Intervista a Nicolas Philibert

Intervista a Nicolas Philibert

Si è fatto notare in Italia con Essere e avere, che ha avuto una distribuzione in sala nel 2003, con quell’approccio delicato e spontaneo con cui ha saputo raccontare la vita quotidiana in una scuola di provincia in Francia. Il filmmaker di documentari Nicolas Philibert si è occupato nella sua carriera di marginalità e disabilità, di pedagogia, di istituzioni museali, di animali. Al Locarno Festival, dove lo abbiamo incontrato, ha presentato la sua nuova opera, De chaque instant, sull’apprendistato degli infermieri.

Quanto tempo sono durate le riprese di De chaque instant?

Nicolas Philibert: Circa cinque mesi e poco più.

Con le riprese che hai ottenuto come hai proceduto a fare una selezione per montare il film?

Nicolas Philibert: Ho deciso di strutturare il film in tre parti, era la cosa più semplice, più ragionevole, il film disegna un crescendo in tre parti. Una sonata in tre movimenti che utilizza principalmente una terminologia musicale. Anche con una tale struttura, quando si fa il montaggio bisogna accostare delle scene che sono veramente ottime, il montaggio seleziona il ‘best of’ in vista della costruzione, dell’artefatto, seguendo una gran diversità di fattori da prendere in considerazione.

Mi ha colpito molto quella scena verso la fine, dove la studentessa piange durante il colloquio. Sia perché hai deciso di mostrarla, ma senza indugiare, sia perché indice dell’empatia che il documentarista deve saper creare con il contesto, rendendosi invisibile per cogliere ciò che spontaneamente accade.

Nicolas Philibert: Ci tenevo molto a mostrarla perché è emozionante, perché in cinque minuti racchiude tanto nell’esprimere i suoi sforzi di apprendimento, raccontando le sue difficoltà con un paziente. Anche se piange il mio sguardo rimane pudico, senza scadere nel voyeurismo. Per quanto riguarda la presenza o l’assenza della camera, il mio approccio è quello di stare vicino. Non conosco nessuno che possa filmare da remoto cercando di farsi dimenticare. Io non cerco di farmi dimenticare ma di farmi accettare, non è la stessa cosa. Farsi accettare passa attraverso tutto ciò che diciamo a quelli che vogliamo filmare, a ciò che spieghiamo loro prima, l’interesse del film, il gioco del film. Spesso dico che sono una presenza assimilabile a un sentimento. Dico spesso ai soggetti di comportarsi come se fossi lì con loro, mentre di solito altri registi hanno l’approccio inverso, dicono di fare come se non ci siano. Per me non si tratta di far credere agli spettatori che non c’è nessun altro in quel luogo. Qui e là nei miei film, ci sono piccoli sguardi in camera, non è una cosa grave, succede a chi guarda.

E come avviene il lavoro con la tua troupe?

Nicolas Philibert: Di solito tengo io la camera. Ho qualcuno con me che mi solleva dalle difficoltà tecniche perché per chi non è un tecnico a volte non è facile fare il punto della situazione. In alcuni casi questa stessa persona prende la seconda camera, per esempio nelle interviste. Questo per rendere le cose più facili e non disturbare troppo il dispositivo dell’intervista.

Ancora una volta nel tuo cinema emerge forte il tema dell’educazione, dell’apprendimento. Come mai?

Nicolas Philibert: Perché da un punto di vista drammaturgico l’apprendimento, il vedere le persone che imparano, è sempre molto ricco, molto forte. Seguire chi si sta muovendo verso l’ignoto è sempre, da un punto di vista narrativo, ancora una cosa gravida di emozioni. Chi sta imparando, i passi che sta superando, le difficoltà che si presentano. E poi si tratta anche di rendere omaggio alla professione di infermiera e infermiere. Avrei potuto filmare persone che già esercitano la professione, invece di quelle che imparano. Ma lo spettatore non vedrebbe le difficoltà che sono state superate dietro un semplice gesto come un esame del sangue, un’iniezione, un cerotto, dovendo rispettare complicate regole di igiene. Per tutti questi motivi mi piace filmare l’apprendimento, la trasmissione, la questione del presente, del passato e del futuro. I formatori e i tutor, quelli che ci sono passati, la cultura della futura infermiera professionista, gli studenti con le loro fragilità, difficoltà, le pressioni economiche, la dimensione del management dell’ospedale che lo avvicina a quello delle fabbriche. Non capisco cosa ci sia dietro quei registi che filmano le persone che sono con esperienza, rodate.

Il tuo lavoro è spesso associato a quello di Frederick Wiseman. Tuttavia anche questo tuo ultimo film dimostra che, mentre a lui interessano i meccanismi delle istituzioni anche evidenziandone dei conflitti, tu sia più interessato alle persone. Confermi?

Nicolas Philibert: Ci sono dei cineasti che ammiro, ma credo che ogni cineasta debba trovare una propria lingua, un proprio stile. Ammiro molto Wiseman, è un amico, rispetto il suo lavoro, è importante per me. I miei film non sono sulle istituzioni, sono fatti grazie alle istituzioni. Mi capita anche di filmare in un’istituzione, ma per me rappresenta una porta d’ingresso, un pretesto per entrare in un mondo. Per poter filmare eventuali tensioni o conflitti in un servizio ospedaliero, avrei dovuto rimanere più a lungo ma avevo scelto di seguire alcuni studenti, accompagnandoli una volta al giorno o mezza giornata ciascuno. Il mio interesse è per la commedia umana, per le comunità eterogenee, per la questione della collettività che seguo di film in film. Il mio è un cinema di sguardi, di gesti. Questo è un film sui volti e i volti sono la cosa migliore da filmare. Mi piace molto filmare gli sguardi che mi piacciono ripresi ascoltando le parole. Per me è qualcosa che è e nel cinema e nella vita, che conta enormemente in entrambe queste cose.

Info
La pagina dedicata a Nicolas Philibert sul sito del Locarno Festival.
La pagina dedicata a Nicolas Philibert sulla pagina Wikipedia francese.

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