Seymour: An Introduction

Seymour: An Introduction

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Seymour: An Introduction è il documentario e gesto d’amore di Ethan Hawke nei confronti dell’amico e mentore Seymour Bernstein, sublime pianista che decise di smettere di esibirsi nel 1977 ad appena cinquant’anni di età. A Locarno Festival all’interno dell’omaggio all’attore e regista statunitense.

Andante con moto

Seymour Bernstein vive a New York, veleggia verso i 90 anni, è un insegnante di pianoforte, un compositore e soprattutto è un pianista. Nonostante le sue performance dal vivo, a partire dal 1969, avessero riscosso un grande successo, Bernstein decise di smettere di esibirsi nel 1977. Il suo amico Ethan Hawke lo convince a tornare a suonare in pubblico dopo 35 anni. [sinossi]

Ha già quasi un piede dentro il personaggio di Toller di First Reformed Ethan Hawke quando parla con Seymour Bernstein, cui consacra il documentario Seymour: An Introduction e a cui confessa i suoi dubbi. Il primo e più onnicomprensivo di tutti è “perchè faccio quel che faccio?”, cui segue l’impressione palesata dall’attore-regista che le cose con cui ha avuto più successo fossero le peggiori e che la sua carriera sia solo un susseguirsi di risultati esteriori da ottenere. “È per questo che vivo?” si chiede Hawke (la cosa dovrebbe confortarci: se se lo chiede uno come lui, possiamo fare uno sforzo anche noi…) in preda a una crisi artistica e spirituale. È quindi chiaro che la decisione di raccontare Seymour Bernstein, amico e mentore, sia per il regista – qui al suo terzo lungometraggio e al primo documentario – un atto molto personale e che mettere in scena un artista, verso cui Hawke nutre un’evidente ammirazione umana, racconti qualcosa anche dell’interprete di Boyhood. Che sia così lo dimostra anche il fatto che è stato lo stesso Hawke a suggerire i 5 film con cui il festival di Locarno ha omaggiato la sua carriera: tra questi c’è anche questo lavoro, cui l’attore-regista tiene molto. Presentato al Telluride Film Festival nel 2014, Seymour: An Introduction è un ritratto d’artista e un’avvolgente, caldissima meditazione sulla pratica del pianoforte, sul valore della musica, sulle abilità che comporta e su quelle che plasma, cui dà forma, fa crescere. Cosa significa riconoscere i sentimenti e le emozioni contenuti negli spartiti, una lettera conclusa in se stessa riportata costantemente alla vita dagli interpreti? Cosa ha a che fare l’insegnamento di uno strumento musicale con la formazione della consapevolezza dell’allievo? Come risolviamo un passaggio pianistico per renderlo come lo desideriamo e perché lo sentiamo in quel modo? Bernstein, che ha scelto di non esibirsi più in pubblico dal 1977 per dedicarsi esclusivamente alla composizione e all’insegnamento (dunque alla creazione e alla paideia, all’educazione), ha parecchio da dire in materia e parecchio da suggerire anche al regista in cerca di rinnovata autenticità.

Ha gioco facile, Hawke, a realizzare un documentario di neppure un’ora e venti piazzandoci dentro Improvvisi di Schubert, Notturni e Ballate di Chopin, Sonate di Beethoven, e ancora Rachmaninoff, Scarlatti e Bach, per annientarci sul finale con la divina Fantasia op. 17 di Schumann: basterebbe solo questo per mostrare a chiunque il paradiso. Ma il film ha i suoi peculiari meriti, tra cui quello di rendere – grazie a un ottimo montaggio – piuttosto ritmato e movimentato il racconto della vita di Bernstein (classe 1927), ricomposto attraverso dialoghi con il regista, conversazioni tra il pianista e i suoi ex studenti (tra cui c’è un critico del New York Times, che gli pone le domande più spinose), mirabili stralci di lezioni con gli allievi, fino ad arrivare alla preparazione della serata finale, quella organizzata proprio da Hawke per uno sparuto gruppo di amici nello spazio per le esibizioni dello showroom Steinway, ovviamente a New York (dove tutti vivono). Il regista non ci mostra linearmente il “live”: non assisteremo all’esibizione di Bernstein, ma a un montaggio alternato tra stralci della serata e stralci in cui il pianista racconta come e perché sta suonando in quel modo. Come fossimo suoi allievi, vedremo il pianista spiegare il senso, il motivo, il sentimento e la ragione, dei passaggi che sta per eseguire, lo vedremo “smontare” passaggio per passaggio il finale della già citata Fantasia di Schumann così come precedentemente abbiamo visto “smontati” da Bernstein altri brani di fronte ai suoi studenti, per far comprendere loro il senso di un legato, fargli percepire come ribattono le note senza magari avvedersene o come possono far acquisire energia a un movimento. La pratica della musica è un incontro miracoloso tra abilità tecnica, capacità emotiva, perseveranza e amore. Questo è quel che trasmette Seymour Bernstein, che alla carriera di performer ha preferito l’insegnamento e la creazione di proprie composizioni, al narcisismo dell’esibizione la pace interiore del rapporto autentico con il suo pianoforte e i suoi studenti. Seymour Bernstein racconta di non aver avvertito nessuno che il recital del 1977 a New York sarebbe stato l’ultimo, ma che era in grande difficoltà con l’idea della carriera pianistica, delle aspettative che questa comportava. E che quella montante nevrosi e la paura del palcoscenico non piacevano a quest’uomo riflessivo e pacato, che continua a vivere nella sua casa dell’Upper West Side da solo e che da quando ha smesso di suonare dal vivo dice di essere più felice e soddisfatto. Cosa che, appunto, piace molto anche al regista, che sembra ammirare la capacità di fare un passo indietro rispetto alle necessità dello spettacolo (cosa che, forse, per Hawke è rappresentata soprattutto dal passaggio alla regia, ambito in cui il divo si prende una notevole libertà). Il film ci mostra Bernstein mentre ascolta i suoi allievi respirare correttamente per suonare, o mentre si mette a piangere pensando alla guerra di Corea cui ha partecipato e durante la quale ha organizzato un concerto di musica classica per i soldati, o mentre ricorda di essersi innamorato del piano da bambino nonostante nella sua famiglia non risuonasse una nota neppure dalla radio. In ogni caso la sua visione della musica, il linguaggio che connette l’uomo al divino, è misticheggiante e unisce l’idea greca dell’educazione (il ruolo della musica per la fiolosofia greca è citata dal protagonista nel documentario) a quella romantica per cui la musica è l’arte assoluta, regina irraggiungibile, fenomeno riconoscibile che dal sentire conduce all’universale.

“I love classical music passionately, but Bernstein’s sentimental credo—and Hawke’s sentimental montage—make me yearn to hear the Sex Pistols” (“Amo la musica classica appassionatamente, ma il credo sentimentale di Bernstein – e il montaggio sentimentale di Hawke – mi fanno venir voglia di ascoltare i Sex Pistols”): in questa frase comparsa in un lungo articolo del New Yorker nel marzo 2015, a firma del critico e studioso di cinema Richard Brody, ci sono tutti i limiti del film. La bellezza commossa con cui regista e protagonista del documentario esprimono il valore universale della musica è anch’esso un costrutto culturale e puo’ risultare troppo enfatico. Ma è soprattutto nel passaggio in cui Bernstein parla di Glenn Gould che emerge con chiarezza quanto anche le sue appassionate idee circa l’essere autenticamente artisti, l’insegnamento, la sacralità della musica, siano ovviamente personali e parziali. C’è un antagonista in Seymour: An Introduction ed è proprio l’immenso pianista canadese, che a 32 anni smette di esbirsi dal vivo per dedicarsi esclusivamente alle sue inimitabili incisioni. Gould, l’opposto di Bernstein, la dimostrazione che gli approcci possibili con il sentimento musicale sono come sempre plurali e molteplici e non per forza conducono alle stesse conclusioni né nascono dalle stesse pulsioni o necessità. A parte queste riflessioni, che aprirebbero una serie infinita di dissertazioni ermeneutiche a cui Seymour: An Introduction non è per niente interessato, il film di Ethan Hawke è un commovente omaggio a un uomo che ha dedicato la sua vita alla pratica pianistica, capendo bene perché con consapevolezza precisa e affilata, e che maieuticamente aiuta i suoi allievi a fare lo stesso. Un film godibile e struggente, sincero e affettuoso, e probabilmente una confessione indiretta del regista sull’artista e sull’uomo che vorrebbe diventare.

Info
Seymour: An Introduction sul sito di Locarno.
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