Il primo uomo

Il primo uomo

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Film d’apertura della Mostra del Cinema di Venezia 2018, selezionato in concorso, Il primo uomo (First Man) di Damien Chazelle filtra attraverso una lente minimalista il lungo viaggio verso la Luna del celeberrimo astronauta Neil Armstrong: un decennio di sacrifici, isolamento, tentativi falliti, lutti. Come se fosse intrappolato in un luogo e in un tempo altro, Armstrong guarda alla Luna silenziosamente, imprigionato tra passato e futuro.

Ritorno a Egelloc

Il primo uomo (First Man) narra l’avvincente storia della missione della NASA per portare un uomo sulla Luna. Il film si concentra sulla figura di Neil Armstrong e gli anni tra il 1961 e il 1969. Resoconto viscerale e in prima persona, basato sul libro di James R. Hansen, il film esplora i sacrifici e il costo, per Armstrong e per l’intera nazione, di una delle missioni più pericolose della storia… [sinossi]

Scorre su due binari la Storia in First Man (Il primo uomo). Scorre, corre, verso il futuro. Verso la Luna. Attraverso gli anni Sessanta, superando crisi e contestazioni, lutti personali e lutti nazionali. È la Storia degli Stati Uniti e dell’umanità, è la conquista della Luna, dello Spazio, delle stelle. Esplorazione e tecnologia, passi da gigante verso il futuro.
Poi c’è l’altra Storia, cristallizzata, lasciata fuori dalla porta, dalle villette da immutabile american dream della Nasa. Sono gli anni Sessanta del resto del mondo, gli anni Sessanta che gli Armstrong sembrano non vivere mai, intrappolati in una sorta di prolungamento degli anni Cinquanta, legati al sogno che a inizio decennio era anche di JFK. Un altro lutto, uno dei tanti.

In questi Cinquanta/Sessanta vive il taciturno e (stra)ordinario Armstrong, che Chazelle segue tra silenzi domestici e voli fragorosi. Un pedinamento emotivo che parte da un dettaglio (una mano tra i capelli) e ci porta sette anni dopo a un altro straziante dettaglio, sulla superficie dell’unico satellite naturale della Terra, a 384.400 chilometri da noi. Da tutti. Immerso nel silenzio.
Come la Storia, anche la storia de Il primo uomo scorre su due binari. Quello dell’impresa e dell’immortalità, con i programmi spaziali che cadenzano il racconto: Gemini e Apollo, e ancor prima l’aereo-razzo North American X-15. Quello della famiglia e dell’elaborazione del lutto, quasi sussurrato, fatto di ellissi eleganti, intriso di un minimalismo volutamente esasperato e cucito addosso a Ryan Gosling (Neil Armstrong) e Claire Foy (Janet Armstrong). Trattenuti, tesissimi, bellissimi nel loro dolore, perfetti. E se finissero come Calvin Jarrett e Beth Jarrett, prigionieri di una gabbia dorata e gelata? Gente (stra)ordinaria, Gente comune.

Adattando la biografia ufficiale First Man: The Life of Neil A. Armstrong scritta da James R. Hansen, Chazelle e lo sceneggiatore Josh Singer (The Post, Spotlight) riescono a trovare un funzionale equilibrio tra la sfera privata di Armstrong e l’avventurosa genesi della sua icona. Un equilibrio di scrittura, ma anche estetico, tra flashback malickiani, interni a tratti soffocanti e una spettacolarità che sfrutta le potenzialità del mainstream ma con sensibilità arthouse. Si veda l’abbacinante incipit, la complessità del sonoro, la predominanza di suggestioni visive impressionistiche – l’orizzonte assaporato per un attimo, la pace raggiunta, cifra stilistica ed emotiva dell’intera pellicola.
Il primo uomo ci racconta della conquista della Luna, dei suoi eroi e martiri, del sogno (declinante) di una nazione. Sì, senza dubbio. E non rigetta l’illusione, i buoni sentimenti, Camelot, il romanticismo sognante à la JFK. Questo è un punto di vista, di osservazione, quello dalla Terra che guarda la Luna. Ma dalla Luna? Tra razzi e missioni spaziali, Il primo uomo si tinge soprattutto dei colori del melodramma familiare, riecheggiando operazioni cinefile come Revolutionary Road, scandagliando il lato oscuro dell’allunaggio, le ombre dolorose di una lunga, travagliata elaborazione del lutto. Un film intimo, eppure proteso verso l’infinito.

Il primo uomo è un film di distanze, di barriere. La distanza siderale tra la Terra e la Luna, ma anche il solco che si crea giorno dopo giorno, anno dopo anno, da Neil e Janet, tra Neil e i suoi figli. La distanza tra il microcosmo di Armstrong e il cosmo che deve conquistare; la distanza tra i giocattoli della Nasa e i manifestanti – White in on the Moon, una sequenza che misura con puntualità l’astrazione degli Armstrong e dei loro vicini di casa. Il vetro che divide Neil e Janet; lo schermo protettivo che cela il volto di Armstrong sulla Luna. La distanza, tutta in uno sguardo, tra l’eroe della Luna e JFK – il discorso del 1962, filmato d’archivio che chiude un circolare percorso di lutti, di tragedie.

La distanza è anche quella tra Il primo uomo e il trittico musicale di Chazelle (Guy and Madeline on a Park Bench, Whiplash e La La Land), nonostante i temi ricorrenti e qualche garbata strizzatina d’occhio. Non solo distanze, ma assonanze, punti di contatto: i russi tiravano la corsa per lo Spazio e non può non venire in mente lo splendido Paper Soldier di Aleksej German jr., anche per la specularità emotiva ed estetica tra Claire Foy e Chulpan Khamatova (Nina, la moglie di Daniil Pokrovsky).
Il primo uomo è un’opera ambiziosa, a suo modo coraggiosa, imperfetta (qualche riserva sul montaggio alternato), umanissima. Ancora una volta intrisa di cinefilia, da talentuoso allievo di grandi maestri, volutamente debitore di Cassavetes, Minnelli, Ray, Demy, Malick… Non a caso, produce Steven Spielberg. E si vede.

Info
Il trailer de Il primo uomo.
La pagina dedicata a Il primo uomo sul sito della Biennale.
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