A History of Violence

A History of Violence

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In A History of Violence di David Cronenberg mito, incubo e sogno americano accompagnano la storia (di violenza) della messa a nudo di un uomo di fronte alla sua famiglia, e a se stesso.

Le chiavi di casa

Tom Stall diventa un eroe dopo aver sventato una rapina nel suo diner uccidendo due criminali per legittima difesa. La sua vita viene stravolta dal circo mediatico che lo spinge sotto l’occhio di tutti, anche di due malavitosi capitanati dallo sfregiato Carl Fogarty. Questi è convinto che Tom sia in realtà Joey, un uomo dal passato criminale. Fogarty inizia a insidiare la moglie e i figli di Tom, che dovrà proteggere la sua famiglia dalla sua stessa, reale identità… [sinossi]

All’interno della cultura statunitense è di certo centrale il tema del viaggio, così come il ruolo dell’automobile, traslato di un destriero capace di traghettare verso un destino manifesto, eterna promessa di libertà, progresso e benessere. Ma altrettanto fondamentale è il contraltare di questo fiero nomadismo, la meta ultima del sogno americano: la casa. Sia essa la fattoria con il suo portico di legno aggettante verso l’esterno o la villetta monofamiliare con fazzoletto erbaceo delimitato da bianche staccionate e la station wagon parcheggiata nel vialetto d’accesso, non cambia molto, l’importante è che la porta resti aperta. In costante e quasi osmotico rapporto con il paesaggio circostante, il focolare domestico nella mitologia statunitense è un baluardo protettivo ma al tempo stesso anche una sfida spavalda nei confronti dell’esterno e di un possibile invasore dal quale l’uomo medio americano deve costantemente dimostrare di non aver paura.

Lucido apologo sul sogno americano, ben indirizzato fin dal principio verso il disvelamento della sua menzogna e ineludibile doppiezza (la fattoria e la villetta monofamiliare non sono forse possibili grazie allo sterminio della razza nativa?), A History of Violence (2005) di David Cronenberg è una storia semplice, archetipica e diretta, così come i brevi squarci di violenza che contiene, sporadiche manifestazioni di un subconscio collettivo che da sempre cerca, probabilmente invano, una redenzione. E d’altronde quella della redenzione attraverso la violenza, oltre che tema centrale nella simbologia cristiana, è La storia di violenza di un’intera Nazione o per lo meno di quei padri pellegrini che, in fuga dalle persecuzioni di cui erano oggetto in Europa, l’hanno fondata. Vale la pena soffermarsi dunque sull’articolo indeterminativo che apre il titolo del film affermando, appunto, che questa è solo una delle tante declinazioni di quella violenza che pertiene per ragioni storiche al self made man, ma per questioni ontologiche all’umanità tutta. E in fondo sta proprio in questo suo potere drammaticamente inclusivo, nella sua natura induttiva (che va dal particolare all’universale), la forza di una storia che nel suo scheletro è già stata narrata innumerevoli volte e continuerà ad essere narrata ancora, senza perdere una stilla della sua forza.

Al regista canadese che, come d’abitudine e nonostante quanto detto finora, gira il suo film in patria, tra Toronto e l’Ontario (la cittadina di Millbrook, che nel film diventa in Indiana) non interessa qui solo costruire potenti metafore, queste ci sono, ma la loro comprensione è immediata e destinata a enuclearsi soprattutto nella testa dello spettatore, mentre A History of Violence è prevalentemente la storia di un uomo e della sua metamorfosi – tema certo caro alla filmografia dell’autore – che avviene tutta, senza particolari effetti speciali, davanti ai nostri occhi.

Il protagonista di A History of Violence, Tom Stall (Viggo Mortensen), che come l’onomastica ben esprime è una creatura stanziale (stall significa stalla ma anche, in senso figurato, stallo), vive pacificamente nella cittadina di Millbrook in Indiana con la moglie Edie (Maria Bello), il figlio adolescente Jack (Ashton Holmes) e la figlioletta Sarah (Heidi Hayes). È al lavoro dietro al bancone del suo diner quando una coppia di criminali erranti cerca di derubarlo minacciando i suoi dipendenti. Con poche semplici mosse Tom disarma e uccide i due avventori e balza dritto sulle prime pagine dei giornali. La stampa e i suoi incalzanti riflettori conducono presto a Millbrook anche altri due loschi figuri, capitanati dal loro leader sfregiato Carl Fogarty (Ed Harris). Varcata la soglia del diner, quest’ultimo inizia ad appellare Tom con un altro nome, Joey, e a richiamarlo, quasi fosse una crudele e cupa sirena, verso un passato da tempo sepolto. Forse per Tom/Joey è tornato il momento di imbracciare il fucile e di rivelare a se stesso e ai suoi cari chi è veramente. Infine dovrà far visita al proprio cattivo maestro, padre o fratello maggiore che sia fa poca differenza, e, per lo meno edipicamente, ma non solo, eliminarlo. Basterà dopotutto chiuderlo fuori dalla porta della sua ricca magione, costruita su fondamenta criminali e sanguinolente, proprio come la casa di Tom Stall, o quella di un qualsiasi John Doe.

Non c’è nulla di più crudele che sottrarre a un uomo ciò che ha costruito e, soprattutto, non c’è nulla di più truce del metterlo a nudo di fronte alla propria famiglia, magari di fronte alla porta di casa. È proprio questa la vera violenza che il film di Cronenberg vuole narrare. Tratto dall’omonima graphic novel scritta da John Wagner e disegnata da Vince Locke, A History of Violence è forse tra i più perfetti film di Cronenberg, possiede una classicità quasi marmorea che al tempo dell’uscita del film provocò non poco stupore tra i fan del regista di Videodrome e eXistenZ, nonostante già la pellicola precedente, Spider (2002), avesse rivelato i segnali di una svolta all’interno della sua filmografia, sempre meno interessata a mostrare mutazioni corporee e nuove carni, più attenta invece a declinarle in altre forme. Come si è accennato, A History of Violence è proprio la storia di una mutazione, priva però di particolare sfoggio di effetti prostetici. Fondamentali, per ben comprendere l’interesse di Cronenberg nei confronti della graphic novel di Wagner e Locke, tra l’altro non particolarmente seducente nel disegno, sono alcune modifiche o aggiunte al apportate al testo di partenza per questo adattamento. A partire dalle due scene di sesso, assenti nella storia a fumetti, ma che nel film diventano i perni attorno a cui ruota la trasformazione del protagonista. A comprendere in prima battuta la vera natura del protagonista è il personaggio femminile del film (la Edie incarnata da Maria Bello) che, come spesso accade nel cinema di Cronenberg, non è affatto secondario, né è lì in virtù della propria avvenenza o industriale necessità. La relazione tra moglie e marito è infatti assai ben sviluppata fin dall’incipit, quando A History of Violence ci introduce in una situazione di normalità pronta ad essere sconvolta dagli eventi a venire. La prima sequenza di sesso, che culmina poi in maniera alquanto insolita con la posizione del 69, rivelandoci al tempo stesso quanto questa pratica sia considerata un tabù dal grande schermo, ha luogo a pochi minuti dall’inizio del film e possiede un portato simbolico la cui natura solo più avanti diverrà chiara. Edie (Maria Bello) va a prendere il marito Tom fuori dal suo diner per condurlo a casa e durante il tragitto lo informa che entrambi i figli sono momentaneamente altrove. La coppia, sposata da una ventina d’anni e con due figli, ha dunque una vita sessuale piuttosto vivace governata da una immarcescibile complicità. Ma c’è di più, dal momento che questo è, anche a detta del suo autore, una sorta di western moderno (come lo era, all’inizio della sua carriera Fast Company) al centro della questione c’è un discorso su una mitologia fondativa, perduta tra le pieghe del tempo. Edie fa infatti il suo ingresso in camera da letto vestita da cheerleader – un’icona classica del teen movie statunitense – perché vuole ricreare con il marito un immaginario adolescenziale condiviso, un falso ricordo di qualcosa che però i due insieme non hanno mai vissuto. Proprio come l’intera vicenda di A History of Violence questa scena allude dunque a un passato non vissuto, ancestrale, eppure fortemente presente.

La seconda scena di sesso del film, assente sia dalla graphic novel che dalla sceneggiatura del film, è stata voluta dallo stesso Cronenberg e ha luogo quando ormai la violenza è esplosa, prima nel diner e poi proprio di fronte alla casa-fattoria della famiglia Stall, momento in cui Tom ha ammesso di fronte a Fogarty di averlo conosciuto in passato e dunque, indirettamente, di essere Joey. Ora deve spiegarlo alla moglie e lo fa attraverso il suo corpo, i loro corpi. Dopo un breve alterco tra i due, Tom/Joey insegue Edie sulle scale, lei lo schiaffeggia, lui la blocca tenendola per il collo, poi i due fanno sesso sui gradini, con rabbia e una foga quasi animalesca. La complicità coniugale che accompagnava l’amplesso precedente è questa volta completamente messa da parte, Edie infatti non sta facendo sesso con Tom, ma con Joey. Da non confondere con una sequenza di stupro (è la stessa Edie ad attirare verso di sé Tom/Joey dopo che questi si è fermato per un istante, incerto sul da farsi) questo secondo amplesso è violento perché la violenza secondo Cronenberg nasce proprio dall’assenza di menzogna e di ogni ipocrisia, e in questo caso dal disvelamento di cosa o chi si è realmente. Questo momento segna dunque all’interno del film un punto di non ritorno per il protagonista che corrisponde anche all’inizio di un percorso di crescita, ovvero di una necessaria accettazione della propria anomalia.

Come si può intuire dalla descrizione di queste due scene, non sono pochi gli elementi che riconnettono A History of Violence con La mosca (1986), altro caposaldo, a suo modo debitore (d’altronde era un remake di L’esperimento del dottor K.) di una certa classicità, della filmografia cronenberghiana. Lì la storia d’amore e la sessualità erano ancor più centrali, ma altrettanto lo era la metamorfosi del personaggio maschile, anche in quel caso destinata a turbare la sua donna, impersonificazione scenica del punto di vista spettatoriale. Una curiosità extradiegetica collega poi uleriormente i due film: il locale Track and Turf di Philadelphia in cui si reca Tom/Joey nell’epilogo del film è lo stesso in cui Brundle/Mosca sfidava un ignaro avventore a braccio di ferro, ed è di fatto l’unico luogo in cui Tom ammette apertamente di essere Joey.

L’ambiguità, magistralmente sostenuta per buona parte del film, sulla vera identità del protagonista è anch’essa nata da una fondamentale idea di adattamento del testo di partenza, ovvero la soppressione dei lunghi flashback sul passato di Tom/Joey, una scelta che oltre ad incentivare la tensione e il dubbio su quanto si sta osservando, incentiva l’esibizione della metamorfosi a vista del personaggio, quasi fosse qualcosa che non ha una reale profondità, psicanalitica, edipica, remota, ma qualcosa che avviene tutta nel presente, sull’epidermide e sul volto mutevole (Viggo Mortensen di fatto passa dall’essere Tom a Joey anche nella stessa scena) del protagonista. Un’altra non trascurabile modifica apportata da Cronenberg alle dinamiche della graphic novel è poi quella relativa alla morte del perfido Fogarty, incarnato magistralmente da Ed Harris. Se nel volume a fumetti infatti era la moglie di Tom, Edie, a sparare all’uomo, nel film è il loro figlio adolescente Jack a dar fuoco al fucile. Si tratta di un’idea semplice, ma dalla forza deflagrante, che rivela l’inevitabile diffondersi della violenza come tragica tara generazionale. Oltre a porre in luce, come spesso avviene nel cinema di Cronenberg (fin dai tempi di Stereo, 1969) quanto l’istituzione familiare sia figlia di un costrutto sociale del tutto innaturale, A History of Violence ci dice infatti quanto la violenza sia legata a una trasmissione genetica che avviene in maniera patrilineare. Arriva al giovane John dal padre Tom, e a Tom/Joey è stata trasmessa dal suo misterioso mentore-padre-fratello, protagonista di un duello finale che non prevede alcuna catarsi né redenzione, dato che oramai la trasmissione del contagio tra consanguinei è avvenuta. Nessun reale ritorno è più possibile. E in fondo l’idilliaca Millbrook, l’immaginario anni ’50 tutto baseball e cheerleader, il diner made in USA non fanno che dircelo fin dal principio, c’è decisamente qualcosa che non va nella provincia americana e nell’umanità tutta. La sapida citazione all’interno del film del celebre dipinto American Gothic (Grant Wood, 1930) [1], con moglie e marito sull’uscio di casa ne è la prova definitiva, perché quello che ha in mano l’uomo qui non è un forcone per il grano, è decisamente un fucile.

Note
Lo stesso David Cronenberg cita il dipinto come referente nel commento al film contenuto nel DVD edito da 01.
Info
Il trailer di A History of Violence.
La pagina Facebook di A History of Violence.
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