Scanners

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Tra i film più sconvolgenti e inquietanti di Cronenberg, Scanners rappresenta – insieme a Videodrome – l’approdo della prima parte della carriera del cineasta canadese a quella nuova forma di carne/mente, che qui trionfa – ed esplode – in un tripudio di orrorifici effetti prostetici.

Scolpire la mente

Cameron Vale scopre di avere dei particolari poteri telepatici. È uno scanner, gli spiega il dottor Paul Ruth. E deve utilizzare quei poteri per uccidere un altro scanner, Darryl Revok, che intende dominare il mondo grazie alla sua forza mentale sovrannaturale. Convinto dal dottor Ruth, Cameron intraprende la ricerca di Revok, mentre vede morire davanti a sé altri scanner, uccisi da emissari del suo nemico. Alla fine riesce a trovare Revok e questi gli spiega in che modo sono diventati degli scanner. Ma ciò non lo convince a soprassedere davanti al fatto che deve ucciderlo. [sinossi]

Le virtù profetiche di David Cronenberg, nell’immaginare un nuovo mondo, una nuova carne e nel prefigurare l’abbandono della tecnologia analogica, sembrano persino inquietanti al cospetto di un film come Scanners, in cui è il termine stesso a essere entrato nell’uso comune dell’era digitale. Ciò è avvenuto naturalmente per altre vie e sotto un significato diverso rispetto a quanto immaginato dal regista canadese, ma il fatto che la parola scanner venga utilizzata ormai abitualmente quando si tratta di scansionare un pdf o qualsiasi altro tipo di foglio – per non parlare poi degli scanner 3D – ci induce a percepire la contemporaneità già come una sorta di angosciante futuro, i cui sviluppi sono ancora del tutto imprevedibili.
E, d’altronde, cosa pensare rispetto a quel che dice ad un certo punto il dottor Ruth allo scanner Cameron quando afferma: «La telepatia non è la lettura della mente, è un diretto legame tra due sistemi nervosi separati solo dallo spazio», se non che sembra anticipare l’affermazione di internet, dei social network, del wi-fi e, persino, di programmi come teamviewer che permettono di prendere possesso di un altro pc da posizione remota? Per di più gli scanner, questi esseri dotati di un sistema nervoso particolare in grado di mettersi in comunicazione con altri sistemi nervosi e di dominarli, possono penetrare non solo in altri uomini, ma anche – addirittura – nei pc. Anche i computer, d’altronde, sono nient’altro che dei sistemi nervosi. E questa spiegazione, sempre a opera del mentore dottor Ruth, dà il via a una delle più incredibili sequenze di tutto il cinema cronenberghiano, in cui il nostro Cameron attraverso la comunicazione di un telefono pubblico entra in contatto con il sistema centrale di un computer per carpirgli delle informazioni. Poi, nel momento in cui a questo pc viene dato il comando dell’auto-distruzione, inizia una disperata lotta mentale tra l’uomo e la macchina, in cui la macchina sembra diventare umana e l’uomo sembra diventare macchina, in cui la macchina muore e brucia e l’uomo – l’uomo nuovo, il super-uomo nietzschiano, l’uomo dotato di nuova carne o, meglio, di nuova mente – riesce a vincere. Ne è testimonianza la cornetta del telefono che soccombe tra le mani di Cameron e si fonde, sfaldandosi come composta di more bruciata, o come i joystick/POD di eXistenZ.

Rivedendolo oggi, a distanza di trentasette anni dalla sua realizzazione, Scanners non può dunque non far pensare in primis alla sua straordinaria visione di un futuro digitalizzato, dove tutto – le informazioni, gli acquisti, le bancarotte, le guerre – passa attraverso un estremo perfezionamento delle doti mentali dell’essere umano, una telepatia che si è fatta sistema, dove i pc, i tablet e gli smartphone rappresentano le estensioni del nostro cervello.
Ma, detto questo, Scanners rimane innanzitutto un thriller angosciante e inquietante, in cui la tensione – a partire dal magistrale incipit – non viene mai meno, e anzi cresce progressivamente fino al celeberrimo duello finale – con possessioni di corpi e menti – tra Cameron, lo scanner buono, e Darryl Revok, lo scanner luciferino, interpretato da Michael Ironside. Con uno scarto narrativo, che è debitore dei primi due film di Cronenberg (Stereo e Crimes of the Future) e che il regista riprenderà poi proprio in eXistenZ, il mondo raccontato in Scanners è già sotto l’influsso di una mutazione genetica. Vale a dire che ci troviamo in medias res e che, al contrario, di quel che accade ne Il demone sotto la pelle, in Rabid o in Brood, ma anche in Videodrome, non vi è possibilità di premessa o di set up: gli scanners sono già tra noi e il loro potere deve essere solamente direzionato, tra un Bene (Cameron) e un Male (Revok).
Questa impostazione permette così a Cronenberg di dare subito libero sfogo alle sue inquietanti visioni: la sequenza iniziale in cui Cameron, involontariamente (perché non è ancora consapevole del suo potere), scatena un attacco epilettico in una signora che lo disprezza perché malvestito, e quella in cui appare Revok, che provoca la micidiale esplosione del cranio di uno scanner molto più debole di lui. Il mondo è dunque già preda di forze oscure, e tutto accade di conseguenza, a grande velocità e senza alcuna possibilità di rilassamento.
Non è un caso che non vi sia tempo per deviazioni sentimentali tra Cameron e Kim, lo scanner donna che il protagonista incontra e con cui fugge insieme. Non c’è tempo perché gli eventi sono concatenati senza pause per un thriller/horror non solo tra i più sconvolgenti di Cronenberg, ma anche – narrativamente parlando – tra più essenziali e asciutti.

Al solito, tutto nasce da una sperimentazione scientifica, che è andata oltre le aspettative del suo ideatore. In questo caso è proprio il dottor Ruth che, una volta resosi conto di come lo scanner Revok potesse nuocere all’umanità, ha deciso di combatterlo. Nel dottor Ruth si incarnano e discendono dunque sia il Male (Revok), sia il Bene (Cameron), per una impostazione che si fa più complessa e stratificata rispetto ad altri film di Cronenberg, dove le conseguenze apparivano più nette: ne Il demone sotto la pelle la scienza portava solo apparentemente al Male (con un ribaltamento finale che appariva però soprattutto come un guizzo sardonico), mentre in Rabid e in Brood gli esperimenti medico/scientifici creavano indiscutibilmente mostri incontrollabili e letali.
In Scanners si profila per l’appunto l’idea di una fattiva biforcazione – poi ribadita in Videodrome – tra una nuova carne/mente positiva e una negativa, tra un potere che può essere o annichilente o esaltante, o – volendo – entrambe le cose. Questo sempre nella necessità – che Cronenberg sente sin dalle origini del suo cinema – che l’uomo superi se stesso, che approdi a nuove forme di conoscenza e di sapienza, sia essa di natura mentale o corporea. E, anzi, mente e corpo si superano sempre insieme, non si può dare l’una senza l’altro. Il tutto tende già a Crash, dove non vi sarà più una multinazionale o un ente scientifico a governare il progredire dell’umanità, quanto una sorta di società segreta in cui l’uomo e la macchina si debbono fondere per provare sensazioni nuove, per provare contemporaneamente dolore e piacere, per provare un qualcosa di nuovo che riesca a fondere l’uno con l’altro e raggiungere così uno stato di ipnotica e incessante euforia/eccitazione mentale/sessuale.
La stessa operazione di scannerizzazione cui si assiste più volte in Scanners appare un misto indistricabile di dolore e piacere; i volti degli scanner, presi dallo sforzo mentale, passano infatti da uno stato all’altro attraverso una costante tensione tra il prevalere e il soccombere nei confronti dell’altro, come viene straordinariamente esplicitato nella sequenza in cui Revok fa esplodere la testa all’altro scanner, che non si aspettava di poter essere scannerizzato a sua volta.

Dare forma alla (nuova) mente diventa così una necessità, persino un’emergenza per gli scanner che, se non adeguatamente preparati, non riescono a difendersi dal mondo esterno. Ne vengono aggrediti, vengono invasi dai banali pensieri altrui, dalle elementari riflessioni della gente comune (e, ancora una volta, Cronenberg si fa beffe dell’ipocrisia piccolo-borghese, a partire dal già citato incipit), mentre invece si possono liberare nel momento in cui scoprono che debbono essere loro a invadere gli altri sistemi nervosi, che debbono imporre pensieri altri, più alti. Così, l’unico degli scanner che ha deciso di non schierarsi né per il Bene né per il Male è l’artista che Cameron va a trovare. Si è chiuso in totale solitudine nel suo studio e crea inquietanti sculture, le cui visioni evidentemente sono parti della sua stessa mente. E questi spiega a Cameron che è stata la sua arte a farlo restare sano. Lo scultore, la cui apparizione si segnala a circa metà film, è dunque un chiaro alter-ego di Cronenberg. Ed è, il suo, un significativo ritratto d’artista, dove l’espressività diventa urgenza, autentica necessità. Diventa letteralmente un obbligo quello di dare forma ai propri incubi per evitare di lasciarsi sopraffare da questi. Ed è un dare forma che si esplica attraverso la manualità; quanto di più lontano dunque dall’attività degli altri scanner.

Eppure, si può riflettere sul modo in cui Cronenberg immagina che gli scanner esercitino il loro potere, e si può pensare apparentemente che lo facciano attraverso la vista. Invece la scena del pre-finale in cui un feto-scanner, ancora dentro la pancia della madre, attacca la scanner Kim ci dice chiaramente che non è così, che non si scannerizza attraverso la vista, ma proprio attraverso la mente. Nonostante lavori con le immagini, Cronenberg dunque ci dice che vista e cervello non coincidono, o forse non ancora (la corrispondenza tra l’uno e l’altra avverrà in Videodrome, per il tramite del segnale televisivo). Dunque, nel ritratto d’artista che Cronenberg ci regala in Scanners si può anche trovare un suggerimento sul modo in cui il cineasta canadese vede se stesso e il suo operare in campo cinematografico. Nel suo cinema infatti non prevale mai lo sguardo, quanto il lavorio di masse corporee, che possono essere anche senza occhi, ma che – ancora prima di poter vedere – sono sicuramente già in grado di sentire, di percepire e anche di penetrare, di odiare e di amare. Il processo di malformazione, di deformazione, di trasformazione prostetica; è questo il segreto del cinema di Cronenberg. E dunque l’artista di Scanners non poteva che essere uno scultore, un creatore di forme. Ed è curioso che un cineasta così tanto profetico abbia legato in modo indissolubile la sua filmografia, almeno fino ad un certo punto, agli effetti della prostetica, ormai purtroppo superati dagli effetti speciali digitali. È curioso, ma non insensato. Anzi, forse, come la carne e la mente, come il dolore e il piacere, come l’attrazione e la repulsione, si certifica in Scanners – e in tutto il Cronenberg della prima parte della carriera – il coincidere di passatismo e di futuribile, trovando dunque ribadito ancora una volta il superamento del classico principio di non contraddizione aristotelico. Scanners è dunque un film vintage per i suoi mirabolanti effetti prostetici e per quel suo dare rilevanza assoluta alla materialità di corpi/mente, ma è allo stesso tempo un film già digitalizzato per quella sua particolare declinazione delle virtù telepatiche degli scanner. Ed è forse allo stesso tempo il tripudio e la catastrofe del corpo, che esplode, si sfalda, viene sopraffatto dall’autocombustione. È l’esplosione e l’implosione dell’uomo così come l’avevamo conosciuto, al cospetto di una nuova era. È, infine, per dirla alla Ghezzi, il catastrionfo dell’umano.

Info
La pagina Wikipedia dedicata a Scanners.
Il trailer originale di Scanners.
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