M

Con M Yolande Zauberman affronta la comunità ebrea ultraortodossa stanziata vicino a Tel Aviv, accompagnando in un doloroso ritorno a casa Manahem, che ha abbandonato Bnei Brak da quindici anni dopo essere stato vittima di ripetuti stupri da parte di membri della scuola talmudica che frequentava. In concorso a Locarno Festival.

Mee too a Tel Aviv

Manahem dopo 15 anni torna a Bnei Brak, la comunità di ebrei ultraortodossi vicino a Tel Aviv in cui è nato e cresciuto, ma che ha abbandonato per essere stato vittima di stupri da parte di alcuni uomini, membri anziani anche della scuola talmudica che frequentava, fin da quando era piccolissimo. La regista Yolande Zauberman lo accompagna in un viaggio terapeutico volto alla riconciliazione e al perdono. [sinossi]

Sarà pur vero che nella notte buia dell’anima sono sempre le tre del mattino, come scriveva F.S. Fitzgerald, o che per far cadere la maschera ai potenti è meglio cercar di intervistarli la notte, come consigliava invece Bob Woodward, ma 1 ora e 45 minuti girati nell’oscurità e in digitale, fatti quasi solo di primissimi e primi piani o di dettagli colti improvvisando e di ininterrotti dialoghi, tendono alla monotonia. Documentario dal titolo ovviamente evocativo, M ha certamente qualcosa (di mostruoso) da raccontare, ma non è la mera necessità del racconto a rendere riuscito un lavoro documentaristico e neppure il fatto che questo film abbia impegnato per due anni la regista francese di origine ebraica Yolande Zauberman, che ha iniziato il suo percorso decenni fa come assistente per Amos Gitai e poi è diventata documentarista di discreta fama. In questi due anni il protagonista del film, Manahem Lang, è cambiato, ha attraversato i suoi luoghi oscuri, guardato in faccia i suoi fantasmi, ma nel film non c’è un “marcatore” chiaro che esprima il passare del tempo, né un’organicità nel narrare la sua evoluzione. Potrebbero essere due anni ma anche due settimane (in ogni caso è un’interminabile notte) e anche questo non è un punto a favore di M che invece coglie un po’ meglio la progressiva apertura della comunità ebrea ultraortodossa di Bnei Brak nei confronti di Manahem, visto che alla fine il film è la storia della riconciliazione di un bambino stuprato, divenuto adulto, con la comunità omertosa che ha fatto finta di non vedere o non sentire, a partire dal nucleo più vicino a lui, ovvero la sua famiglia.
Il film è una polifonia di voci e queste voci diventano sempre più un’eco, vasta ed estesa, che arriva a coinvolgere tanti a Bnei Brak, rendendo il protagonista più un “facilitatore” delle confessioni altrui che il personaggio che arriva a parlare, finalmente, con il padre e la madre con cui non ha contatti da lustri. Questa scena, verso il finale di M, dovrebbe essere molto forte e drammatica, ma lo è relativamente, perché in realtà la regista ha messo dentro al suo film tutto quello che ha potuto, confondendo però lo sguardo dello spettatore, che si trova sballottato in tempi-conversazioni-personaggi (sempre al buio…) in maniera disorganica, disorganizzata e alla fine poco incisiva.

Fatta la tara a questi non pochi limiti, va certamente segnalato che il film affronta un argomento tabù, poco frequentato e di cui parlare non è per nulla facile, ossia la pedofilia all’interno delle chiusissime comunità ultraortodosse di Israele (ma vale qui la pena anche ricordare lo scandalo nella comunità ultraortodossa di New York, a Brooklyn, alcuni anni fa, e che coinvolse 117 bambini molestati o stuprati da oltre 80 adulti). In questo senso M acquista un suo indubbio valore, perché fa luce su una faccenda taciuta e terribile. Come si diceva, il protagonista è in realtà un facilitatore, un “mediatore culturale”, poiché dopo essersi allontanato da Bnei Brak per vivere più liberamente a Tel Aviv, ci torna e, mostrando a tutti quanto in fondo sia liberatorio “dire”, riesce a far parlare tanti altri uomini che come lui hanno subito violenze sessuali quando erano bambini. Tenute nascoste anche dai rabbini, con cui bisogna parlare prima di rivolgersi alle autorità e che quasi sempre hanno minimizzato le violenze, che però hanno segnato la vita degli uomini, deformandone lo sviluppo psicologico e sessuale. Quel che ne esce, a livello informativo, è una sconvolgente realtà in cui la pedofilia sui maschi era una prassi, quasi un’ovvietà, non denunciata il più delle volte ma ben nota alle famiglie, tanto che si sono presi provvedimenti pur senza sollevare “scandali”. Per esempio, un personaggio ci informa che oggi, a differenza di 30 anni fa quando Manahem ha subito i primi stupri, in alcuni luoghi delle stesse sinagoghe i bambini non possono più andare soli, ma accompagnati dai genitori. Dunque le cose si sapevano, “solo” non andavano dette.

Mostrare alle vittime delle violenze che si può parlare, che ci si può confidare, e che farlo cambia le cose, è il compito di Manahem. In questo viaggio ci sono momenti anche divertenti, come quando un rabbino parla della corretta sessualità tra un uomo e una donna, e riflessioni pesanti, come quando un ragazzo abusato dice di aver perdonato il padre che lo violentava, perché suo nonno era un uomo aggressivo sopravvissuto alla Shoah. Tra le persone che confessano di aver subito aggressioni sessuali da bambini c’è anche un molestatore: una delle preoccupazioni e delle ossessioni di tutti è infatti quello del circolo vizioso, della “ruota” (gal-gal), per cui dopo aver subito violenza si rischia di commetterla, come se si fosse davvero impuri e marchiati. Ci sarebbero molti spunti, anche profondamente complessi, che potrebbero aprire riflessioni sul ruolo che la comunità ebraica ultraortodossa attribuisce a se stessa e sulle sue inconfessabili paure. Ma, come tante informazioni fornite dal film, la maggior parte si disperdono. Resta soprattutto la denuncia dei misfatti odiosi e il tentativo terapeutico del protagonista su se stesso e sugli altri. Tentativo che riuscirà, tanto che l’estroso e strabordante Manahem si risentirà finalmente a casa.

Il film si conclude con un’invasione di campo. La Zauberman, anche in questo caso in maniera poco rigorosa e poco organica, interviene di tanto in tanto durante il film soprattutto per fare domande al protagonista. Ma è la voce della regista a chiudere M, prendendo in prestito una frase attribuita a Kafka che dice “Io sto tra la mia gente con il coltello per aggredirla, io sto tra la mia gente con il coltello per proteggerla” e chiosando che per lei questo film è il coltello. Insomma, dire la verità è una forma di critica che dà la possibilità di correggere gli errori dunque di difendere ciò che c’è di buono. La regista si mette significativamente dentro al film che ha girato, coinvolgendosi in prima persona e lasciando pochi dubbi sul messaggio: un atto comprensibile dal punto di vista “interno” della Zauberman ma difficilmente condivisibile perché parliamo pur sempre di decine, centinaia di reati di pedofilia per cui pochi hanno pagato. Il messaggio positivo risulta quindi persino un po’ ambiguo: non si mette affatto in dubbio l’intento della regista di condannare gli avvenimenti di cui parla, ma la soddisfazione finale per aver aperto un varco e riannodato i legami non è poi cosi’ tanto “bella” visto che siamo pur sempre di fronte a comunità religiose chiusissime, inquietanti per un laico e per molti aspetti al di fuori della legge. Che questo potesse essere il punto di vista di Manahem (che è davvero, in ogni caso, parte viva di quella comunità) è evidente, che la regista da osservatore esterno prenda gioisamente l’ultima parola, di fronte a questioni che hanno a che fare con gravi violazioni su esseri umani, risulta invece una forte distorsione.

Info
La scheda di M sul sito del Locarno Festival.
  • m-2018-yolande-zauberman-recensione-03.jpg
  • m-2018-yolande-zauberman-recensione-02.jpg
  • m-2018-yolande-zauberman-recensione-01.jpg

Articoli correlati

  • Festival

    Locarno 2018 - Dall'1 all'11 agosto | 71a edizioneLocarno 2018

    Dall'1 all'11 agosto, la 71esima edizione del Locarno Film Festival, per la sesta volta sotto la guida di Carlo Chatrian. Il concorso, la Piazza Grande, la retrospettiva dedicata a Leo McCarey: tutti i nostri articoli.
  • Festival

    Locarno Festival 2018 - PresentazioneLocarno Festival 2018 – Presentazione

    Si tiene dal primo all'undici agosto il Locarno Festival 2018, l'ultima edizione - la 71esima - con la direzione artistica di Carlo Chatrian che, com'è noto, prenderà la strada berlinese. Punto di forza, anche quest'anno, sarà la retrospettiva, dedicata al grande Leo McCarey.

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento