Non-Fiction

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Olivier Assayas firma con Non-Fiction (Doubles vies) una commedia satirica di raffinata intelligenza, che prende in giro la borghesia transalpina e non solo, ma non viene meno mai allo sguardo sistemico che da sempre accompagna la sua filmografia. In concorso alla Mostra di Venezia.

La rivoluzione percepita

Alain, un editore parigino di successo che fatica ad adattarsi alla rivoluzione digitale, nutre seri dubbi di fronte al nuovo manoscritto di Léonard, uno degli autori con cui collabora da anni, trattandosi dell’ennesima opera autobiografica che prende spunto dalla sua relazione con una celebrità di secondo piano. Selena, moglie di Alain e affermata attrice teatrale, è del parere opposto. [sinossi]

Oliver Assayas ride. Di sé, di noi, del nostro tempo e di come lo riflettiamo. Messi da parte i fantasmi e simulacri di Sils Maria e Personal Shopper (ma anche dell’ultimo film di Polanski, Quello che non so di lei, che Assayas ha sceneggiato), il grande regista francese si concede con Doubles vies – il titolo internazionale, scelto anche dal distributore italiano I Wonder, è Non-Fiction – un divertissement, una commedia brillante e lievissima che non manca affatto di sistematicità, sebbene possa sembrare il contrario. Per un’ora e tre quarti, infatti, verrete gettati in salotti, uffici, brasserie e bar, dove una pattuglia di bobo parigini non farà altro che chiacchierare e chiacchierare e chiacchierare degli argomenti più à la page per il mondo intellettuale. Tra questi ci sono anche alcuni dei temi che Assayas stesso ha affrontato con pathos pensoso proprio nell’ultima fase della sua carriera.

Si parte con l’annosa questione della fine del libro cartaceo e dell’editoria tradizionale, soppiantata dal mondo digitale e dai blog, una questione che ovviamente sta molto a cuore ad Alain (Guillame Canet), editore di successo che non sa esattamente come affrontare le mutazioni del suo lavoro. Nella prima scena lo vediamo accogliere nel suo studio Léonard (uno strepitoso Vincent Macaigne), scrittore della sua scuderia, con cui parla immediatamente della grande eco provocata dal romanzo La palude, firmato da un giornalista politico che ha utilizzato informazioni riservate e messo su pagina politici ben riconoscibili dai lettori: la cosa ha provocato polemiche e prodotto tweet a non finire, dando slancio alle vendite. D’altro canto, proprio Léonard ha scritto, ancora una volta, un libro autobiografico sulle proprie relazioni personali. Certo, cambiando i nomi, realizzando “doppi” romanzeschi dalla “vita” autonoma, ma pur sempre traendo più che ispirazione dalle proprie vicende intime, tanto che le interessate (come la sua ex moglie) non l’hanno presa affatto bene e si stanno sfogando online… I vagheggiamenti sulla smaterializzazione del libro, fin dalla prima scena si accompagnano a una proliferazione delle vite, duplicate, riprodotte, riscritte, percepite, e delle individualità scriventi, incarnate dagli tanti utenti dei social che tweettano, rilanciano, rendono i discorsi un’infinita conversazione (un “insensato gioco dello scrivere”, per dirla con Blanchot), proprio come quella che vediamo in Doubles vies. Chi viene “sdoppiato” sulla carta (come le donne di Léonard) si vuole poi riappropriare del proprio simulacro immateriale, che altrimenti vagherebbe senza soggetto qua e là nelle librerie, nelle mani di sconosciuti, nelle menti dei (pochi) lettori. Ma nella “durchkomponiert” parlata messa in scena da Assayas, dal futuro del libro e dalla proliferazione degli scriventi si passa poi a parlottare – sempre bevendo vino e mangiando attorno a un divano – dell’inutilità della critica in un mondo che non ha più bisogno di mediatori, o della necessità per i politici di oggi di riempire continuamente il vuoto del tempo (che è e resterà in eterno necessario al “fare”, cioè a realizzare atti concreti) con una comunicazione continua, con un flusso di segni che, soli, determinano l’esistenza o la morte nell’agone pubblico. Così, tra un bicchiere e l’altro, si parla non solo di smaterializzazione o sdoppiamento, ma di disintermediazione, con alcuni personaggi (secondari) che sembrano glorificare questa agognata sparizione dell’autorità e dell’autorevolezza. Che conduce però, come ha modo di chiarire la compagna di Lèonard, Valérie (Nora Hamzawi), solo a confortare ogni individuo nei propri pregiudizi, a cercare continuamente dei bias di conferma, a non riflettere più su niente, ma a riflettersi in ogni cosa. Ogni cosa, insomma, può essere uno specchio di riproduzione continua della nostra percezione, in un orizzonte di onanismo narcisistico in cui però ci sentiamo tanto tanto protagonisti. E non è forse, questa, La palude, come recita l’ironico titolo del libro-calco sulla politica francese?

A differenza della Juliette Binoche di Sils Maria e della Stewart in Personal Shopper (o della Seigner de Le cose che non so di lei), qui i protagonisti si confrontano davvero blaterando gli uni con gli altri, ma identica è l’impressione che l’autismo della percezione individuale, elevata a massimo punto di riferimento, sia l’unico spiraglio da cui osserviamo abitualmente il mondo. In questo contesto è molto interessante che il personaggio più concreto, positivo e dialogico sia Valérie, che di lavoro fa la collaboratrice di un politico, cioè l’assistente di uno che appartiene alla categoria più sputtanata dall’opinione pubblica in Europa. Del politico per cui lavora lei, tutti tessono elogi perché bravo, serio, capace…e però non convince nessuno perché, si presume, non ha purtroppo un grande appeal comunicativo. Realtà e percezione, fatti e rispecchiamento nel proprio immaginario sono ormai due dimensioni in rotta di collisione, e ha un bel protestare l’intelligente Valérie circa il problema che ormai tutti sono felicemente divorati dall’epidermide del proprio cervello, senza neppure più tentare un’articolazione seria di come funzioni la realtà, dunque di come la realtà possa essere cambiata (e non si fa con i tweet). E, con ciò, oltre ad attraversare soavemente il monadismo nel XXI secolo, Assayas riesce perfettamente a indicare il fallimento dei cittadini, assai prima di quello della politica: un’operazione necessaria oltre che brilante. Il dispositivo filmico mette in scena questi ponderosi argomenti con una leggerezza invidiabile, che ricorda Resnais e si inserisce elegantemente nel “genere” francese del cinema parlato con al centro due coppie borghesi. Anche per questo, ovviamente le “doppie vite” dei protagonisti cominciano dai tradimenti e dalle classiche questioni di corna, per ritrovare poi un equilibrio coniugale. Non-Fiction infatti, dice chiaramente che, al di là dei movimenti apparenti e momentanei, non sta succedendo niente di rivoluzionario, né nelle vite delle persone messe in scena né soprattutto in quest’epoca che riteniamo tanto rutilante. Sì, certo, ci sono tanti cambiamenti e riposizionamenti, ma non c’è nessun evento di rottura, nessun mutamento di paradigma, solo un rincretinimento collettivo fatto di ego che si duplicano, triplicano, moltiplicano, di scriventi compulsivi, di tweettate e social vita, ma niente che non possa al fine essere facilmente manipolato da chi possiede denaro e capitale per continuare a fare i propri interessi. Se la “fake news” di cui si parla a un certo punto serve proprio a dirci che le notizie sono imbastite ad arte da chi ha soldi per creare false tracce e coprire piste vere, addirittura viene citata anche in Non-Fiction la mitologica frase de Il Gattopardo “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”. Insomma: il regista suggerisce chiaramente che, secondo lui, non sta succedendo tutto sto granché, se guardiamo le cose da una prospettiva di potere reale, concreto, “non-fiction”. Quella prospettiva su cui non possiamo incidere affatto, perché non deteniamo gli strumenti per farlo. Però, ritenendoci più importanti di quel che siamo, possiamo fare una cosa, l’unica rimasta e anzi abbondantemente apprezzata: blaterare, blaterare, chiacchierare, parlarci addosso. Ma pure, magari, qualcosa di meglio, come pensare, amare e parlare con gli altri (per chi ne è in grado, come Valérie, che sa mantenere un segreto e cogliere l’implicito, senza dover esprimere tutto e squadernare ogni dettaglio). Non-Fiction si rivela a ben vedere il volto complementare e ironico delle ultime opere di Assayas, che pare prendersi una pausa non tanto da se stesso ma dalla sua vena più perturbante.

Assayas questa volta si è soprattutto divertito. A prendere in giro – ovviamente – la borghesia intellettuale parigina, se stesso, i cinefili a cui il film è chiaramente – esplicitamente – indirizzato con le sue battute su Haneke e Juliette Binoche (bravissima nel ruolo della moglie di Alain, attrice di teatro prestata a una serie tv) cui dedica una gag da applausi, i critici cui (da ex critico) il regista dà una sacrosanta stoccata per il loro amore per l’altra fatua novità commerciale del millennio (la rivoluzione della narrazione!) ovvero la serialità. Ma nel suo soave andamento, Non-Fiction è, come tutti i film di Assayas, un lavoro di spietata intelligenza, con il pregio di essere un film molto leggero e pieno di battute e situazioni buffe e il “limite”, visto il tipo di lavoro, di essere cinematograficamente meno complesso e affascinante di altri film del regista. In ogni caso, è sempre un piacere.

Info
Non-Fiction sul sito della Biennale.
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