzato, solo come un cane, nella sua finitudine umana e nel suo approcciarsi alla morte, dopo un’incomprensibile vita.

Privo di pietismo (come già le foto di Billingham), ma doloroso e disturbante, Ray & Liz sintetizza in due segmenti (che si svolgono il primo in poche ore, il secondo in tre giorni) e in una cornice mortuaria l’essenza di una devastazione, di una vita di autodistruzione, in un certo senso assolutamente britannica (se è vero che siamo nella patria del punk), assolutamente riconosibile nell’immaginario conclamato che proviene da quel Paese, benché a suo modo sia anche la storia di due esistenze misteriose e incredibili. Di due esseri umani al di là della psiche, al di là della formulazione di un’identità, al di là della logica, dediti al rituale del nulla. La capacità di condensare ma soprattutto esprimere una storia umana complessa in così pochi eventi – qualità che in qualche modo non sorprende, in chi è abituato a raccontare o a “suggerire” con uno scatto – rende Ray & Liz un film monolitico, imponente e aggressivo, anche perché in tutto questo non c’è una morale, una lettura sociologica, qualcosa che dia un senso o una spiegazione (dunque un sollievo per lo spettatore) all’assurdo abbrutimento che vediamo in scena. Non c’è una sola o vera ragione che motivi la pulsione di morte dei genitori del regista. Tanto che un figlio ha cercato di catturare, in ogni modo e scatto, i demoni che portarono a tanta inutile sofferenza: vederli ma non comprenderli inquieta enormemente.

Info
Il trailer di Ray & Liz.
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