Inseparabili

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Opera costruita su una prevedibile grande prova attoriale di Jeremy Irons, Inseparabili di David Cronenberg prosciuga letteralmente l’immaginario dell’autore in cerca di una sublimazione della sua personale riflessione su corpo e psiche, organico e inorganico, spaventosa separazione e impossibili ricomposizioni.

Nec sine te, nec tecum

Stimati ginecologi che alternano l’attività professionale alla ricerca scientifica sulla fertilità femminile, i gemelli omozigoti Elliot e Beverly Mantle, del tutto identici, vivono da sempre in una condizione di totale simbiosi, condividendo lo stesso appartamento e sfruttando la loro perfetta somiglianza per spacciarsi talvolta come un’unica persona. Segnati da due personalità molto diverse (Elliot è estroverso e dominante, Beverly è fragile e solitario), i due fratelli sono soliti scambiarsi le donne in una prassi accordata di rapporti con l’altro sesso che non mettano mai in discussione il loro sodalizio. A minacciare tale situazione giunge l’attrice Claire Niveau, donna afflitta dalla difficoltà a rimanere incinta che suscita la curiosità professionale dei fratelli Mantle poiché, caso più unico che raro, ha un utero triforcuto. Inizialmente oggetto erotico di entrambi in seguito a un inganno, Claire poi s’innamora ricambiata di Beverly, che ineditamente nutre per lei sentimenti esclusivi, innescando un drammatico meccanismo di disintegrazione del rapporto con Elliot e di autodistruzione collettiva… [sinossi]

Stavolta la personale psicobiologia di David Cronenberg incontra il passato e il futuro, gli archetipi e i prototipi, che vanno a sovrapporsi in un’idea assoluta e circolare del tempo. Basti pensare a quei titoli di testa che introducono a disegni arcaici di bizzarri strumenti chirurgici in una sorta di dimensione di protomedicina scientifica. Gli esperimenti chirurgici dei gemelli Mantle su donne infertili sono l’aggiornamento moderno di una ricerca inesausta sulle eccezioni alla regola naturale. In fondo, natura e scienza, così spesso contrapposte, non fanno altro che andare nella stessa direzione: la scienza si adopera per rendere “naturale” ciò che sfugge alle regole codificate della natura. Lontano dal body horror più conclamato ma in continua e feconda comunicazione con esso, Inseparabili (1988) rinchiude tutta all’interno dell’essere umano la personale riflessione cronenberghiana del corpo che incontra elementi estranei e inorganici inglobandoli in sé e uscendone mutato.
Non vi è un vero e palese emergere di elementi chiaramente contrapposti all’umano (nessun virus, morbo o malattia), ma piuttosto un ritorno sul tema dell’intervento umano sul corpo per forzare le imperscrutabili decisioni della natura e riportarla a se stessa: scienza e medicina che decidono di intervenire e manipolare le fallaci risposte biologiche dell’uomo (e della donna) alle loro esigenze psicologiche e culturali. Gemelli omozigoti, figure mutanti e tema della fertilità sono oggetti centrali di un sostrato mitico e ancestrale nella storia dell’uomo. Fanno parte di un territorio solo lievemente “sovrumano”, qui inteso nella sua accezione più letterale e terrena: al di sopra della norma umana, delle certezze acquisite, dell’ovvietà del reale, della dominante statistica che tende ad annullare le varianti meno frequenti.

Ricavando stavolta il proprio spunto narrativo da una vicenda realmente accaduta e già trasposta in romanzo da Bary Wood e Jack Geasland (la misteriosa “morte a due” nel 1975 dei gemelli Stewart e Cyril Marcus, entrambi ginecologi, ritrovati senza vita in condizioni di totale e imprevedibile trascuratezza), Cronenberg compie una radicale operazione di prosciugamento del suo immaginario. Tra i più “realisti” dei suoi film, nei fatti Inseparabili fa piazza pulita dell’evidenza dello scontro tra corpo e oggetto, razionale e irrazionale, perfezione fisica e occorrenza deviante, riconducendolo tutto dentro all’essenza dell’uomo, al suo tragico carattere di individualità e indagandone le scissioni primarie e primitive. Primi fra tutte, e assolutamente ancestrali, la gravidanza e il parto, dare la vita ad altri esseri umani. È proprio lì che intervengono i geniali gemelli Mantle attraverso una caparbia ricerca scientifica intorno al tema della fertilità. Il parto così si profila come prima e assoluta separazione, un corpo di madre che stacca una parte di sé per renderla indipendente, altro da sé. Ma, per l’appunto, nell’universo di Inseparabili quella primaria scissione avviene in modo fallace, poiché a vedere la luce sono due doppi di una medesima entità umana incapaci, nel corso della loro vita, di rendersi autosufficienti uno dall’altro. Legandosi al mito dei gemelli siamesi, rarissima eventualità e per tale ragione ai confini della leggenda, i fratelli Mantle narrati da Cronenberg non presentano alcuna letterale connessione fisica, ma sono tenuti insieme da un invincibile cordone psicologico, con effettive ricadute anche nella loro vita biologica. L’incipit ce li mostra da bambini, intenti a riflettere sulla condanna dell’essere umano al sesso, necessità naturale alla quale, con atto di assoluto e futuribile egotismo, vorrebbero sottrarsi – futuribile, ma in realtà nient’altro che il desiderio di risalire alle origini primordiali dell’essere umano, all’ “uomo prima dell’uomo”, prima che si costituisca come entità distinta. Si tratta di una prima avvisaglia di un’aspirazione all’autosufficienza biologica che segna, nel succedersi degli anni narrati dal film, uno scacco continuo e insormontabile.
In qualche modo si tratta anche di una fuga verso una sorta di “inorganico dell’infanzia”, quando gli istinti non hanno ancora preso forma e coscienza di sé. A ergersi al centro della collaudata dinamica simbiotica tra i gemelli Mantle da adulti appare una donna, l’attrice Claire Niveau, amante e madre nella stessa misura, dal momento che come oggetto erotico/amoroso e materno tenta di renderli individui, ripartorirli separatamente e riconfigurarli adulti come cellule autosufficienti di impulsi e sentimenti. Anche Claire è un’eccezione, un mito dell’ “errore di natura”: non può avere figli e ha l’utero triforcuto, donna unica nel suo genere, messa di fronte alla duplicità di un uomo separato in due entità. Come i fratelli Mantle, anche Claire è condannata dalla sua conformazione biologica all’eterna giovinezza dovuta alla sua irriproducibilità. Entità egotistiche loro malgrado (ma i fratelli Mantle ne sono pure felici, almeno fino all’incontro con la donna), i tre protagonisti assommano in sé il paradosso di esseri umani “unici” eppure insufficienti, forma corporea e psicologica di uno strano animale che nel momento in cui desidera, si perde. Sulla stessa linea restano anche pillole e droghe che da metà del racconto in poi innescano collaudati meccanismi di dramma e melodramma. La pillola è elemento esterno all’uomo, è oggetto inorganico con precisi effetti, però, sull’organico – l’ennesima fusione.

Ritrovati psicotropi di vario genere intervengono in Inseparabili ad amplificare il piacere erotico o a dare illusoria solidità a esseri umani incompleti, sorpresi dalla loro incompiutezza nell’attimo della scoperta del desiderio. «Non voglio parlarne, voglio tenermi tutto per me»: è il primo segnale che Beverly lancia al fratello Elliot nell’attimo dell’incontro amoroso con Claire. Sottrarsi alla condivisione, cercare una propria individualità nel momento della scoperta del desiderio esclusivo. Cronenberg tiene su un punto di altissima tensione la sua predilezione per le contaminazioni confinandole tutte nell’allusione. Si concede solo un’uscita plateale in contesto onirico (la separazione materica dei due gemelli, tentata da Claire attraverso un morso nei loro immaginari tessuti di connessione) che peraltro autocita il morso finale di Nola Carveth in Brood – La covata malefica (1979). È l’unico palese omaggio che Cronenberg concede al cinema platealmente organico di alcuni film dei suoi esordi. Per il resto la riflessione di Inseparabili si conduce tutta nel dicibile/indicibile della psiche e del conflitto con l’altro, che innerva una puntuale ossessione del corpo.
La scienza ginecologica dei gemelli Mantle tenta indagini nei corpi delle pazienti supportate dagli ultimi ritrovati della tecnologia e teoria scientifica, e spesso Cronenberg indugia su corpi femminili mai del tutto esposti, bensì resi oggetto di perlustrazioni e auscultazioni in attesa di risposte. A poco a poco l’immaginario si fa insieme arcaico e futuribile. Quegli strani strumenti ginecologici che Beverly commissiona a un artista sono il delirio di un uomo di scienza moderna che teme l’avvento di nuove donne mutanti («Il corpo di quella donna era tutto sbagliato […] All’esterno sono normali, ma dentro sono deformi»), ma sono anche realizzati con un aspetto rudimentale, da medicina primitiva e tremendamente invasiva, dove l’elemento visionario e la fisionomia di prodotto creativo sopravanzano sulla funzionalità. Il futuro dunque si annulla nel passato. Il mito, in quanto tale, non può avere dimensioni temporali.

In tale direzione assolutizzante si muovono anche alcune scelte cromatiche dal forte simbolismo, segnato dall’intensa contrapposizione tra la nota dominante di blu-grigio e le accensioni del rosso dei camici in sala operatoria. In Inseparabili tutto ciò prende forma nella macrostruttura di un raffinato melodramma, caratterizzato da un’ottima sceneggiatura che solo a tratti tradisce qualche eccesso di autoconsapevolezza – ogni tanto i dialoghi enunciano fin troppo i nuclei del racconto, rendendo esplicito ciò che il linguaggio-cinema è in grado di convogliare da solo (vedasi, un caso fra i tanti, il referente diretto nel racconto dei gemelli siamesi Chang ed Eng secondo la versione mitizzata della loro morte, che Elliot e Beverly narrano uno all’altro in uno dei momenti più toccanti). Ma il melodramma familiare e psicopatologico cerca in realtà nella sua versione cronenberghiana l’assolutezza della tragedia, evocata da un’appassionante partitura musicale di Howard Shore. D’altra parte, come sancisce Beverly in prefinale, «La separazione può essere una cosa spaventosa». Dal primo vagito che segnala il separarsi dal corpo materno, l’uomo si muove in un mondo che lo pretende individuo univoco. E qui per Cronenberg la tragedia della vita sembra proprio risiedere nella scoperta della fragilità fallibile, che tiene lontani da qualsiasi utopia di recupero o conquista di un’integrità onnicomprensiva del tutto sorda alle esigenze della biologia. L’uomo non può fuggire dall’uomo, ciò che lo costituisce e che al contempo lo limita è quello strano impasto tra materia e desiderio, dove il secondo resta il grande interrogativo non del tutto spiegabile e riassorbibile nella materia stessa. Per cui la visione scientista mostra il suo scacco fino alle estreme conseguenze del delirio.

Ovviamente Inseparabili è anche un prevedibile banco di prova pronto e fatto per una strepitosa perfomance attoriale. Non potrebbe essere diversamente per un film che si propone di mettere in scena due gemelli dai caratteri opposti, ma protesi nel procedere del racconto a una progressiva e totale assimilazione fino all’indistinguibilità – in tal senso, nell’ultimo capitolo Cronenberg non rinuncia nemmeno a qualche nota crudelmente ironica, come nel “passo a due” dove i fratelli Mantle, vestiti identici e trasandati, camminano per casa programmando le future somministrazioni di droghe. Da par suo, Jeremy Irons distribuisce il suo talento nella fragilità delirante tutta esteriore di Beverly e nel sottile dominio sadico di Elliot, capace quest’ultimo anche delle note più dolenti. Sempre in punta di una raffinata maniera, come (va detto) un po’ tutto il film. Ma il cinema banale sta decisamente altrove. Qui siamo comunque di fronte allo spettacolo di un’intelligenza a lavoro. Lo spettacolo più bello.

Info
La pagina Wikipedia dedicata a Inseparabili.
Il trailer di Inseparabili.
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