The Mountain

The Mountain

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Elaborazione visiva gratuita sulla repressione sessuale nell’America degli anni ‘50, The Mountain di Rick Alverson punta a inscenare una metafora sulla lobotomizzazione di una Nazione, ma presenta un museo delle cere privo di vita e di interesse. In concorso a Venezia 2018.

Il museo delle cere

Nell’America degli anni Cinquanta, un giovane introverso si unisce a un famoso lobotomista che promuove la propria procedura, la cui validità è stata da poco smentita. Durante le visite agli ospedali psichiatrici, il giovane comincia a identificarsi con i pazienti, in particolare con la figlia di un carismatico leader del nascente movimento New Age nelle regioni dell’Ovest. [sinossi]

Nell’immaginario comune è una sorta di età dell’oro statunitense, affollata di solerti casalinghe in cucine accessoriate, lucidi diners, pop corn e drive in, ma come ci ha insegnato Douglas Sirk e ha poi ribadito David Lynch, gli anni ‘50 non erano certo un’epoca favorevole per gli outsiders. È tutto immerso in una “cinquantezza” pruriginosa e opprimente The Mountain, nuovo film di Rick Alverson (The Entertainement) presentato in concorso a Venezia 75. Protagonista è il sempre più presente Tye Sheridan (The Tree of Life, Mud, Ready Player One), nei panni di un ragazzo di provincia che, dopo l’internamento della madre, vive da solo con il rigido padre (Udo Kier), insegnante di pattinaggio sul ghiaccio. Alla morte di quest’ultimo, il ragazzo viene abbordato dal Dott. Wallace Fiennes (Jeff Goldblum) che lo assolda come suo fotografo ufficiale e assistente tuttofare. Ultimo alfiere della poco nobile arte della lobotomia, il chirurgo con scalpello oculare trascina il suo nuovo discepolo attraverso una serie di manicomi, dove puntualmente elargisce la pace dei sensi agli internati, garantendo loro un sereno reinserimento nell’alveo familiare, nonché indole mansueta e sguardo catatonico vita natural durante. Ma l’era della lobotomia sta per tramontare e nuovi “cattivi” maestri si profilano all’orizzonte, come ad esempio un monologante Denis Lavant, pronto a plagiare le menti già lobotomizzate (dopotutto il Dott. Wallace Fiennes era un alfiere, e dunque il suo precursore) con dei monologhi altisonanti in cui farnetica di arte, immagine e realtà.

Costantemente alla ricerca della bella inquadratura, con le luci più adeguate, le suppellettili giuste e la tappezzeria in tono, Rick Alverson in The Mountain porta avanti con pervicacia la sua elaborazione visiva – di narrazione infatti ce n’è qui poca – sul tema della lobotomizzazione di una Nazione che è sempre in cerca di “padri”, meglio ancora se “cattivi maestri” da seguire, demolire, sostituire con l’ultimo venuto. Alla base della questione si dibatte poi un annoso problema: la repressione sessuale, croce e delizia degli anni ’50 nonché di una società che fa fatica a liberarsi dal puritanesimo dei padri pellegrini che l’hanno fondata. Le vittime predestinate alla pace dei sensi forzosa poi, come ben esemplificato in The Mountain, sono esemplari impeccabili di prima scelta (per diverse epoche storiche, non solo per gli anni ’50 del 900): donne, principalmente, ma anche maschi neri (l’eterno spauracchio dell’afroamericano superdotato che vìola la donna bianca) e gli ancor più imprevedibili adolescenti, con relativi problemi ormonali.

Peccato che questo discorso sulla repressione sessuale da curare con la lobotomia resti però soltanto uno spunto o poco più in The Mountain, troppo dedito al suo esercizio di stile e a tappezzerie e moquette, al punto di trattare come tali anche i suoi interpreti. A partire dall’immoto Tye Sheridan, sorta di manichino lobotomizzato fermo su un’espressione di sconcerto per tutta la durata del film, con broncio d’ordinanza e fronte aggrottata. È chiaro che Alverson punta a fare del suo giovane protagonista la spalla per un capocomico d’eccezione, ovvero il lobotomizzati incarnato da Jeff Goldblum, che qui caracolla, danza, gioca a bowling, giace svestito ed ebbro ai piedi di una scala, si avvinghia ad amanti casuali o prezzolate. Quasi fosse un burattino circense a cui il regista spara ripetutamente sui piedi per meglio galvanizzarlo, Goldblum offre una performance totale, da cinema delle attrazioni, che avrebbe però necessitato di un po’ di direzione da parte del regista per poter rifulgere come l’attore meritava. La questione si fa ancora più esplicita con l’ingresso in scena di Denis Lavant, storico attore feticcio del re degli outsiders Leos Carax. Abbandonato a se stesso, Lavant si contorce dolente e ruffiano, poi pronuncia un farneticante monologo sull’arte, che è “un pensiero irriducibile a una cosa” (e dunque all’opera stessa che la veicola), mentre la cosa non è la sua immagine. “Ceci n’est pas une pipe”, asseriva Magritte da un suo celebre quadro, e d’altronde poi anche in The Mountain una pipa fa la sua comparsa, ma è solo un’altra illusione ottica surreale, nelle mani di un demiurgo (Alverson) sfuggente che non ha ben chiari i suoi intenti, a parte quello di incuriosire. A noi non resta che attendere il prossimo imbonitore.

Info
La scheda di The Mountain sul sito della Biennale.
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