Blaze

Blaze

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Blaze, ritorno alla regia di un film di finzione dell’attore Ethan Hawke a undici anni di distanza da The Hottest State, è un biopic dimesso dedicato a un grande e misconosciuto cantante country. In Piazza Grande a Locarno Festival.

This is a song for Sybil

Un film ispirato alla vita di Blaze Foley, cantautore misconosciuto nonostante fosse una leggenda della musica outlaw country texana, quella che ha generato personaggi come Merle Haggard e Willie Nelson. Nella storia si intrecciano tre movimenti, versioni reinventate di passato, presente e futuro di Blaze: uno racconta la sua storia d’amore con Sybil Rosen, un altro la sua ultima cupa notte sulla terra e l’ultimo l’influenza che le sue canzoni e la sua morte hanno avuto su fan, amici e nemici. L’intreccio porta a capire la vita, fatta di alti e bassi, del cantautore, ma anche del segno lasciato sulle persone che hanno condiviso il suo percorso. [sinossi]

Blaze, presentato in anteprima internazionale in Piazza Grande a Locarno dopo essere stato selezionato lo scorso gennaio al Sundance, è l’ulteriore conferma della natura indomita, e anche vagamente nevrotica, di Ethan Hawke. In Svizzera, dove l’attore è stato omaggiato all’interno della sezione Histoire(s) du cinéma e ha potuto selezionare ciò che avrebbe preferito gli spettatori vedessero della sua ultra trentennale carriera – e già il fatto che abbia spaziato da Peter Weir a Paul Schrader, passando per il suo amico e mentore Richard Linklater, chiarisce con una certa nettezza la volontà di non accomodarsi nella prassi –, sono stati presentati anche due dei suoi film da regista. Un percorso, quello di Hawke dietro la macchina da presa, che si articola dall’inizio del millennio ma di cui pochi in Europa sembrano essersi interessati: dopotutto in Italia, se si esclude la partecipazione del suo secondo lungometraggio The Hottest State alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2007, le sue regie sono rimaste escluse da qualsivoglia luce della ribalta. È dunque un piacere poter incontrare, con tanto di presentazione dal vivo dello stesso attore, i due suoi film più recenti sul grande schermo. Ed è interessante notare come entrambi si concentrino sulla musica e sul rapporto tra arte e vita, sulla sublimazione della vita attraverso l’arte, o viceversa. Se Seymour: An Introduction è un viaggio documentario nella classe pianistica del quasi novantenne – al momento delle riprese – Seymour Bernstein, Blaze è un biopic in piena regola, che basa gran parte della propria forza sulla struttura narrativa.

Se sono in pochi a conoscere la carriera registica di Hawke, cosa si può dire del ruolo svolto da Michael David Fuller in arte Blaze Foley nell’immaginario collettivo? In quanti nel 2018 hanno memoria di questo songwriter country, morto nel 1989 a neanche quarant’anni ucciso da una pistolettata nel petto, sparata dal figlio di uno dei suoi migliori amici? In pochi, in pochissimi probabilmente. Parte da questo aspetto il film di Hawke, che ramifica la sua narrazione seguendo tre affluenti del letto principale – che è ovviamente il resoconto della vita del musicista. Il primo affluente è la registrazione di un’intervista radiofonica al mitico Townes Van Zandt, grande amico di Blaze e una delle sue fonti di ispirazione. Van Zandt, interpretato da Charlie Sexton, rilascia le sue personali impressioni e una serie di aneddoti sull’ultima parte della vita dell’amico, quando il suo matrimonio con l’artista Sybil Rosen (che partecipa anche alla sceneggiatura del film, tratta da un suo libro) è già finito. Il secondo affluente è proprio il resoconto della storia d’amore tra Blaze Foley e Sybil Rosen, un idillio naturalistico e hippie in cui la vita è vissuta in modo frugale, al punto di andare a vivere in una baracca nel bel mezzo di una foresta, con solo i rispettivi corpi a scaldarsi vicendevolmente e qualche canzone da cantare davanti al fuoco. Un idillio destinato a spezzarsi con la scelta di Blaze di provare a far diventare le sue canzoni una fonte di guadagno, passando di città in città in concerti organizzati in pulciosi locali di retroguardia. Il terzo affluente, che funge da collante tra le varie parti, è la messa in scena dell’ultimo concerto di Blaze Foley, intonato ad Austin la sera stessa in cui sarà ucciso.

Nella scelta di frammentare e ricostruire i vari pezzi sparsi della vita di un artista pressoché sconosciuto si nasconde la soluzione più brillante del film di Hawke. Quella mitologia di cui fu privato in vita il cantautore, il superamento del ruolo del tutto estemporaneo di “stella” per diventare una leggenda, qualcosa che esiste da prima del tempo ed è potenzialmente immortale (“come una canzone”, spiega Blaze a Sybil mentre si stanno facendo scarrozzare da un pick-up per le strade polverose e deserte del Texas, è l’impegno che Hawke mette nel cercare di restituire il maltolto a questa figura grassoccia, di un uomo colpito da una leggera zoppia per via della poliomelite, ubriacone e flaccido, irascibile eppur dolcissimo, e disperato.
Nel Texas infinito e senza soluzione, ben lontano da luoghi in cui è l’interno a dominare il senso dell’esistenza – sia il frammento a Chicago che quello a New York non prevedono riprese en plein air – si perde anche la camera di Hawke, all’inseguimento delicato di un uomo sconfitto, conscio del proprio talento sconfinato e dalla voce educatissima – ed educata in modo coercitivo da un padre violento e cattolico, interpretato da Kris Kristofferson – ma incapace di stare al mondo, di condividere il proprio ingombrante corpo con una società che non ama, non capisce, non sa apprezzare.

“Robin Hood and Little John walkin’ through the forest / Laughin’ back and forth at what the other’ne has to say / Reminiscin’, This-‘n’-thattin’ havin’ such a good time / Oo-de-lally, oo-de-lally, golly, what a day” cantano gli ancora innamoratissimi Blaze e Sybil riprendendo le liriche dalla colonna sonora del disneyano Robin Hood, ed è forse quella l’aspirazione massima di Blaze: lontano da tutto e da tutti, dal benessere come dalla città, nella foresta, con la propria voce e la possibilità di dondolarsi sul ramo di un albero. Un tracciato così frammentato non può che essere anche episodico, ma Hawke sa costruire alcune sequenze strazianti e potenti, dimostrando una sensibilità registica che è propria anche di Linklater (che qui appare in un breve ruolo come altri amici dell’attore/regista, a partire da Steve Zahn e Sam Rockwell), e che parte dal presupposto che un regista debba amare in profondità gli esseri umani che racconta.
È dunque una lunga poesia d’amore, Blaze, un inno a un uomo e al suo mondo, cantato e immaginato o reale che fosse. Basta poi la sequenza in cui Blaze e sua sorella cantano e suonano per il padre nella casa di cura in cui l’anziano e svampito uomo che da bambino li terrorizzava è chiuso, per lasciarsi rapire il cuore da questo film. Lo sguardo in macchina di Kristofferson, che al termine della canzone e con gli occhi gonfi di lacrime sa dire solo “beautiful” è una pugnalata alla schiena. In quegli occhi, che sono anche gli occhi annebbiati del figlio Blaze sul finire del film, c’è il dolore per un’esistenza che trova pace illusoria nell’arte, prima di dover ripiombare nel buio infinito della vita.

Info
Il trailer originale di Blaze.
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