Mr. Long

Mr. Long

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Esce in sala in Italia, dopo più di un anno dalla presentazione alla Berlinale 2017, Mr. Long del regista giapponese Sabu, un’opera che, nello stile elegiaco e amaro di Kitano, racconta una storia di affetti e di legami familiari acquisiti, in una comunità di marginali.

L’estate di Jun

Il killer taiwanese Long viene inviato in Giappone per un incarico, ma le cose si mettono male e lui deve fuggire. Gravemente ferito, si rifugia nella zona deserta di una piccola città. Conosce un bambino di otto anni, Jun, e poi anche la madre, tossicodipendente con un passato di prostituzione per un racket da cui è fuggita. Long prepara i pasti per Jun e viene notato dai vicini. La notizia della gustosa cucina cinese di Long si diffonde rapidamente in tutto il quartiere, e i vicini organizzano per lui una bancarella da street food. Presto le persone fanno la fila per i suoi noodles. Sembra l’inizio di una nuova vita per questa comunità ma il passato, tanto di Long che della madre di Jun riaffiorerà. [sinossi]

Il killer spavaldo, amorale, infallibile, il sicario silenzioso, senza paura né emozioni che uccide su commissione, l’incarico gli viene dato senza nessuna spiegazione o informazione su chi siano gli obiettivi, e del resto non ne ha alcun interesse. Uno stereotipo del cinema, fatto proprio nel cinema orientale di genere, nell’hardboiled di Hong Kong come negli yakuza eiga nipponici. La drammaturgia di questi eroi cinematografici in genere funziona mettendo in crisi il loro stile di vita e la loro funzione, magari facendoli innamorare, come succede per esempio nel classico The Killer di John Woo.
Il sig. Long, protagonista del film Mr. Long, appartiene a pieno titolo a questa categoria, come tale confezionato dal regista Sabu, che questo cinema di genere conosce bene per averlo frequentato anche in veste di attore. Cosa che per inciso sottolinea citando un celeberrimo film di cui era nel cast, Ichi the Killer di Takeshi Miike, nel riproporre le fattezze del protagonista di quel film in un gangster giovane dalla chioma tinta di biondo. Il sig. Long appartiene a pieno titolo a questa categoria di assassini freddi e infallibili. Le missioni gli vengono affidate con un fogliettino consegnato sottobanco, con la fotografia della vittima. È capace di sterminare un’intera gang di gangster, in pochi minuti, con pochi e calcolati colpi del suo coltello con il quale ha la meglio sugli avversari provvisti di armi da fuoco. La parabola del sig. Long precipita per un meccanismo kubrickiano di pura casualità, non per mancanza di destrezza: il suo coltello retrattile si inceppa e la lama non scatta fuori.

Quello che interessa a Sabu è creare una deriva, una condizione di stasi dal cinema action cruento, per realizzare una storia di sentimenti in condizioni di marginalità tra i reietti della società, tra persone semplici, un cinema malinconico e contemplativo sulla vita, sulla bellezza delle piccole cose della nostra esistenza, come il cibo. Non a caso questo equilibrio si rompe accompagnandosi alla rottura di due tradizionali bicchieri di ceramica raku. Un cinema, quello di Sabu, che certo fa tesoro della lezione di certe opere Kitano che Mr. Long richiama fortemente, soprattutto L’estate di Kikujiro. Il cinema di genere diventa allora solo una pura funzione, per contrasto, per contenere e far risaltare ciò che interessa al regista. Ci sono due scene di mattanza, del killer solitario che sgomina con grande destrezza una gang intera, facendo fuori i suoi membri inesorabilmente, uno a uno, secondo i tipici stereotipi del genere. La prima è quella di presentazione del protagonista, la cui figura si staglia al cadere della sua vittima, accoltellata di spalle. È una sequenza rapidissima giocata su un montaggio velocissimo, nei principi del constructive editing. Spettacolare sì, girata con grande talento come tutto il film, ma non compiaciuta, mancante anche di colonna sonora. A differenza della seconda scena di uccisione plurima da parte del protagonista, più lunga e più vicina a uno stile alla John Woo, ma laddove l’accompagnamento musicale, sommesso, gioca al raffreddamento.

Una storia di marginalità, si diceva, della formazione di una piccola comunità di persone semplici in una zona diroccata e remota, di legami familiari come quello che si crea tra Long, Jun e sua madre. Due figure che fuggono dal proprio passato oscuro. Quello della donna è raccontato in un passaggio di flashback magistralmente sintetico, giocato su numerose ellissi. I legami dei tre, e della comunità, diventano metafora di avvicinamento tra due culture antiche e tradizionalmente avverse, quella cinese e quella giapponese. Due culture che pure hanno tante basi in comune, che il film esplora. Film che è tutto giocato sul bilinguismo, con dialoghi che possono anche essere misti, tra il giapponese e il mandarino e la lingua min nan di Taiwan. Per una volta l’edizione italiana non ha doppiato tutto ma solo le lingue cinesi lasciando in originale il giapponese, con sottotitoli. Una scelta che rende l’idea del continuo alternarsi linguistico, forse anche più apprezzabile di quanto sarebbe stato lasciare l’intero film in originale sottotitolato in cui sarebbe stato difficile distinguere i diversi idiomi. Rimane Long una figura perlopiù silente, che comunica per esempio con la cucina, dove ancora abbiamo un esempio interculturale. Long è molto apprezzato dai giapponesi per il suo ramen taiwanese, un piatto molto diffuso in Giappone, ma di derivazione cinese dove è chiamato lamen. Ma il dialogo, l’innamoramento tra Long e la madre di Jun, entrambi taiwanesi ma la seconda è più nipponizzata risiedendo in Giappone da tanto tempo, passerà anche per un lauto pasto tipicamente giapponese. E poi queste visioni urbane al neon, tanto di Taipei come di Tokyo, che racchiudono in anfratti la loro antica cultura, la ridda di lanterne rosse nella prima scena taiwanese, cui si abbineranno il teatro kabuki e la visita al tempio in Giappone. Un dialogo che passa anche per gli sport visti nel film, prima il ping pong e poi il baseball, entrambi occidentali ma che hanno avuto grande sviluppo in oriente: il secondo è peraltro lo sport nazionale nipponico. E ad accomunare i due paesi ci sono anche le rispettive forme di criminalità organizzata, le triadi e la yakuza, e i rispettivi generi cinematografici, che Sabu attraversa e utilizza con disinvoltura e maestria.

Info
La scheda di Mr. Long sul sito della Berlinale.
Il trailer di Mr. Long.
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