L’attimo fuggente

L’attimo fuggente

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All’interno dell’omaggio a Ethan Hawke il Locarno Festival ha proiettato anche L’attimo fuggente, trampolino di lancio per l’attore e successo commerciale senza precedenti per il cineasta australiano Peter Weir. Da “cogli l’attimo” a “O capitano! Mio capitano!”, un film destinato a risvegliare l’immaginario ribelle nella gioventù a pochi passi dalla fine della Guerra Fredda.

O capitano! Mio capitano!

John Keating, appassionato insegnante di inglese, arriva alla Welton Academy, di cui era stato allievo, dove regnano Onore, Disciplina, Tradizione, Eccellenza, e ne sconvolge l’ordine imbalsamato insegnando ai ragazzi, attraverso la poesia, la forza anarchica e creativa della libertà. [sinossi]
Then I saw the Congo, creeping through the black,
cutting through the jungle with a golden track.
Vidi il fiume Congo scavare con la testa
e una lingua d’oro tagliare la foresta

Vachel Lindsay, The Congo
Citato in versione be-bop ne L’attimo fuggente.

L’attimo fuggente è un titolo totalmente infedele rispetto all’originale Dead Poets Society, ma assai più calzante e preciso nel cogliere il senso intimo di una delle poche pellicole a segnare in profondità il rapporto tra pubblico adolescente e cinema sul finire della Guerra Fredda, a pochi mesi dal crollo del Muro di Berlino e dalla vittoria conclamata e definitiva dell’Occidente “libero” e “democratico”. Ne coglie il senso, il titolo italiano, per una lunga e ramificata serie di motivi. È ovviamente fuggente l’attimo dell’adolescenza, ma lo è anche quello dell’affermazione del proprio io; ancor più fuggente poi è l’attimo in cui si crede scioccamente di essere davvero “liberi” in una società davvero “democratica”. A poco meno di trent’anni di distanza dalla sua irruzione nelle sale, dove si dimostrò un successo commerciale davvero insperato dalla produzione, L’attimo fuggente viene presentato al Locarno Festival all’interno del composito omaggio a Ethan Hawke – due film nelle vesti di regista, Seymour: An Introduction e il recente Blaze, e tre in quelle d’attore protagonista, il qui citato L’attimo fuggente, Boyhood di Richard Linklater e First Reformed di Paul Schrader, presentato in concorso undici mesi fa a Venezia e ancora scandalosamente inedito, in Italia e non solo. Hawke deve gran parte della sua crescita attoriale, e della sua affermazione come protagonista, al film che Tom Schulman scrisse per Peter Weir: nonostante l’apparenza sembri parlare di un gruppo di studenti (e anche per questo forse il titolo originale, con il riferimento diretto alla “setta dei poeti estinti”, suona meno calzante), è il suo Todd Anderson, timidissimo fratello minore di uno degli studenti modello di Welton, a rapire l’occhio della macchina da presa, e di conseguenza dello spettatore.

Al momento della sua uscita L’attimo fuggente ricevette un largo e diffuso consenso critico, che si andò a sommare ai risultati del botteghino. La quasi totalità dei critici lo lesse come un elogio al libero arbitrio, al pensiero al di fuori degli schemi e delle gabbie della società, un inno all’evasione dalle strutture repressive per dare sfogo al proprio sentimento e, perché no, alla propria arte. Nella storia di questo piccolo manipoli di studenti (Todd Anderson, Neil Perry, Knox Overstreet, Charlie “Nuwanda” Dalton, Steven Meeks, Gerard Pitts e il futuro traditore Richard Cameron) che recepisce gli insegnamenti del professore di lettere John Keating e, abbandonati i testi classici, si ritrova in una grotta poco lontano dal college per leggere poesie, suonare malamente il sassofono, fumare sigarette e parlare di sesso senza preoccuparsi della morale e del decoro c’è sicuramente un istinto alla libertà da una repressione sociale ma anche intima, privata, perfino auto-imposta. Ma non è realmente quello il centro nevralgico della discussione. Certo, gli Stati Uniti sul finire degli anni Cinquanta, con la guerra vinta da poco più di dieci anni, un presidente ancora da assassinare e le classi sociali ben distinte e tenute rigorosamente separate, sono terreno fertile per una riflessione sull’illusione della libertà e sui moti in rivoluzione che avrebbero portato al decennio delle proteste globali, delle manifestazioni a favore del sud del mondo, delle lotte di de-colonizzazione, degli operai e degli intellettuali uniti. È prevedibile e inevitabile pensare che il finale del film sottintenda anche che alcuni degli studenti – Nuwanda su tutti – si sarebbero mossi in quella direzione, di lì a pochi anni. Ma ancora una volta non è quello il punto.

Era forse complicato comprenderlo sul finire degli anni Ottanta, e forse non era chiaro neanche agli stessi autori, ma L’attimo fuggente è un film, acuto e doloroso, sull’illusione della libertà. Non è un sussulto per smuovere gli spettatori inerti e indicare una via. O meglio, lo è, ma la via che viene proposta è quella di un inevitabile martirio. Neil Perry mette fine ai suoi giorni sparandosi in testa con la pistola del padre, che gli vuole impedire di recitare: una scelta melodrammatica che stacca con i toni del film e appare quasi sgraziata cristallizzata com’è in un altro luogo – è l’unico breve segmento al di fuori del college a parte la festa in cui Knox tenta di baciare la ragazza (già fidanzata con un giocate di football un po’ bullo) di cui si è perdutamente innamorato – e in un tempo notturno sospeso. Nuwanda viene espulso per aver pestato il traditore Cameron, che al contrario riceve un encomio. Le pagine del manuale di letteratura, scritto da un immaginario professore emerito di nome Jonathan Evans Pritchard, sono state strappate via, ma si tratta di un gesto puramente estemporaneo, senza vere conseguenze. E il professor Keating, il difensore del pensiero libero, viene in un attimo rimosso dall’incarico. Avranno anche imparato a pensare con la loro testa, alcuni (pochi) studenti di Welton, ma la società è più potente. Sempre sarà più potente. Anche i membri della setta dei poeti estinti, anche l’esimio professor Keating che fa giocare i suoi ragazzi a calcio costringendoli però a urlare motti contro il mondo – o per il mondo, chissà – finiranno dietro una teca di vetro, immortalati in una fotografia polverosa e muta. Anche loro sussurreranno “carpe diem” ai loro simili, solo più giovani ma altrettanto inquadrati dietro lavori che non vogliono svolgere e ruoli sociali che gli sono stati calzati addosso da quando sono nati. E anche loro resteranno in realtà inascoltati.

È un film di sconfitti, L’attimo fuggente, di morti e di repressi. È un film che annienta la speranza che per quasi due ore è sembrato sorreggere e portare con fierezza. La speranza che non può esistere in una società che si considera già libera e democratica, e se ne fa vanto in ogni dove. Onore. Disciplina. Tradizione. Eccellenza. Queste le quattro parole che connotano la Welton Academy. Queste le quattro parole che si fanno vuote nel momento stesso in cui vengono pronunciate. Onore. Disciplina. Tradizione. Eccellenza. Weir, che ha già preso di mira l’istituzione nel suo senso più ampio di ente che forma, e poi manda al macello (senza scomodare il capolavoro Picnic a Hanging Rock, non parlano forse la stessa lingua i vari Gli anni spezzati e Mosquito Coast, e in qualche modo perfino Witness – Il testimone?), conosce alla perfezione il rituale ferale e già funebre della Welton Academy. Carne da macello, gli studenti che vi entrano. Carne da macello, come chiunque in una società che non ha spazio, ma finge di crearlo di volta in volta, stolida illusione di una borghesia sempre più agiata e pulita. Eppure gli adolescenti che nel 1989, e poi negli anni successivi, scrivevano con la penna rossa sul diario alcune delle frasi più evocative del film, da “Cogli l’attimo” a “O capitano! Mio capitano!”, si sono a loro volta illusi di poter prendere parte a una rivoluzione, di poter essere parte della società in modo paritario, senza venirne schiacciati. Con il volto di Walt Whitman, forse, a proteggerli. Ma Whitman, morto paralizzato e debolissimo, pianto prontamente e ancor più prontamente rimosso, se n’era già andato da un secolo.
Todd Anderson sale su quel banco, e con lui la macchina da presa, e con lui tutti gli spettatori, come ultimo commiato. Un gesto di ribellione che segna la fine della setta dei poeti estinti. Ora davvero estinti. Quel “grazie, ragazzi” è il dolcissimo e perduto saluto di un uomo sconfitto a una generazione che come lui sarà sconfitta, se non accetterà i dogmi. Restano immobili su quel banco, i ragazzi di Keating. Lo sguardo rimane lì, sospeso. Poi arrivano i titoli di coda. Poi arriva la fine.

Info
Il trailer italiano de L’attimo fuggente.
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