Il mio capolavoro

Il mio capolavoro

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Privo del sodale Mariano Cohn, Gastón Duprat ne Il mio capolavoro mostra segni di stanchezza e di ripetitività. Ancora una volta a venir scandagliato è il mondo dell’arte, ma la commedia si fa mite e non graffia. Un innocuo divertissement, fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia.

La truffa dell’arte

Renzo Nervi è un vecchio e scorbutico pittore: il suo periodo d’oro è passato, da tempo non vende un quadro e non fa guadagnare nulla al suo gallerista e amico di una vita, Arturo, che nonostante tutto riesce a farlo ingaggiare per un’opera su commissione. Ma Renzo combinerà un disastro dalle conseguenze imprevedibili. [sinossi]

Sarà che questa volta manca Mariano Cohn, che lo aveva accompagnato in due riuscite e irriverenti commedie nere sull’arte e la letteratura (L’artista e Il cittadino illustre), sarà perché prima o poi anche i discorsi interessanti possono arrivare a un punto di saturazione, ma questa volta Gastón Duprat mostra segni di stanchezza ne Il mio capolavoro (Mi obra maestra), presentato fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia. Nonostante la sceneggiatura porti la firma dello stesso autore de Il cittadino illustre, ovvero Andrés Duprat (fratello del regista, ma soprattutto Direttore del Museo delle Belle Arti di Buenos Aires dunque uno che della materia se ne intende…), lo spunto cinico e dissacrante che conduceva a riflessioni tutt’altro che banali, ravvisabile negli altri lavori, qui cede il passo a una commedia mite: anche se non mancano sberleffi e graffi, l’impressione è che non vogliano far male proprio a nessuno.

Renzo (Luis Brandoni) è il classico pittore impulsivo, narcisista e indomabile che mal si adatta alla modernità chic, fredda e procedurale incentrata sul denaro, che anche a Buenos Aires ha travolto il mondo dell’arte e delle gallerie; ha più di 70 anni ed è volutamente rimasto indietro rispetto ai tempi e ai cambiamenti, conservando la sua indole da artista che vive tutto con istintività e passione rifiutandosi di accettare le regole di una società che gli pare triste e morta. A lui complementare è Arturo (Guillermo Francella, protagonista de Il Clan di Pablo Trapero), suo amico da decenni e venditore d’arte, capace di comprendere il talento, ma che ovviamente non ignora e non disprezza affatto – visto il suo ruolo – il lato più pragmatico della faccenda, che non ha niente di romantico e irruento e neppure di limpido, ma anzi comporta ingegnose strategie per piazzare “opere” di scarso senso o interesse, per vendere nuovi e spesso inutili artisti, o rinverdirne altri da tempo ritenuti finiti. Arturo vuole e deve stare nel suo tempo e non può permettersi uno splendido e irresponsabile isolamento fatto di tele e caos. I due, in fin dei conti, si completano l’un l’altro e sono come la Buenos Aires di cui Arturo parla con trasporto, amore e incanto, nella seconda scena del film, una città in cui convivono un’anima moderna, europea, sofisticata, e un lato del tutto riottoso alla raffinata e spesso insopportabile perfezione di città troppo inappuntabili per essere vive (come la citata Parigi). Insomma, a Buenos Aires convivono sia Arturo che Renzo. E, in qualche modo, Il mio capolavoro indica come positiva, fruttuosa e fertile proprio la convivenza e soprattutto l’alleanza di aspetti che spesso si ritengono inconciliabili: forse è proprio questo il “capolavoro” evocato dal titolo del film.

A parte questa determinante suggestione, il film di Duprat si presenta come un giallo visto che Arturo confessa immediatamente allo spettatore di essere un assassino: chi sarà la sua vittima è dunque, inevitabilmente, la domanda che ci porteremo dietro fino alla risoluzione finale e che muoverà sottotraccia le nostre aspettative creando così un paio di colpi di scena molto divertenti. Parallelamente all’attesa risposta a questa domanda, Mi Obra Maestra gioca fin da subito con il registro della commedia collaudata e forse scontata, facendo scontrare tra loro i vizi e i limiti dei due protagonisti, prendendo in giro il mondo delle gallerie e la superficialità con cui si quotano e legittimano le “opere d’arte”. Conoscendone molto bene i meccanismi, lo sceneggiatore costruisce così un intreccio per cui il “mercato dell’arte” viene sfruttato sapientemente da Arturo (e deriso ai nostri occhi) ma la trama manca di particolari ambizioni narrative e si assesta su un registro che offre più innocuo sollievo e qualche risata che altro. I mercanti d’arte o i critici beoti non sono però gli unici meritevoli di essere motteggiati: lo è anche Alex (Raúl Arévalo), un giovinastro di Madrid che si presenta a Renzo pietendo di diventare suo allievo, ma la cui eccessiva metodicità e l’ordine mentale porteranno Renzo alla conclusione che il ragazzo non è tagliato per fare il pittore né nulla di artistico. Ed è piuttosto divertente che, di questo personaggio che via via si rivelerà particolarmente stolido, Arturo dirà: “è uno di quei coglioni che pensano conti solo l’onestà”… Da una parte ci sono meccanismi costruiti ad arte per fare soldi attraverso lo sfruttamento della produzione artistica e la sua commercializzazione, dall’altra un giovane apparentemente “idealista” ma che in verità cerca solo punti di riferimento inattaccabili. Poi ci sono le persone che sanno navigare senza un percorso prefissato.

A differenza che ne Il cittadino illustre e ne L’artista, ne Il mio capolavoro “i creatori” d’arte, se sono veri artisti, sono un dono e, con tutti i loro difetti (irascibilità, egocentrismo, persino disonestà) vanno protetti da una società ben più arida, sciocca o interessata solo al soldi. Una nenia non proprio interessantissima. Ma purtroppo non ci sono grandi margini di ambiguità, dubbio o sagacia, in questa commedia che prende varie direzioni e vira un paio di volte per approdare all’esito più consolatorio. Nonostante ci abbia fatto pensare a chissà quale soluzione e chissà quale mistero legato al delitto di cui si parla all’inizio del film, Duprat usa la suspense come un trucchetto (degno dei protagonisti) solo per vendere più agevolmente i 100 minuti successivi, altrimenti non proprio scoppiettanti.

Info
Il trailer de Il mio capolavoro.
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