Manila in the Claws of Light

Manila in the Claws of Light

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Manila in the Claws of Light è il film con cui Lino Brocka, tra i padri del cinema filippino moderno, si rivelò in maniera definitiva agli occhi dell’occidente. Presentato a Locarno Festival in una copia restaurata, resta uno dei lavori imprescindibili per comprendere tanto il cinema di Brocka quanto l’intero sviluppo della Settima Arte nelle Filippine.

La bocca di Julio Madiaga

Julio, un giovane pescatore, lascia il suo villaggio per recarsi a Manila, dove spera di trovare Ligaya, la fidanzata, di cui non ha notizie da quando è partita a studiare nella capitale. Per sopravvivere, Julio trova dapprima lavoro come operaio in un cantiere, ma finirà per perdersi nei bassifondi di Manila. [sinossi]

Il restauro di Manila in the Claws of Light, già presentato in Cannes Classics e ora riproposto in Piazza Grande al Locarno Festival (in un bizzarro e grottesco double bill con Un nemico che ti vuole bene di Denis Rabaglia), assume un valore assai superiore alla “semplice” preservazione per quanto in digitale di uno dei grandi film della storia del cinema. Permette infatti sia di donare nuova vita per le generazioni cinefile più giovani all’arte di Lino Brocka, tra i padri fondatori del cinema filippino moderno, sia di focalizzare l’attenzione sulle comunanze tra la terribile presidenza Duterte e la dittatura di Marcos, che insanguinò e terrorizzò l’arcipelago delle Filippine per oltre un ventennio. Quando Manila in the Claws of Light vede la luce la legge marziale che sta strangolando lo Stato è attiva da tre anni: è limitata la libertà di stampa, il Congresso è chiuso e la stragrande maggioranza degli oppositori politici, per lo più comunisti e socialisti, è agli arresti o è stata uccisa. Parlare delle Filippine di quegli anni, come sempre indefessi sodali degli Stati Uniti d’America, significa in qualche misura parlare anche delle Filippine di oggi, come dimostrano alcuni degli ultimi film di Lav Diaz, che per centralità del ruolo e rilevanza internazionale può essere senza dubbio considerato come il diretto discendente di Brocka, per quanto da un punto di vista estetico e narrativo esistano profonde differenze tra i rispettivi approcci.

Quando Brocka porta a termine il suo dodicesimo film l’occidente non ha praticamente sentito parlare di lui, a parte qualche esploratore dell’esotico che si può essere imbattuto nei suoi immediatamente precedenti You Have Been Weighed and Found Wanting e Three, Two, One. L’apparizione sul proscenio internazionale di Manila in the Claws of Light può con ogni probabilità essere paragonata a quella dei primi film neorealisti italiani. Non perché si debbano cercare consonanze tra il cinema di Brocka e la produzione immediatamente post-bellica italiana – se vi sono riguardano in particolar modo la volontà di portare sullo schermo la vita delle classi subalterne, degli operai e dei contadini – ma per la capacità rara di far scoprire al resto del mondo che esiste una cinematografia, e che quella specifica cinematografia ha una propria estetica, un proprio modo di vedere e di raccontare il mondo, una propria crudezza. Una cinematografia nazionale, ma ben lontana dal nazionalismo patriottardo della destra di Marcos, ovviamente.
La Manila su cui si apre il film è quella – ripresa in bianco e nero, in netto contrasto con un film in cui il colore svolge un ruolo non indifferente – dei quartieri cinesi, in cui si sviluppa anche una mafia sotterranea e ferale come non mai. È già il mondo del denaro e della corruzione, ma lo sguardo di Brocka non si eleva mai davvero dai bassifondi. In una nazione costruita a strati, dagli slum più luridi della periferia, dove gli uomini vivono in condizioni che sarebbe gratificante definire bestiali, fino alla punta della piramide, dove l’alta politica e l’alta finanza si fondono in un’osmosi mostruosa, Brocka rimane incollato all’universo proletario e sottoproletario. In questa scelta di elidere l’apice della società si racchiude già un forte motivo politico. Anche gli sfruttatori della povera Ligaya, l’amata del protagonista che invece di trovare la fortuna nella capitale è stata trasformata in prostituta, sono in realtà parte della maggioranza “eliminabile” della popolazione. Lo stesso vale per i datori di lavoro, a loro volta sciacalli, del protagonista Julio, sia al cantiere che nel bordello gay in cui a sua volta si trova costretto a vendere il corpo. I veri padroni, i controllori di questo sbranarsi tra poveri, sono fuori dal quadro. Non sono visibili. Sono tali – padroni – proprio perché non si mostrano. Dominano, e tanto basta.

Prendendo ispirazione da un romanzo pubblicato a puntate tra il 1966 e il 1967, quando il sistema filippino era almeno all’apparenza molto più democratico, Brocka vi inserisce a forza la sottotrama omosessuale, e anche questo dettaglio merita di essere portato alla luce con maggiore nettezza. L’omosessualità, in una nazione ultra-cattolica come quella filippina, era com’è facilmente intuibile uno dei nemici della presidenza Marcos: se la messa in scena dell’universo che ruota attorno al bordello è avvertibile come disturbante, va anche notato come Brocka la rappresenti nella sua totale, evidente e incontrovertibile normalità. Uno schiaffo in faccia al potere costituito che sarà ribadito in molti passaggi del film (i cartelli contro il fascismo e l’imperialismo dell’occidente, tanto per fare un esempio) e che rende ancora più impellente l’interrogativo sul modo in cui Manila in the Claws of Light sia riuscito a sfuggire alle terribili gabbie della censura.
Va forse sottolineato come l’approccio alla regia di Brocka sia sempre stato profondamente popolare. I suoi film, anche quando prendono di petto la questione sociale senza alcun tipo di abbellimento, si muovono nel campo del melodramma o di altri generi che da sempre appassionano il pubblico filippino. Non è certo un caso che You Have Been Weighed and Found Wanting sia stato un gigantesco successo commerciale, così come Manila in the Claws of Light e il successivo Insiang. Come i sottoproletari si muovono all’interno di uno schema costruito per loro da chi detiene realmente le chiavi del potere, alla stessa maniera i sottotesti politici e sociali che irrorano il cinema di Brocka si muovono all’interno di strutture narrative chiare, prive di compromessi.

Da questo punto di vista Manila in the Claws of Light non è altro che il resoconto drammatico di una vera e propria discesa negli inferi. Il giovanissimo Julio abbandona il pezzo di terra vicino al mare dove viveva come pescatore per affrontare le forche caudine di una città mostruosa, tentacolare e omicida per ritrovare l’amore della sua vita. Come Orfeo alla ricerca di Euridice anche lui si immerge negli Inferi, sopportandone le crudeltà infinite. Come Dante Alighieri anche Julio ha dei maestri che lo introducono nei vari gironi – ma qui Paradiso e Purgatorio sono fuori discussione, si può solo transitare da un Inferno all’altro – in cui si trova a muoversi. Atong lo porta al cantiere, primo tentativo di lavoro per il ragazzo; il secondo lavoro, quello nel locale gay, Julio lo trova invece grazie all’intervento di Bobby; infine è Pol a condurlo nell’area abitata dalla minoranza cinese, dove il dramma raggiungerà il suo acme.
Figura indomita ma sempre più debole – in ogni passaggio di luogo in luogo il rapporto con l’esterno si fa maggiormente degradato – Julio è alla ricerca del suo amore, ma anche del suo “paradiso” (e infatti il cognome della fidanzata è proprio Paraiso), una terra libera dallo sfruttamento ma anche libera dalle radici spagnole inserite con forza nel tessuto sociale, barbarica e indelebile memoria di una colonizzazione che non è mai davvero terminata. Lo stile di Brocka con il trascorrere del film si fa nevrotico, instabile, perde passo dopo passo qualsiasi tipo di armonia, fino a giungere al celeberrimo atto finale, lo scontro impari con gli scherrani dell’uomo che ha condannato a morte la povera Ligaya. Mentre il melodramma monta, rinvigorito da una lotta eterna e incessante tra il sonoro in presa diretta e una composizione musicale che sembra muoversi in direzione completamente opposta (questi contrasti saranno anche in futuro uno dei punti di forza dell’estetica di Brocka), Julio sa di andare incontro al proprio destino. Non tornerà al suo mare. Non ha salvato il suo Paradiso. La macchina da presa zooma sul fermo immagine che congela la bocca del ragazzo in un ghigno distorto, rabbioso e terrorizzato al medesimo tempo. Il ghigno distorto di un sottoproletariato mandato a morte in una fossa comune, senza che siano neanche resi noti i nomi di questo genocidio tutto interno, nel brulicare di un sottosuolo che è in ogni caso calpestato dalle costose scarpe di pelle di chi invece vive al di sopra del bene e del male.

Straordinario esempio di cinema popolare che sa farsi feroce critica politica, Manila in the Claws of Light è un capolavoro non solo del cinema filippino ma dell’intera produzione mondiale. Attraverso questo dramma personale e collettivo il mondo ha iniziato a conoscere un arcipelago in cui credo, lutto e potere sono facce della stessa medaglia. Arriveranno altri film di Brocka, di suoi coevi e sodali e poi dei suoi figli più o meno dichiarati. Ma tutto parte e forse ri-parte da qui. E dalla bocca muta distorta e immobile di Julio Madiaga. Urlo senza voce.

Info
Manila in the Claws of Light sul sito di Locarno Festival.
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