Hotel by the River

Hotel by the River

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Secondo film dell’anno di Hong Sangsoo, Hotel by the River, in concorso a Locarno dopo Grass al Forum della Berlinale. Contemplando un fiume d’inverno, in bianco e nero, il regista sudcoreano supera le sue abituali schermaglie tra i sessi per approdare alla poesia, alla natura, alla vita e alla morte.

La morte corre sul fiume

Sentendo, senza alcun motivo evidente, approssimarsi la morte, un vecchio poeta che alloggia gratuitamente in un albergo lungo il fiume convoca i due figli con cui non ha più rapporti da tempo. Dopo essere stata tradita dall’uomo con cui viveva, una giovane donna prende una stanza nello stesso hotel. Avendo bisogno di sostegno morale, chiede a un’amica di stare con lei. In questo albergo lungo il fiume, in cui gli ospiti sembrano studiarsi a vicenda, la vita è dura per tutti, e le giornate sembrano ricominciare sempre da capo. [sinossi]

Siamo tutti diversi in famiglia, eppure tu somigli a papà. Una frase banale – quante vole l’abbiamo sentita nella nostra vita? – nelle chiacchiere dei due fratelli Kyungsoo e Byungsoo. Sono tutti diversi i film di Hong Sangsoo eppure ci sono delle somiglianze tra l’uno e l’altro, dei rapporti di filiazione dei film con quelli che li precedono. Con Hotel by the River (titolo originale: Gangbyun Hotel), presentato in concorso al Locarno Festival, il regista sudcoreano arrivato alla ventisettesima opera, sembra andare oltre alcune sue tematiche per approdare a nuove. Alla base del film potrebbe essere ancora un elemento autobiografico, la rottura della chiacchierata relazione del regista con l’attrice protagonista Kim Minhee, così almeno risulta dai gossip sudcoreani, cui però dovrebbe essere seguita una riconciliazione: fa fede in questo senso l’atteggiamento affettuoso dei due che si sono presentati mano nella mano, teneramente, alla conferenza stampa di Locarno. Sta di fatto che in questo film donne e uomini non interagiscano, stiano in disparte, con l’eccezione dei dialoghi tra l’anziano poeta Younghwan e le due ragazze. Di queste Sanghee, interpretata da Kim Minhee, è la donna lasciata, infelice perché abbandonata, e il regista, che, se valgono le ipotesi da gossip di cui sopra, è parte in causa della rottura, ciononostante adotta pienamente il punto di vista femminile. Gli uomini sono immaturi, incapaci di comprendere l’amore; sono dei codardi, c’è qualcosa nel loro cuore che li blocca, sostiene Sanghee-Kim Minhee (lo affermava anche in On the Beach at Night Alone), trovando il conforto della comprensiva amica. E il regista raffigura spesso le due ragazze, legate dall’amicizia e dalla solidarietà femminile, in momenti intimi di grande delicatezza, abbracciate, rannicchiate a letto.
Per contro i personaggi maschili rappresentano un ampio ventaglio psicologico. Kyungsoo non vuole dire al padre di essere divorziato, mentre il fratello Byungsoo è single, ammette di avere paura delle donne probabilmente per aver avuto una madre opprimente. Peraltro Byungsoo è un regista e Hong Sangsoo potrebbe riversarvi la propria insicurezza. Ci vuole un poeta, il padre anziano, Younghwan, che compone una poesia alla bellezza delle due ragazze, per recuperare il vero amore, la fiducia nei rapporti uomo-donna, l’ammirazione estatica primigenia e genuina per l’universo femminile, anche dopo una vita che ha visto separazioni, come si capisce dal fatto che Younghwan non abbia più rapporti con la madre dei suoi figli. In fondo proprio Sanghee aveva ammesso la labilità stessa dei rapporti amorosi e l’ineluttabilità a volte della loro fine («Abbiamo fatto del nostro meglio, ma non era abbastanza»).

Altra tematica relativamente inedita per il regista sudcoreano è quella della morte, che qui raggiunge il suo apice. La vediamo e non la vediamo, il momento del trapasso in sé rimane fuori campo ma subito dopo c’è il cadavere. Tematica che Hong Sangsoo aveva cominciato a sviluppare nei precedenti The Day After, nell’accenno alla sorella morta della protagonista, e soprattutto in Grass, nei suicidi pregressi alle vicende di quel film. Come si è detto i film del regista si collegano l’uno con l’altro e ancora, rispetto all’opera immediatamente precedente, Grass, sembra che ora Hong Sangsoo colga anche letteralmente ciò che aveva seminato, quei germogli che avevano il semplice aspetto di erba, ora si manifestano in quella grande pianta dell’albergo che Younghwan sostiene, due volte, avrebbe bisogno di essere maggiormente annaffiata.
Compare nell’opera del regista anche il tema della natura, degli esseri viventi, sempre contemplati in un sistema binario. I due cani che Younghwan accarezza, i due gatti, uno in giardino l’altro è quello che l’anziano protagonista dice di avere a casa, il nido di gazza sull’albero spoglio, ammirato per due volte dalla ragazza. E soprattutto trionfa il paesaggio del fiume Han, contemplato nelle passeggiate sulla sua riva o dalle vetrate dell’albergo (che, come si scopre dalla scritta sui cuscini, si chiama Heimat Hotel), in un’abbacinante distesa innevata, in un algido bianco e nero, con momenti dove i personaggi si ritagliano quasi nel bianco puro, nel vuoto. Il fiume nella simbologia orientale può rappresentare il flusso inesorabile del mondo e della natura ma anche, nell’attraversamento da una sponda all’altra, il passaggio dalla vita alla morte. E in un film dove c’è la morte, c’è anche quell’esaltazione primigenia della natura e della vita: solo i bambini e i cani amano la neve, viene detto nel film.

Ancora una volta Hong Sangsoo costruisce un’opera governata da una fitta trama di doppi e simmetrie. Tutta la situazione iniziale si ripete, prima il poeta e poi la ragazza (da subito scambiati con la tipica panoramica a schiaffo del regista) ad aspettare, lui i figli e lei l’amica nell’hotel, che arrivano tutti parcheggiando in macchina; ci sono le due amiche e i due fratelli a loro volta doppiati dai pupazzetti che il padre regala loro (giocando per contrasto: il pupazzo avuto da una donna è dato al figlio che non ha donne), mentre i significati dei rispettivi nomi portano a una lunga serie di biforcazioni (“fianco a fianco”); l’addetta alla reception dell’albergo che riconosce il padre quale un celebre poeta, situazione che si ripeterà con le due ragazze, e il figlio quale noto cineasta e a entrambi chiede l’autografo, mentre le ragazze decideranno di non chiederlo; l’automobile che pare essere appartenuta a più personaggi e la ragazza che racconta di avere rubato i guanti dentro di essa (che porta a un caso raro di flashback nel cinema del regista). E le simmetrie coinvolgono ovviamente anche altri film della filmografia del cineasta, come pure la vita di Hong Sangsoo stesso che si rispecchia nel personaggio del fratello regista, la cui opera viene definita “ambivalente” dall’amica di Sanghee, parola che poi le ragazze ripeteranno una seconda volta a tavola. E ancora si gioca tra cinema e vita: l’amica dice a Sanghee-Kim Minhee che i film del regista non sono il suo genere, proprio lei che è la musa del cineasta Hong Sangsoo, di cui è, o è stata, compagna. Tutto il gioco di doppi porta alla lunga scena delle due tavolate nel locale dove si trovano tutti i personaggi. Scena governata dalle solite panoramiche a schiaffo, i raccordi tra personaggi, all’interno dello stesso tavolo e tra un tavolo e l’altro. Dopo una prima parte dove la vita è intesa come natura si passa a un ambiente urbano, dove la vita è intesa come convivialità nel senso coreano che il regista mette sempre in scena: mangiare, bere, ubriacarsi.

Per la prima volta un film di Hong Sangsoo si apre con una voce off, presumibilmente dello stesso regista, che legge i titoli di testa (con un senso surreale quando dice “Il titolo è …” quasi come quello dei titoli cantati, senza scritte, di Uccellacci e uccellini) a indicare quasi una dimensione di diario privato. Un diario amaro dove la vita sembra essere governata da una società segreta come la Spectre, la Ika della poesia finale (che porta alla raffigurazione in una scena onirica, ancora atipica per il regista), che rappresenta un destino beffardo. Un diario che porta con sé pianto e sofferenza.

Info
La scheda di Hotel by the River sul sito del Locarno Festival.
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